Dipendenza affettiva

La dipendenza affettiva e sessuale tra normalità e patologia.

 

“Ogni dipendenza è cattiva, non importa se il narcotico è l’alcol

o la morfina o l’idealismo.”

 

Carl Gustav Jung

 

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PREFAZIONE

 

«Fu un sogno tremendo, come la realtà»

 

Sembra che molti di noi siano programmati alla coppia al fine di ricreare un contatto che tenga lontano lo spettro del reciproco allontanamento. Come atomi sparsi in cerca di aggregazione molecolare ci uniamo all’altro per formare un’unica materia.

 

In questa unione, sottile è il diaframma che separa il sano equilibrio della relazione all’attaccamento adesivo all’altro, quello dominato dalla dispersione, dal laissez faire nei confronti dell’istintualità, dal gioco antagonistico degli egoismi in cui l’oggetto

d’amore viene attratto nella propria realtà tramite un “collante” che porta l’interazione sentimentale ai massimi livelli: la dipendenza.

 

Quella affettiva (o love addiction) tratta di una dimensione in cui, parafrasando William Shakespeare, «l'amore può trasformarsi piuttosto che in un'occasione di crescita e arricchimento, in una “gabbia” senza prospettive di fuga, con pareti fatte di dolore». La sensazione di essere invasi dall’ “oggetto” d’amore fa erigere un rigido steccato intorno alla coppia: abbassare il volume del mondo esterno per ascoltare il proprio mondo interiore svuotando di senso tutto ciò che si trova all’esterno. Si vive nell’isolamento autistico del legame amoroso. L’altro viene iperdesiderato, iperidealizzato, ipercostruito dal lavoro di una immaginazione arrovellata nella brama della passione.

 

Il partner si scioglie nell’annodamento emotivo-narcisistico e il soggetto vive incastrato tra fantasia e realtà; una realtà percepita attraverso le lenti deformanti dell’esaltazione amorosa. L’euforia alimenta il turbine ormonico e nel bel mezzo del

diluvio di sostanze gratificanti si tenta instancabilmente di catturare l’istante in cui il cuore accelera per l'eccitazione… ne consegue la simbiosi.

 

Per Platone l’amore è la forma più alta di follia, come forza che mira al possesso a causa della mancanza. Mancanza che, nelle normali relazioni è vissuta come naturale e tollerata come fisiologico processo caratterizzante la coppia, ma che nella dipendenza affettiva è schivata come pericoloso bacillo, cosicché le richieste affettive aumentano: ciò che conta è l’attaccamento all’altro, la costante presenza dell’altro nella paura di perderlo; successiva la squilibrante contrazione,

nell’ angoscia del pensiero della perdita o nel rancore di un possibile abbandono, ed un moltiplicarsi di esiti frustranei.

 

Nell’incapacità di padronanza della solitudine e del suo sentimento di alienazione il partner viene consumato illimitatamente in un godimento che rende “venale” il rapporto di coppia. Il mondo a colori del legame è l’unica cosa dotata di senso:

l’ansia prende il posto dell’eccitazione dell’attesa; il controllo ossessivo quello della fiducia; l’imperativo della coppia è solenne.

 

In quest’atmosfera la vita relazionale può oscillare vertiginosamente tra creste emotive – e, quindi, percepita come geneticamente autentica, unica, inconfondibile – ma possono comparire sentimenti di repressione laddove l’oggetto d’amore non si offre da polo ricettivo dei bisogni emotivi, come figura accudente, come appagatore di richieste altrui; egli diviene un eccipiente, un individuo additivo e sottomesso alle mancanze, ai vuoti dell’altro, usato per assicurare la sincronica presenza di una costante nube; affettiva affinché conforti l’individuale impotenza ed il suo superamento.

 

Così la crudeltà provocata dall’amore figura una fonte importante, se non la fonte prima, dell’autorità. Circostanza che spesso può portare o alla schiavitù sentimentale, dove uno dei partner ha maggior potere sull’altro, oppure trasformare la coppia nel

prototipo dell’Amour fou, degli amanti maledetti, votati all’autodistruzione, contro tutto e tutti.

 

Per tale motivo, la dipendenza affettiva, appare non meno invalidante, di altre forme di dipendenza: intrappolati nel proprio comportamento sintomatico si avverte l’irrefrenabile bisogno di essere malati. Citando Paulo Coelho (1994): «Amare è come una droga?» Oppure si ha la necessità di farla divenire?

 

Sebbene l’esplorazione psicologica metta a nudo nei love addicted attaccamenti ambivalenti, insicuri e dirottanti fin dall’infanzia – dove molto spesso gioia e accettazione risultano essere carenti – l’espressione dell’entità di questa dipendenza è strettamente connessa alle capacità di fronteggiamento individuali e al contesto o periodo storico in cui si è collocati.

 

Nelle passeggiate architettoniche della memoria dei miei nonni visibile il “globo di vetro” dove i due per tanti anni dimorarono. Ma appare sempre più lontano il tempo in cui, questa realtà (dipendente?), risultava provvista di una visibile vernice affettiva

dai contenuti elementari, semplici, comprensibili, “misurati” in base ai valori predominati della famiglia di qualche decennio fa. Valori che – anche a fronte della forte centratura delle richieste dell’Io – sono passati in secondo piano; di conseguenza, se tempo addietro gli effetti deleteri della dipendenza affettiva erano “incubati” – epperò non espressi, in vista di valori che vedevano le attenzioni della donna proiettati ai bisogni dei figli e del marito, e quest’ultimo al servizio di essi – odiernamente non accade così. Alcuni valori nel tempo si svalutano e vengono sostituiti da altri. Insieme ad essi il nostro stile di vita cambia significativamente, comprese le richieste affettive. Per tale motivo alcune tipologie di dipendenza, come quella affettiva, possono emergere più in un contesto provvisto di determinati valori – e priorità individuali – anziché un altro.

 

Ma qual è il livello in cui la dipendenza affettiva può essere considerata normale? A questo punto potrei citarvi tanti studi, conseguenze, trattamenti terapeutici nonché concetti decisamente più speculativi, come quelli di “naturalità” e “normalità”,

esistenti dietro lo studio di queste manifestazioni del comportamento; ma, spesso, la verifica inappuntabile della realtà – specificamente di questa tipologia – è pesantemente autopercepita. Il quadro «Congiura di Giulio Civile», di Rembrandt (1661), può essere giudicato come il più grande trionfo della sua immaginazione visiva… oppure il disastro più sorprendente?

 

Claudio Lombardo

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