PSICO-DIETA

PSICO-DIETA. Il complesso fenomeno del "dimagrimento".

 

Rivista "Cultura fisica & fitness", mag/giug 2014

Il sovrappeso rappresenta uno dei problemi principali della nostra società. E, sembrerebbe, nel caso si aggravasse, dare ragione a chi forse, ancora oggi, ritiene che non sarebbe poi una cattiva idea tentare di far dimagrire le persone continuando a non guardare dentro la loro testa.

Claudio Lombardo & Stefania Romano

Nella scelta e nell’attuazione di strategie dimagranti si va facilmente incontro a fasi di stallo, stress eccessivi e inibizioni di natura psicologica che, molto spesso, prendono vita sotto la luce tragica del riferirsi falsità sottili e accomodanti: “mi accetto così come sono”.

Un uomo non viene definito nelle sue caratteristiche morfologiche e funzionali, ma un base alla somiglianza, sia pure parziale, con un altro uomo. In tali termini se il “calcolo evolutivo” prevede un confronto sociale (una comparazione di un individuo rispetto ad un altro) o un confronto storico (una comparazione dell’individuo di oggi rispetto a quello del passato) possiamo dire che l’adattamento alla crescente bellezza di modelli fisici perfetti - scolpiti nel tessuto sociale della nostra società – non rappresenta più una piacevole opzione per molte persone ma un dato di fatto su cui conformarsi. Così, accade spesso che l’“immagine” (centro archimedeo del nostro mondo interiore) del modello di fisico al quale si vorrebbe aspirare insieme alle aspettative soggettive vanno a comporsi in un’unica sinapsi dando origine ad un obiettivo che soddisfi quanto più un bisogno di “apparenza” in base alle informazioni che sono state assorbite in anni di esposizione a determinate regolarità sociali.

Per raggiungere tale risultato molte persone si sottopongono ad ogni possibile trattamento, da alcuni interventi di chirurgia estetica, come la liposuzione, ad estenuanti allenamenti o intense restrizioni caloriche.

Dalla ricerche della paleontologia sappiamo che pratiche simili, che concernono appunto la modifica di alcune parti del corpo legati ad un ideale di bellezza, non rappresentano un qualcosa di recente. Ad esempio in luoghi come l’Iran o l’Egitto del 23.000 a.c. veniva praticata la modifica del cranio. Successivamente anche gli Unni e i Sumeri la adottarono soprattutto per questioni di “estetica” e distinzione sociale. Nella stessa traccia abbiamo le ricerche in ambito paleontologico mostrano come simili modifiche venivano fatte anche ai denti. Pensiamo alla modellazione artificiale tramite “limatura” praticata dai Maya o dai Vichinghi che esprimeva una distinzione sociale legata alle élite o allacolorazione dei denti nella Cina del 7° secolo. Ed ancora l’incastonatura - tramite trapanazione dei denti - di pietre pregiate da parte degli Aztechi. Questi popoli, seppur etichettati come primitivi, consideravano la bellezza un valore sociale e morale. Essi sarebbero stati disposti a tutto per metterlo in atto.

Questo breve quadro storico ci dà un’idea del valore di bellezza e soprattutto di quello che gli individui, sotto l’influenza di un “potere sociale” mescolato ad esigenze di tipo tutte interiori, sono in grado di fare.

Allo stesso modo, nel nostro periodo storico abbacinato da visioni “folgoranti” d’ipertrofiche forze di mode e stili “tipici” (oggetto prediletto di una “sociologia della ricezione senza filtri”) vengono suggerite strategie di ogni genere per evitare i crescenti aumenti indiscreti di volumi corporei. Peggio ancora se tali strategie vengono apprese tramite i libri o articoli che dispensano consigli fai-da-te. In questi casi il “fantasma” del lettore si inserisce al centro di diverse teorie per filoni indipendenti dove l’aspetto soggiacente è quello di creare solo tanta confusione con l’ulteriore rischio, come faceva notare J. Derrida in Grammatologie, di una lettura che rischia di svilupparsi in tutte le direzioni e di autorizzare ogni interpretazione possibile.

Per curare (possiamo dire in senso “terapeutico”) la propria immagine e “star bene con sé stessi”, si farebbe di tutto. E’ il caso di quella mamma, che nel vano tentativo di dimagrire si era convinta che la migliore soluzione sarebbe stata quella di sfruttare il verme solitario pur di entrare (finalmente!) nel vestito per il matrimonio della figlia!

Battute a parte. La tragicità delle dinamiche che vertono attorno l’aspetto fisico non viene molto spesso presa in considerazione. Questo è vero sia nel campo della medicina, ma ancor più nel in quello della psicologia. In entrambi ci si focalizza quasi esclusivamente su quei disturbi mentali che creano forti disagi, come le dismorfofobie (patologie in forte aumento) o i disturbi del comportamento alimentare, come l’ anoressia e bulimia in primis.

Ma un fisico poco tonico, in sovrappeso, con un alto tenore di ritenzione idrica può anch’esso portare a tali disagi? Possiamo avere differenza in termini di sofferenza psicologica tra chi va incontro ad una visione patologica del proprio corpo rispetto a chi vive un semplice(?) disagio di stare nel proprio corpo? La “cura” che oggigiorno le scienze mediche o psicologiche ci danno verte solo sull’intensità e sul volume della sofferenza? (Soltanto superando un certo range si va incontro a patologia. E dalla quest’ultima possiamo attuare un intervento)

In altri termini un corpo che non “calza” nella psiche del soggetto, può anch’egli produrre disturbi emotivo-comportamentali pur non essendo classificato come patologia da curare? Ed in tali termini potremmo chiudere il caso dicendo ai nostri clienti “non hai nessun disturbo mentale, ti dovresti accettare così come sei!”

Purtroppo la realtà è ben lontana da questi semplici calcoli di logica comune che infettano anche il senso comune medico-scientifico.

Infatti, per disturbi come l’anoressia e la bulimia si va prevalentemente dallo psichiatra/psicologo. Per disturbi come il sovrappeso o l’obesità (codificata come patologia) si va dal dietologo. Bel controsenso!

Il dimagrimento è un qualcosa che va al di là di fredde (se non addirittura ghiacciate) logiche apodittiche (ancora non scongelate nell’esplosione positivistica del progresso) distribuite secondo principi di matematica semplice in uno studio privato: il groppo annodato del programma dietologico di calcoli calorici immersi nella durezza di numeri semplici e squadrati, sbozza una rozza e ingessata soluzione a questa costante problematica.

E anche se alcune proposte delle scienze odierne (come la dietologia) sembrano ormai tradizionalmente consolidate o culturalmente affascinanti l’OMS insiste di anno in anno a denunciare il progressivo declino dell’efficienza fisica di cui il tarlo è rappresentato in primis dalla sedentarietà, mancanza di attività fisica, squilibri alimentari.

Nel complesso “fenomeno” del dimagrimento le variabili in gioco sono numerose. E comprende fattori di natura sociale, psicologica, biologica e genetica.

La riduzione del peso corporeo è un continuo duello con le informazioni genetiche dell’evoluzionismo, che ognuno di noi porta in ogni sua cellula. E’ una competizione con la commedia in due atti (eccesso o difetto) di determinatineurotrasmettitori, e richiede un enorme investimento conoscitivo sui processi che regolano la nostra fisiologia cerebrale(come le fluttuazione ormonali che regolano i nostri stati d’animo). E’ un evento che coinvolge parecchi fattori che mutano nel tempo e in base alle caratteristiche dell’individuo, come gli introiti e i costi energetici soggettivi, le dinamiche di natura psicologica che impingono le nostre abitudini, l’inclinazione, le attitudini, e perciò il modo di vivere, delle persone responsabili di scelta incontrollata di alimenti, errata “modalità” del loro consumo, carente gestione dello stress e via dicendo.

Infatti, se l’obesità è stata codificata come patologia e se tale patologia affonda le sue radici prevalentemente in quelle “abitudini mentali” che dirigono l’universo di comportamenti dell’essere umano (come quelli relativi ad uno stile meccanico del consumo alimentare) appare logico che la soluzione dovrebbe essere affidata, in primis, al campo della psicologia.

E, quindi, la problematica in questione dovrebbe essere risolta a monte, ossia nella "torre di avorio" della ricerca scientifica, dove nello scambio osmotico tra teoria e applicazione si va spesso incontro ad uno studio dicotomico di parti che compongono il sistema-persona: l' uomo fisico (che concerne i campi di studio della biologica e genetica. Le strategie dimagranti, ma anche le diete moderne, poggiano su questi due pilastri scientifici) e l’uomo spirituale (che concerne le conoscenze derivanti prevalentemente dai settori della psicologia, utilizzata soprattutto per le patologie alimentari, come l’anoressia o la bulimia).

In tali termini, il successo duraturo, potrà solo derivare da elementi finora volgarmente banditi o trascurati dalla pochissime ricerche svolte in questo ambito , come una coordinazione tra quelle forze mentali che, come burattinai, giostrano i fili delle nostre azioni alimentari.

Le ricerche in quest’ambito attualmente svolte dagli scriventi, e ben presto presentate anche in ambito accademico dal dott. Claudio Lombardo, con una originale proposta di tesi accolta dall’ Università La Sapienza di Roma, vertono lo studio completo di tutte le variabili (sia dirette che indirette) che gravitano attorno al “fenomeno” del dimagrimento. Pur tenendo come punto di riferimento un approccio “filosofico” alla materia, come la ricerca infinita delle variabili che possiamo immettere. E la ricerca infinita delle variabili di cui ancora siamo all’oscuro.

 

 

 

 

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