APPRENDERE L'OBESITA'

APPRENDERE L’OBESITA’. Un’anomalia della percezione della fame.

 

Articolo pubblicato sulla rivista "Cultura fisica e fitness", gen/feb 2015;

del dott. Claudio Lombardo e dott.ssa Stefania Romano.

 

Quando si parla di obesità, o anche semplicemente di sovrappeso, la prima azione che si compie è quella di individuare in modo manicheo cibi buoni e cibi cattivi. Così, la castrazione di una mente eccessivamente lussuriosa di cibi “proibiti”, secondo molti, dovrebbe portare ad evitare la dura condanna del “tribunale metabolico”.

La dieta, in questo frangente, emerge come appetizione della magrezza (Margesucht), come mezzo di trattamento della psicosi alimentare da parte del soggetto, come difesa dall’incontro sgradevole con il proprio corpo.

Oggigiorno sembra che si stia cambiando rotta, e le “evidence-based medicine”più che essere utilizzate come prima (ed unica) soluzione nella terapia dimagrante vengono impiegate come supporto di una impalcatura che regge variabili di natura psico-sociale.

La lettura di quest’ultime potrebbe risultare a primo acchito infinita, criptica e astrusa.

Prendersi cura di sè (epimeleia heautou), tramite l’apprendimento di tecniche di vita (techne tou biou) – intese come efficaci “strumenti” che ci permettono di raggiungere i nostri obiettivi - è la base del processo del dimagrimento.

Infatti, la regolazione di sistemi complessi - quali il metabolismo energetico, la funzione riproduttiva e il comportamento alimentare - è il risultato della trasmissione di molteplici vie di segnale la cui azione ha origine sia a livello di strutture centrali dell’organismo che a livello periferico.

Oggetto della ricerca psicologica sono le “attività mentali relative all’acquisizione, all’immagazzinamento, all’organizzazione e alla valutazione delle esperienze, e alla loro successiva utilizzazione nella guida del comportamento (Carr, 1930).

Ciò che è centrale in questa definizione è il concetto di “comportamento guidato, orientato verso”; ovvero, con formulazione pienamente evoluzionistica, “comportamento adattivo”.

Ad esempio, un uomo affamato che si procura del cibo e mangia fino ad essere sazio pone in atto un comportamento adattivo. La fame è la stimolazione motivante, il cibo è la parte della situazione sensoriale, il mangiare è la risposta che soddisfa la motivazione iniziale.

Il comportamento, in quest’ottica, risulta essere un adattamento alle contingenze degli eventi e di obiettivi dove l’apprendimento gioca un ruolo fondamentale.

Ma quando l’apprendimento può configurarsi in azioni che possono risultare disfunzionali per l’individuo?

Per quanto concerne questo aspetto Hilde Bruch (1973) si sofferma sull’interazione diadica madre-figlio nella comprensione dei disturbi alimentari. L’alimentazione viene considerata una funzione corporea non innata ma che contiene degli elementi di apprendimento e di cui ci si può servire per ottemperare a bisogni non legati alla nutrizione.

Una prima ipotesi sulla patogenesi dell’obesità nell’infanzia, basata sulle osservazioni cliniche di Bruch identificava alla base dei disturbi del comportamento alimentare un’anomalia sulla percezione della fame causata da un errato apprendimento. Secondo Bruch il genitore può fraintendere le sensazioni fisiche del figlio, fino ad abusare della funzione nutritiva come soluzione disfunzionale a complessi problemi emozionali ed interpersonali. L’autrice riconosceva in tali comportamenti, in particolare della madre, una possibile causa del comportamento alimentare disfunzionale, che sta alla base dell’obesità del figlio.

Uno dei fattori di di disturbo materno sulla precoce comparsa dei disturbi dell’alimentazione è costituito dal comportamento di pressione esercitato verso il bambino, che si manifesta in una costante attenzione e preoccupazione affinché egli mangi e che può essere alla base di un atteggiamento reattivo di rifiuto del cibo da parte del bambino.

Durante la fase neonatale la madre fornisce stimoli di rafforzamento e, per farlo, deve imparare a scoprire i cambiamenti ciclici della condizione fisiologica del bambino e regolare l’orario di conseguenza.

Se la madre offre cibo in risposta a segnali indicanti il bisogno di nutrimento, il bambino svilupperà gradualmente l’engramma di “fame”, quale sensazione diversa da altri stati di tensione o di bisogno.

Ma spesso accade che alle esperienze fuorvianti riguardanti il mangiare si associano storture continue della comunicazione verbale con definizione sbagliate di quello che è lo stato del bambino, per cui gli si dice che deve aver fame (o freddo, o dev’essere stanco), prescindendo del tutto dall’esperienza del bambino stesso.

Dunque la madre decodifica immediatamente gli stati interni, mentali, fisici ed emotivi del bambino: “mangia perché hai fame”, “copriti perché hai freddo” non permettendogli di esplorare, riconoscere ed esprimere in modo autonomo le emozioni, e quindi gli induce un senso di inaffidabilità circa le proprie capacità di riconoscere e decodificare “ciò che prova”.

La mancanza di risposte regolarmente e conseguentemente congrue alle sue necessità priva il bambino che si sviluppa delle basi essenziali su cui edificare la propria “identità fisica”e la consapevolezza percettiva e concettuale delle proprie funzioni, in altri termini priva il bambino di distinguere tra i diversi bisogni.

Nel bambino obeso vi è l’incapacità di riconoscere i segnali biologici di fame-sazietà ed una tendenza ad interpretare i segnali emozionali (ansia, insoddisfazione, noia ecc.) come sensazione di fame. Questa percezione errata può contribuire ad una scorretta alimentazione e all’aumento ponderale.

Quando la madre, inoltre, interpreta le manifestazioni comunicative del figlio in rapporto alla propria persona, si sostituisce a lui nel modulare le esperienze fisiche negandogli la possibilità di sperimentare la propria corporeità

Sempre secondo Hilde Bruch, l’obesità e l’anoressia hanno in comune la stessa matrice patogenetica: l’assenza o l’inadeguatezza delle risposte genitoriali ai segnali attraverso cui il bambino manifesta i suoi bisogni. Tra le possibili cause di simili “deficit”, Bruch individua l’alto livello di ansia e di discordia che vige nelle famiglie con figlio obeso, unitamente ad un atteggiamento genitoriale soverchiante e possessivo. Simili meccanismi limiterebbero l’acquisizione , da parte del bambino, di una padronanza dei limiti del proprio Sé, una incapacità nel riconoscere e differenziare le sensazioni corporee dalle tensioni emotive, manifestando così un difetto di apprendimento primario.

Inoltre, nell’attaccamento insicuro il bambino si trova a fare i conti con questa insicurezza e ambivalenza avendo difficoltà ad effettuare una lettura autonoma del proprio vissuto emotivo e corporeo.

In tali termini se la reazione materna è sempre incongrua a prescindere dal suo carattere di negligenza o di eccessiva sollecitudine, di costrizione o di permissività indiscriminata, il risultato per il bambino sarà una confusione che lo renderà sempre perplesso.

Quando sarà più grande, non saprà distinguere tra l’aver fame o l’essere sazio, tra il bisogno di mangiare e qualche altro stato di disagio.

Successivamente, nel caso in cui un genitore inciterà il proprio bambino a mangiare, dispensando delle punizioni, lo indurrà ad obbedire agli ordini insegnando solo l’ubbidienza all’autorita’ (evitamento di uno stimolo avversivo) non aiutandolo così a rispondere bene ai propri bisogni corporei, come a quelli di fame e di sazietà.

Apprendendo, in altri termini, reazioni, autovalutazioni e comportamenti disallineati ai propri reali bisogni – comportamenti che potranno essere realizzati in età adulta.

BIBLIOGRAFIA

- Hilde Bruch, Patologia del comportamento alimentare; Obesità, anoressia mentale e personalità. Feltrinelli, 2000).

- C. V. Farrow, J. Blissett, Controlling Feeding Practices: Cause or Consequence of Early Child Weight? Pediatrics 2008; 121; e164-e169).

- Molinari, Enrico, and Angelo Compare. "Psicologia clinica dell’obesità in età pediatrica." Salute & equilibrio nutrizionale. Springer Milan, 2006. 59-90).

- Paolo Legrenzi, Storia della psicologia, Mulino, 2002).

 

 

 

 

 

 

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