Articoli

Pubblicato sulla rivista "Cultura fisica & fitness", nov/dic 2015

C’è un’altra via d’uscita dall’apparente limite delle coscienze individuali e dell’unicità del modo di vedere le cose: la visione molteplice di ogni cosa.

Claudio Lombardo

Quando si parla di obesità o di sovrappeso la prima azione che si compie è quella di individuare in modo manicheo cibi buoni e cibi cattivi e adottare rigorosi piani dimagranti al fine di evitare la dura condanna del “tribunale metabolico”.

Sembrerà incoerente che un manuale dedicato alla dieta non li riservi, ma prima di trattare questo problema bisogna analizzare il fenomeno generale nelle molteplici sfaccettature. Nonostante le enigmatiche contese delle svariate ricerche rispetto alla relazione tra corpo-natura, corpo-cultura, cibo-farmaco, cibo-veleno, incorporazione e astinenza, ciò che mangiamo sta diventando sempre più vettore di intossicazione.

La veicolazione del recente sistema di plasmazione verticalizzante del corpo, proveniente dal binomio cibo lecito/non lecito, molto calorico/poco calorico, concepisce il culto agnostico del corpo.

Il concetto di corpo come vetrina – indifferente a qualsiasi altro tipo di esigenze umane – per quanto si possa criticare, è estensione dell’ideologia comune.

La pregnante immediatezza delle immagini fisiche – ricche di senso plastico e di notevole armonia delle forme – rimanda a discriminanti fisionomie morfologiche che ci associano per livellarci e ci livellano per associarci.

In questo impermeabile scenario contemporaneo impossibile la penetrazione di utili domande:

“Su quale piano troverò la mia identità?”.

Il politico Alcibiade (Atene, 450 a.C. – Frigia, 404 a.C.) tenta di dare importanza al sé tramite la cura dell’anima; afferma: “quando ci si prende cura del corpo non ci si prende cura del sé. Il sé non è né l’abito, né gli oggetti, né i beni”.

Odiernamente il corpo obbedisce a specifiche categorie (obeso, muscoloso, magro, ecc.) e ne segue l’imperioso impulso a variare. Fisiologica conseguenza il paradossale modus operandi di una società che oscilla tra il rifiuto sistematico per il cibo e la sua ricerca ossessiva secondo vari gradi di privazioni e di soddisfazioni.

Da un versante, dunque, la continua ricerca dei segni esteriori di questa condizione sociale tende verso la nebbia delle identificazioni: l’esperienza del corpo si trasforma in pensiero, in idea fissa, in essenza di rappresentazione ed essenza che rappresenta, in materia intrappolata dentro schemi di perfezione: separando sempre più l’auto-immagine dal proprio corpo, essenzialmente, lo si lega.

Dall’altro i meccanismi di inganno dei prodotti alimentari ci investono sempre più con il loro “design comunicativo”: il fascino ipnotico di un involucro in cui condensa “un’immagine avvincente che riempie e ossessiona la mente” nel suo carattere parassitario modifica la tonalità comportamentale.

Inconsciamente sedotti da questi effetti d’eco le nostre scelte alimentari sfuggono in gran parte alla progettazione consapevole. Così, nella nostra cultura, si affermano pratiche alimentari lontane dalle origini del senso evoluzionistico: la pretesa ignorante di separare gli uomini dalle loro tradizioni biologiche e psico-comportamentali, dalla loro natura, fino ad invadere i limiti geografici dei propri equilibri.

Pratiche alimentari che, con i loro effetti di devianza e involuzione, rappresentano una forma di violenza - forse più subdola ma non meno feroce di altre - che bisogna comprendere.

Negli affascinanti edifici delle décadence del nostro tempo si creano tante scelte, ma anche tanta confusione. Si parla di “consumo responsabile di alcol”o di “dieta varia”. Si consiglia di bere bibite light per dimagrire. Nell’overflow informativo si traghettano nel nostro inconscio “smagliature” d’assurdità: informazioni di possibile ritenzione e attuazione ma d’impossibile utilità e rimedio.

In questo quadro contemporaneo vengono rifiutate le icones symbolicae ingombranti, pertanto, qualsiasi impedimento visivo viene “epidermicamente” sentito.

L’attuale modello “fisico” - inciso nel tessuto della nostra società - schiaccia l’uomo vivente, e lo stigma stereotipico dipinge l’obeso al cospetto di una rappresentazione quasi selvaggia: una persona che mostra grandi denti dietro due labbroni sgraziati nel godimento alimentare assoluto e incestuoso consumato nel proprio spazio di pigrizia immobile.

Questa prospettiva non fa comprendere come la dimensione dell’obeso sia una dimensione “contraddittoria”: l’immediata eccitazione del cibo (aspetto edonistico) rimanda a successiva sofferenza (senso di colpa).

Così, caricato di disprezzo, si crede che, vigliaccamente, egli si pieghi alla volontà del cibo e all’eccesso pulsionale che lo abita.

Debolezza, stupidità, sporcizia, inferiorità e mancanza di auto-controllo sono tutti tratti psicologici con cui viene etichettato. Da una parte, quindi, l’obesità emerge anche come “malattia della cultura”; dall’altra, la nostra società fabbrica sempre più obesi, ma li tollera male (De Cristofaro, 2002).

Ma QUALE DOMANDA all’origine dell’obesità?

Arriva un giorno, all’improvviso, di colpo, come far scattare un interruttore della luce, come aprire un rubinetto; oppure si insinua piano piano, subdolamente, contaminando l’intera struttura (fisica e mentale) dell’individuo? L’intervento solo a fronte dei suoi esiti più viscerali. Con il guadagno della durata avvolge l’individuo edificando un argine difensivo: tesse una sorta di ragnatela con caratteristici vuoti che “alimenta” la sua costruzione. Il soggetto s’impegna nella sua missione, dilata la maglia della propria struttura, così come il ragno torna sempre al nucleo della sua tessitura per tirare un nuovo filo: gli spazi vuoti aumentano. L’obesità, di conseguenza, nella propria impalcatura simbolica, viene intesa come meccanismo di sbarramento che mette al riparo la coscienza ordinaria dall’inondazione di un eccesso di stimoli dolorosi, ma che di fatto diventa dolore successivo: una vita zavorrata dal sovrappeso per riempire gli spazi vuoti. L’immagine del ragno diventa più minacciosa: sottomettendo a preda l’individuo non gli permette di RESPIRARE. SOFFOCATO dalla pesante realtà del grasso, falsifica la propria identità (mi accetto così come sono) o aliena l’imponente involucro (non mi sento bene dentro questo corpo). La persona che va incontro al sovrappeso – e poi all’obesità – spesso si avverte socialmente “vuota”, manifestando arresti significativi nella propria esistenza.

Anni di lavoro in osmosi con persone che manifestavano disagi per la propria condizione fisica mi hanno insegnato come, molto spesso, l’eccesso di peso è tampone stabilizzante di un adattamento complessivamente precario: una toppa sulla veste lacera del tessuto biologico, sociale e – più di frequente – su quello psicologico.

Considerata l’adeguarsi attraverso un enorme sforzo distruttivo di una soluzione auto-terapeutica atta ad arginare l’angoscia, la paura, il “vuoto”. Di un vuoto desideroso di riempire compulsivamente se stesso.

Così, il sintomo (l’eccesso ponderale) diventa una maschera identitaria, cemento per rafforzare una interiorità vacillante. Il cibo, in questa prospettiva, con “mordente” (e)motivo può arrivare a deformare il corpo fino a farlo percepire indegno di essere vissuto.

Tuttavia avvisare con piglio autoritario i soggetti obesi che attentano alla propria conservazione, non modifica affatto il loro comportamento perché il possibile aumento del volume corporeo si traduce in godimento stesso con evidente vantaggio secondario (come continuità della coerenza del proprio vissuto corporeo).

Questo decentramento può depositarsi ed estendersi anche su singoli aspetti della propria quotidianità svuotandoli di senso, essendo il cibo unico aspetto dotato di senso.

La vita cambia in un breve periodo: il giorno si fa notte, la vergogna una compagna fissa, il quotidiano evitamento di un corpo strutturalmente “caricato”. L’atmosfera acquisisce un puro prodotto di soggettività dimenticata, “ingabbiata” nella proiezione inconscia della sovralimentazione.

Il cibo viene usato in maniera strumentale, in modo compensatorio e consolatorio, come “rifornimento emotivo”, in risposta al caos dell’ansia, dello stress, della depressione, della noia e via dicendo.

In questa raffigurazione moderna la dieta si presenta come deposito di diversificate interpretazioni che prendono vita dallo scambio vicendevole di spezzoni della propria e altrui esperienza.

La dieta, comportandosi come “custode” dei limiti biologici e psicologici, diventa usurpatore dell’equilibrio interno, come male necessario che porta luce - spesso sotto forma di illusioni - ad un corpo ospedalizzato nella buia realtà del grasso.

Appare come appetizione alla magrezza (Magersucht), come mezzo di trattamento della psicosi alimentare da parte del soggetto, come difesa dall’incontro sgradevole con il proprio corpo e con la società, come tana necessaria rispetto al nulla, al vacuum; un nido di protezione dalle persecuzione del “fuori” e dalle sollecitazioni degli accadimenti ma anche, paradossalmente, come conseguenza di desideri castrati dalla deprimente avventura di severi tonemi inibitivi e divieti castigatori.

Tra slancio e volo nei vuoti personali, tra evasione e prigionia della limitazione calorica, il soggetto, diventando sempre più ingombrante è punto dalle stesse spine del nido.

Acquisita come regolarità, come prassi, gli si obbedisce senza capirne il senso, cosicché in breve tempo diventa idea di privazione, punizione, repressione: orrore il solo pronunciarla, anticamera del circolo vizioso dell’autopunizione che porta ad una sequenza carica di pessimo significato, e ancor più di un pessimo finale (dieta - trasgressione - senso di colpa - crollo dell’autostima - ulteriore sovrappeso).

In quest’ottica le evidence-based medicines più che essere utilizzate come prima (e unica) soluzione nella terapia dimagrante vengono impiegate come supporto ad una impalcatura che regge variabili di natura psico-sociale.

La Weltanschauung odierna sembra ancora concepire l’organismo in termini di misurazioni e aggiustamenti: il groppo annodato del programma dietologico di calcoli calorici immersi nella durezza di numeri semplici e squadrati, sbozza una rozza e ingessata soluzione al problema. La “misura”, la fissità di questo atteggiamento, ha radice da un funzionamento iterativo degradante: nella “torre di avorio” della ricerca scientifica, nello scambio osmotico tra teoria e applicazione, si incontra uno studio dicotomico di parti che compongono il sistema-persona: l’uomo fisico, l’uomo psicologico, l’uomo sociologico.

Fortunatamente, sembra si stia intorpidendo quel meccanismo che vede contrapposti, parafrasando Kubie, “organicisti psicofobi” e “psicologi organofobi”, i quali parlano e agiscono come se non potessero coesistere nello stesso individuo problemi di entrambi i campi, misconoscendo la prospettiva multidimensionale “psico-socio-biologica” che nel suo atteggiamento eterodosso manipola efficacemente la concezione dietologica (che indaga l’identità della patologia rispondendo alla domanda “cos’è l’obesità?”) e quella psicologica (la quale esplora l’identità dell’individuo portatore della patologia domandandosi “chi è il soggetto obeso?”) nonché quella sociologica (che pone la domanda: “in che modo l’ambiente o il gruppo influenza le scelte del soggetto?”).

Ogni riduzionismo di questa macrodimensione - cioè ogni tentativo di ridurre la faccenda del sovrappeso a semplici processi biologici - ne amputerebbe la comprensione e impedirebbe quindi una lotta efficace.

Purtroppo è ancora presente in modo prepotente lo spettro della tradizionale impostazione disease centred, caratterizzata da una diagnosi e da una prescrizione terapeutica che, a volte, non lascia spazio a quella patient centred in cui, recuperata la capacità di ascolto, l’elemento innovativo è costituito dall’indagine e confronto sul vissuto emotivo del paziente.

Alla questione obesità e sovrappeso partecipano intriganti sistemi di autoregolazione, diversi e distinti nello spazio e nel tempo, che si sviluppano dal periodo fetale all’età adulta. La panoramica psico-pedagogica e bio-chimica mette in evidenza in che modo l’alone di dettagli comportamentali – che si sporge nel passato e nel futuro dell’individuo – è di origine primitiva: nell’utero materno il feto tocca l’ambiente acqueo per mezzo dell’involucro cutaneo, e con la piega cutanea buccale impara il sapore che, crescendo, si muterà nel gusto del cibo e nel piacere del bacio; formando poi l’organo olfattivo, avverte l’afrore dei succhi primordiali, sangue, linfe, secreti ghiandolari (Gentile, 1981).

L’esperienza con gli alimenti comincia proprio durante i primi mesi e anni della propria esistenza: i fattori ambientali rappresentando una sorta di “andirivieni” tra contesto e individuo lo forgiano in tutta la sua architettura vivente.

Il sovrappeso può presentarsi anche come incosciente incrocio di vecchie abitudini provenienti dall’infanzia, ad esempio quando coincide con le manifestazioni di disagio del bambino (non necessariamente dovute alla fame) dove la madre risponde con una offerta indifferenziata di cibo (Bruch, 1993).

In questa fase subentrano molteplici variabili: dallo stile di attaccamento genitoriale ai fattori socio-economici che non si limitano a marcare la differenza sociale in una pregiudizievole questione di naso, ma incidono attivamente sul proprio stile di vita, limitando alcune scelte e possibilità o enfatizzandone altre.

Catapultato in un mondo ricco di clonazioni culturali, l’individuo si trova sempre più paralizzato dalla tecnologia e patologizzato da una società che tratta cibi dannosi come legali, e quindi innocui – in una misura valutativa della normalità (concetto che sta attraversando una crisi molto severa) che viene contaminata dalla “normalizzazione dell’innaturale” (come potremmo arrischiarci a definirla): millenario inganno collettivo, lievita sul cammino di una trasgressiva manipolazione dei cibi naturali mirando alla loro innaturale artefazione.

Essi vengono promossi, diffusi, commercializzati e infine considerati come alimenti normali, e quindi naturali.

In preda all’assolutizzazione del polo opposto si parla di diete delle caverne come ricovero nella dimensione della naturalità dell’uomo; si tenta di aderire alla loro contestualità genetica ignorando la parte culturale (un passaggio logico che, anche in questo caso, la dice lunga sulla persistente incertezza circa la misura valutativa della normalità).

Ma questo effetto non viene circoscritto al solo settore alimentare ma si estende anche a livello comportamentale.

Oggigiorno non è raro che un’accentuata attività motoria infantile venga gabellata come fatto “clinico” (certamente appannaggio di specialisti “selvaggi”) sebbene naturale condizione dell’infante contenuto fisicamente dalle eccessive regole di una comunità che ne denuncia la sua spontanea locomozione.

A queste costanti si vanno aggiungendo, vagone a vagone, le “interferenze tecnologiche” (cellulari, TV, pc, ecc.) che incidono intensamente sulla percezione e le modalità del consumo alimentare: l’utilizzo di apparecchi telematici s’intreccia con l’apparecchiare da tavola e in un’integrazione ibridante e reciproca diventano nostre estensioni. In questo scenario attuale il loro uso indiscriminato è contorno di una distrazione che porta via la mente dal “circuito” comportamentale: assente l’ipnosi orgasmica presente fin dai tempi remoti nel consumo del cibo. A fronte di questi fattori, forti generatori di obesità, l’esperto del dimagrimento (dietologo/nutrizionista/dietista/psicologo) spesso non valuta il proprio cliente nel proprio contesto di vita, non lo comprende nel suo passato, nelle sue istituzionalizzazioni, nei suoi comportamenti inadeguati, nel suo cervello affamato. L’analisi del concetto greco di epimeleisthai (“prendersi cura di se stessi”) pone due problemi fondamentali: 1) “prendersi cura di sé” e 2) in “cosa consista questa cura.” Prendersi cura di sé vuol dire conoscere se stessi e il miglior modo per farlo è quello di valutare la propria esistenza (anche quella alimentare) sotto molteplici prospettive. Questa è la chiave di lettura della filosofia greca. La/e prospettiva/e di questo libro.

 

 

 

 

IL CERVELLO AFFAMATO. Disturbi del comportamento alimentare: tra sfera psichica e sistema endocrino.

 

Articolo pubblicato nella rivista "Cultura fisica" (sett/ott 2015). Redatto dal dott. Claudio Lombardo e dalla dott.ssa Stefania Romano.

 

“E le idee? Gli ideali? Tutti i grandi sogni dell’uomo che impone la sua volontà all’universo?....Te le cedo tutte per un’unica crosta di pane”.

E. Wiesel

 

Negli ultimi anni la ricerca scientifica e clinica, volta allo studio dei disturbi del comportamento

alimentare, ha evidenziato la stretta connessione tra la sfera psichica e il sistema neuroendocrino e, quindi, l'importanza fondamentale che riveste l'integrazione di entrambe le componenti per una

complessiva ed esaustiva valutazione del problema (Basdevant, Le Bergic, Guy Grand, 1992; Bersani, 1994; Williams et al., 2001).

L’introito eccessivo di zuccheri, grassi e sale, associato alla varietà di stimoli alimentari e alla maggiore appetibilità legata alla accentuata consistenza gustativa degli alimenti sembra indurre nelle persone un over-eating condizionato basato su meccanismi neuroendocrini legati alla gratificazione.

Gli attuali cibi avrebbero più presa sui centri di ricompensa del cervello e, nei soggetti predisposti alle dipendenze, come le persone a rischio di alcolismo, questo potrebbe significare aver bisogno di mangiare di più per trovare maggiore soddisfazione, portando quindi a maggior rischio di obesità (studio pubblicato sull’Archives of General Psychiatry).

La maggior parte delle sostanze d’abuso (alcol, eroina, marijuana, benzodiazepine, cocaina e amfetamine) e stimoli ambientali di varia natura come il cibo, l’attività sessuale, il gioco, determinano un aumento della trasmissione dopaminergica a livello della regione shell del nucleo accumbens; questo viene tradizionalmente considerato il meccanismo alla base della gratificazione e degli effetti rinforzanti delle sostanze d’abuso.

Il sistema dopaminergico controlla la spinta motivazionale alla ricerca dello stimolo gratificante e il sistema oppioidemedia i processi di gratificazione derivanti dal consumo della sostanza. Nello specifico la dopamina è coinvolta nell’apprendimento di stimoli associati a ricompensa e nei comportamenti di decisione sulla base di premi e punizioni attesi.

La dopamina a livello del nucleo accumbens viene rilasciata in seguito alla presentazione di stimoli appetitivi che determinano la motivazione e di stimoli consumatori nuovi, salienti o imprevisti.

In tali casi, ma anche in linea generale, l’accessibilità – soprattutto in casa – di determinati cibi può compromettere seriamente le scelte alimentari del soggetto.

La ricercatrice Barbara Rolls (2003) e i suoi colleghi della Pennsylvania State University, hanno scoperto che più cibo ci viene proposto, maggiore è la probabilità di mangiarlo.

Babbuini, allevati dall’infanzia in laboratorio con un congegno di auto-alimentazione da cui si poteva ottenere la loro dieta preconfezionata, raggiungevano un peso maggiore se il cibo era accessibile a tutte le ore rispetto a quelli cui veniva offerto periodicamente (Voss, Buss e Carrol, 1971).

Nel mondo animale esiste un modello sperimentale che rappresenta quest’ultima circostanza, ed è quello del ratto della sabbia (sand rat) che, vivendo nel suo habitat naturale, in condizioni di scarsità di cibo, manteneva un peso adeguato, mentre il trasferimento in laboratorio con facilità di accesso al cibo determinava l’insorgenza dell’obesità (Ravussinet al.,1988, Zurlo et al., 1990).

Il buon consiglio comunque resta sempre quello che alcuni alimenti vadano consumati con moderazione, con senso di responsabilità, sembra non essere d’aiuto a prevenire l’attrazione magnetica che tali alimenti posseggono nei confronti delle “voglie” alimentari.

LA DIPENDENZA DA CIBO

L’interazione tra i segnali del sistema nervoso centrale e la periferia si sviluppa attraverso

impulsi afferenti sia sensoriali che umorali (queste relazioni sono in parte riassunte in

Figura 1). Il transito di cibo e la sua digestione nel tratto gastrointestinale da un lato stimolano

il rilascio di peptidi come colecistochinina (CCK), somatostatina, peptide intestinale vasoattivo

(VIP) e glucagone, dall’altro inviano direttamente segnali all’ipotalamo, che gioca un ruolo fondamentale nella regolazione e nella integrazione dell’attività neuroendocrina e

metabolica. Il più potente stimolatore dell’appetito è sicuramente il neuropeptide Y (NPY); anche la galanina ed i peptidi oppioidi sono stimolatori dell’introduzione di cibo.

Questi peptidi sono, inoltre, in grado di determinare la preferenza di determinati nutrienti, vale a dire carboidrati (NPY), lipidi (galanina), carboidrati e lipidi (oppioidi) (Morley, 1987; Kalra et al., 1991b; Leibowitz, 1990; Mannucci, Rizzello, Bardini, Rotella, 1997).

Ma nell’uomo di oggi questi meccanismi appaiono alquanto alterati (Koob, 1997) che nello studio delle dipendenze patologiche da sostanze psico-attive, ha sostenuto l’ipotesi di una "disregolazione omeostatica edonica").

I motivi principali possono essere: l’ apprendimento di certe pratiche alimentari che scardinano il fisiologico set-pointdell’organismo relativo al consumo di cibo; la mancanza di controllo del consumo alimentare; la dipendenza che determinati alimenti possono instaurare.

A queste circostanze subentra un adattamento dei precitati ormoni.

Ad esempio se abbiamo una credenza disfunzionale che genera l’abitudine a consumare molto più cibo di quanto ne abbiamo bisogno determinati ormoni (come la leptina o il neuropeptide Y) si adegueranno al livello di cibo introdotto conseguente tale abitudine.

Per tale motivo potrebbe verificarsi l’esigenza di avere più bisogno di un introito energetico aggiuntivo cadendo nel labirinto di scelte incontrollate.

Gearhardt e colleghi difendono la scelta di utilizzare i criteri diagnostici della dipendenza da sostanze per la food addiction sulla base del crescente numero di ricerche che lega l’eccessivo consumo di cibo con la dipendenza.

Per quanto riguarda gli studi sugli essere umani, Wang e colleghi (Wang, Volkow, Logan, Pappas, Wong, Zhu, et al.2010) hanno messo in evidenza che il cibo e l’uso di droga producono lo stesso risultato a livello cerebrale, ossia la comune attivazione dei sistemi della dopamina e degli oppioidi (cibo → rilascio di dopamina → piacere).

Inoltre, il sistema serotoninergico svolge un ruolo fondamentale nella modulazione del comportamento

alimentare e del tono dell'umore; è, quindi, plausibile che una disregolazione a questo livello conduca ad una modificazione degli aspetti relazionali dell'individuo rispetto all'ambiente.

Esiste un modello interpretativo che mette in relazione l'effetto positivo della massiccia assunzione

dei carboidrati sul tono dell'umore con la disregolazione del sistema serotoninergico. Secondo questo modello l'assunzione dei carboidrati porta ad una aumentata produzione di insulina, la quale favorisce, attraverso una aumentata disponibilità di triptofano plsmatico (precursore, a livello del SNC, della serotonina), il passaggio di questo aminoacido attraverso la barriera emato-encefalica (Albi, 1994).

Un aumento di serotonina può portare all’ingestione di proteine; una sua diminuzione di serotonina porta all’ingestione di carboidrati.

È stato dimostrato sperimentalmente che iniezioni di serotonina a livello ipotalamico inducono anoressia. Al contrario, la deplezione delle scorte del neurotrasmettitore, in seguito a trattamento con pCPA, induce obesità.

Per tale motivo spesso si afferma che perdere peso è soprattutto una questione mentale: ogni diversa predisposizione d’animo modifica l’ipotalamo, da cui deriva la forma del nostro corpo.

In sintesi: nel Sistema Nervoso Centrale (SNC) i centri superiori con funzione di trasmissione e di modulazione dell'assunzione alimentare si situano a livello dell'ipotalamo. Questi sono il Nucleo Ventro-Mediale (NVM), sede del centro della sazietà, il Nucleo Laterale (NL), centro di integrazione di informazioni olfattive, visive, digestive e metaboliche, che sembra promuovere l'attività di assunzione del cibo e il Nucleo Paraventricolare (NPV), che integra vari segnali di inibizione, attraverso l'attivazione di fibre adrenergiche, e di stimolazione sui neuroni della sazietà,attraverso afferenze serotoninergiche. A livello periferico lo stimolo meccanico della distensione gastrica, con la mediazione del nervo vago, inibisce l'assunzione del cibo, come anche diversi modulatori ormonali prodotti dalla distensione intestinale, quali la colecistochinina (CCK), la bombesina e la somatostatina. E' interessante notare che dati di letteratura riportano diminuiti livelli di CCK in soggetti bulimici, ma anche in soggetti depressi (Battiato, 1996).

I cibi odierni influenzano intensamente questi meccanismi. Così a dipendenza da alcuni cibi (come il junk food) può essere interpretata come l’effetto dell’esposizione di alcune sostanze per le quali il nostro corpo non presenta modalità adattive.

Avena, Rada e Hoebel (Avena, Rada, Hoebel 2008) hanno scoperto che cavie a cui era stato dato libero accesso a zuccheri, grassi o cibo raffinato mostravano alterati meccanismi neurali collegati alla ricompensa che sono solitamente implicati nelle dipendenze.

I forti mangiatori di carboidrati tendono però a sviluppare una resistenza insulinica, e a questo punto, il quantitativo di insulina necessario a ridurre lo zucchero in circolo sarà maggiore. Nei meccanismi di craving c’è una profonda diversità tra un episodio acuto di tensione (uno stress improvviso, una paura, una delusione d'amore) che tendiamo a sopire temporaneamente con l'aiuto di qualche alimento di velocissimo assorbimento (zucchero, dolce, alcol) e una situazione continua di malessere emotivo accompagnata dall'assunzione di questo stesso tipo di alimenti.

La Barbera et al. propongono un modello descrittivo che riconduce tutte le forme di dipendenza (dalla co-dipendenza all’alcolismo, dal GAP allo shopping compulsivo, dall’internet addiction disorder allo sport addiction) a cui potremmo aggiungere quella che si instaura in molte persone che abusano di alcuni degli attuali cibi malsani.

I tre fattori presi in esame sono: 1) ossessività: pensieri e immagini intrusivi e ricorrenti riguardanti l’esperienza di dipendenza; 2) impulsività: incapacità di resistere al desiderio della messa in atto del comportamento di dipendenza; 3)compulsività: attuazione della condotta nonostante le possibili conseguenze negative.

Rispetto a ciò Khantzian ha formulato un’ipotesi secondo cui la dipendenza patologica è un tentativo di auto-terapia dell’Io.

In linea con queste considerazioni, Joyce McDougall afferma che sebbene l’individuo dipendente possa sentire di essere schiavo del tabacco, dell’alcol, del cibo, dei narcotici, degli psicofarmaci o di un comportamento sessuale compulsivo, i fini fondamentali della ricerca o dell’oggetto di dipendenza vengono esperiti inconsciamente come “essenzialmente buoni”, perché essi procurano un senso di benessere e in casi estremi possono persino arrivare a essere considerati come la massima aspirazione, a sua volta percepita come l’unica capace di dare significato alla vita dell’individuo

Dato che lo stato mentale disfunzionale del craving viene rinforzato sia dalle rappresentazioni positive associate al piacere della dipendenza, sia dalle rappresentazioni negative e dolorose dell’astinenza, ma anche e soprattutto dalle rappresentazioni positive legate alla possibilità di contrastare l’ansia e l’umore disforico emergenti dalle emozioni traumatiche attraverso la messa in atto del comportamento di dipendenza, è evidente che approcci alla cura delle dipendenze patologiche di tipo esclusivamente rieducativo o farmacologico tendono a risultare inefficaci.

BIBLIOGRAFIA

1. Basdevant A., Le Bergic M., Guy Grand B., Il comportamento alimentare: dalla normalità alla patologia. I.F.B. STRODER srl, 1992

2. Schreck, Kimberly A., Keith Williams, and Angela F. Smith. "A comparison of eating behaviors between children with and without autism." Journal of autism and developmental disorders 34.4 (2004): 433-438.

3. Rolls, Barbara J., et al. "Increasing the portion size of a packaged snack increases energy intake in men and women." Appetite 42.1 (2004): 63-69.

4. Rolls, BJ. (2003) The supersizing of America: portion size and the obesity epidemic. Nutr Today. 38: 42–53.

5. Voss, W. R., D. H. Buss, and L. W. Carroll. "A self-feeding device for infant baboon liquid diets." Laboratory animal science 21.6 (1971): 901-903.

6. Ravussinet al., 1988, Zurlo et al., 1990; Rizzello, Salvatore Marco, et al. "PRINCIPI DI NUTRIZIONE UMANA."L'obesità (1997): 49

7. MORLEY, JOHN E. "Neuropeptide Regulation of Appetite and Weight*."Endocrine reviews 8.3 (1987): 256-287.

8. Zurlo, Francesco, et al. "Low ratio of fat to carbohydrate oxidation as predictor of weight gain: study of 24-h RQ." American Journal of Physiology-Endocrinology And Metabolism 259.5 (1990): E650-E657.

9. Koob, George F., and Michel Le Moal. "Drug abuse: hedonic homeostatic dysregulation." Science 278.5335 (1997): 52-58

10. Gearhardt, A.N., Yokum, S., Orr, P.T., Stice, E., Corbin, W.R., Brownell, K.D. (2011). Neural correlates of food addiction. Archives of General Psychiatry, 68(8), 808-816

11. Wang, G-J., Volkow, N.D., Logan, J., Pappas, N.R., Wong, C.T., Zhu, W., et al. (2010). Brain dopamine and obesity. Lancet, 357, 354–357

12. Albi R., Boemi S., e coll. Aspetti biologici dei disturbi alimentari psicogeni: i profili ormonali. Patologie da alimentazione e nutrizione, Nuove Frontiere. III Convegno, Marzo 1994.

13. Avena, N.M., Rada, P., Hoebel, B.G (2008). Evidence for sugar addiction: Behavioral and neurochemical effects of intermittent, excessive sugar intake. Neuroscience and Biobehavioural Reviews, 32, 20–39

14. Caretti V, La Barbera D, eds. Alessitimia. Valutazione e trattamento, Astrolabio, Roma, 2005.

15. Caretti V, La Barbera D, eds. Addiction. La ricerca empirica nelle dipendenze patologiche. Milano: Raffaello Cortina; (in press).

16. Khantzian EJ. Affect and addictive suffering: a clinical perspective. In Ablon L, Brown D, Khantzian EJ, Mack JE, eds. Human feeling: exploration in affect development and meaning. Hillsdale, NJ: Analytic Press; 1993

17. McDougall J. L’economia psichica della dipendenza: una soluzione psicosomatica al dolore psichico. In: Rinaldi L, ed. Stati caotici della mente, Raffaello Cortina, Milano 2003.

18. McDougall J. L’economia psichica della dipendenza: una soluzione psicosomatica al dolore psichico. In: Rinaldi L, ed. Stati caotici della mente, Raffaello Cortina, Milano 2003.

19. E. Wiesel, One generation after, Randon House, New York, 1972.

 

 

 

PENSARE SANO AIUTA A SCEGLIERE LA GIUSTA QUANTITÀ DI CIBO

 

Articolo sulla rivista "Cultura fisica e fitness", lugl/agos 2015.

 

(Introduzione del libro "DAL MONDO DEL SOVRAPPESO ALL'UNIVERSO DELL'OBESITA')

 

Odiernamente le teorie sul dimagrimento appaiono, se non miopi, piuttosto ingenue.

Il senso comune da una parte, la scienza dall’altra e la comunicazione di massa che li distorce e amplifica nelle loro prospettive più aberranti: bisogna eliminare i grassi per dimagrire, mangiare poco per togliere i chili di troppo, l’obesità è una questione di geni e via dicendo; sono sintomi degeneranti della nostra società, i quali nascondono una causa più grande: la confusione.

Si parla spesso della sofisticata colazione dei campioni invece di far riferimento a quella più naturale del contadino. Un modo di considerare come il lavoro in un campo di calcio goda più credito di quello su un campo di grano.

Le deduzioni si traducono in certezze lapidarie: “di tutto un po’”, characteristicae universales del regime alimentare corrente. Passa sotto il silenzio l’individualità.

Ci si affida ai consigli di quel conoscente che, durante un incontro, con spontaneità sanguinaria, stipulava menù dietetici stravaganti.

Si avanza con la dieta: un bicchiere d’acqua, un piattino di riso, la carne senza sale, la lunetta delle verdure… che ci farà messo lì, quasi per caso, il dolce!?

Ed ecco l’impetuoso focolare (al picco!) di una suprema libidine zuccherina (la petite mort!) generato dal flusso ormonico: ha inizio il duello con le leggi dell’evoluzionismo.

L’adrenalina bagna i neuroni, la salivazione è un fiume in piena, la pupilla si dilata mentre il riflesso di un cibo proibito viene obliterato sul liquido lacrimale che ricopre la membrana vitrea dell’occhio (lo sguardo lo indica senza possibilità d’errore).

In questo frangente la motivazione è barriera che tiene a freno i desideri e le voglie. Essi si accumulano come acqua in una diga.

In questo peculiare meccanismo risalta l’efficienza dell’ipotalamo e della corteccia cerebrale che sono coinvolti nell'organizzazione dei comportamenti mirati a uno scopo: le incursioni nel frigorifero.

La diga cede.

Quello che doveva essere l’ennesimo “pasto dietetico” si trasforma – dopo qualche istante – in un’abbuffata cannibalesca.

L’effetto endorfinergico si sedimenta nei movimenti parcellari degli zigomi dopo la distruzione della diga motivazionale.

Sorge il sorriso.

Straripano le risposte sensoriali e il soggetto viene uraganizzato nei voraci desideri metabolici del cervello.

Molto spesso la realtà dell’obeso – e meno frequentemente del soggetto in sovrappeso –si presenta in questo modo: un vagar faticoso dietro desideri che non sarebbero mai soddisfatti completamente e che, anzi, produrrebbero una solidacontraddizione: l’immediato piacere del cibo e la successiva sofferenza (senso di colpa).

Termini come perseveranza, forza di volontà, motivazione rappresentano le uniche speranze alle quali far riferimento.

A peggiorare tale circostanza è l’incapacità di alcuni professionisti di mettersi nei panni dell’altro, di produrre empatia, di partecipare emotivamente al vissuto del proprio paziente, di comunicare all’individuo piuttosto che a “classi di individui” , di porre rimedio ad una immaginazione arrovellata nella brama del cibo.

In questo panorama attuale la dieta, spesso considerata come ipotesi jolly, tiranneggia come l’orco o la strega nelle fiabe. Ripetuta coattivamente, si spera che, a forza di seguirla scrupolosamente, si ottenga il risultato desiderato.

Presto si forma un triangolo drammatico: dieta, abbuffata, senso di colpa ovvero l’individuo tra “persecutore” e “salvatore” in un effetto perverso che, con il tempo, ospedalizza il corpo nella buia realtà del grasso.

Vittime del disprezzo della società, desiderosi di uno sguardo che desidera d’esser cieco di fronte alle tentazioni, creature che vivono fra il più e non ancora, la raffigurazione degli obesi si presenta in questi termini.

Ma quale rimedio?

Necessita, a questo punto, introdurre una prospettiva che permetta una lettura di questa realtà.

Per inoltrarci in questa palude epistemologica – dove è molto facile perdersi o rimanere intrappolati – sarebbe per caso auspicabile guardare con la lente scientifica dell’osservazione?

Dovremmo, in questo caso, affinare quanto più possibile il nostro fiuto clinico esplorando i meandri dell’inconscio con la “proboscide” analitica invece che col “terzo orecchio”? O, semplicemente, basterebbe gabellare la faccenda obesità come “fatto clinico” (certamente appannaggio di specialisti selvaggi) più che condizione cronica conseguente la presenza di tracce mnestiche e, quindi, abitudini comportamentali poco utili e dannose.

Cosa ben spiegabile, l’ingrassamento, quale preavviso rimescolio di riflessi stabilmente condizionati.

Per fare un esempio possiamo sostenere che per dimagrire occorra nutrirsi bene, ma sappiamo anche, dalla psicologia, che circa l’85% dei nostri comportamenti sono abituali, compresi quelli alimentari.

Ma quanti di questi sono utili ai fini del dimagrimento? Il padre della psicologia americana, Williams James, affermò “La più grande scoperta della mia generazione è che gli esseri umani possono cambiare le loro vite cambiando le abitudini mentali”.

Molti individui abbandonano la dieta non perché hanno poca forza di volontà ma perché non hanno trovato dei comportamenti utili che li indirizzano al successo, o meglio non sono stati “rinforzati” rispetto all’ottenimento di quel comportamento.

In altri termini, pur possedendo un programma dimagrante stilato in base alla loro individualità, potrebbero continuare a possedere delle “abitudini mentali” non utili all’obiettivo prefissato.

L’impegno a superare determinati “obstacles” – soprattutto di natura concettuale – può essere attuato con la presa in carico della prospettiva psico-socio-biologica.

Abolite le singolarità decontestualizzate e le assolutizzazioni di branca, propendendo per la visione molteplice delle cose, per l’eclettismo, per un approccio olistico e una dimensione “panteistica” del corpo umano o, come direbbero i francesi, “un système où tout se tient”: far convergere più discipline tra loro – stabilendo le dovute priorità in base alle necessità individuali del cliente – è un approccio che si potrà osservare anche sulle “note” di questo libro.

Vietata dunque la prospettiva secondo la quale discipline come la dietologia – portate al più alto grado meccanicistico – utilizzano il mentale solo come materiale d’astrazione, ove il fenomeno corporeo e quello psichico non si fondono l’uno nell’altro.

Del resto, sarebbe più auspicabile insistere con i principi di una determinata posizione teorica (come potrebbe essere la visione dietologica) per arrivare a certe conclusioni, oppure partire da certe conclusioni (è il caso di una spiegazione psico-comportamentale dell’azione alimentare) per arrivare alla precitata posizione teorica?

Esistono, infatti, sintomi che possono essere interpretati prendendo come bussola l’impalcatura primitivistico-inconscia dell’uomo; altri in termini di predisposizione genetica; ed altri ancora valutando le pressioni ambientali con le quali l’individuo viene sollecitato e via dicendo.

Tutte queste prospettive s’intrecciano nel mondo del sovrappeso fino a dilatarsi nell’universo dell’obesità

 

CIRCOLI VIZIOSI. Dai disturbi psicologici che portano all'obesità alla dieta che porta ai disturbi psicologici

Articolo redatto dal dott. Claudio Lombardo e dalla dott.ssa Stefania Romano; marz/apr 2015.

“"Dieta" è quella stessa malattia da cui pretende di esserne la cura”.

(cit. Karl Kraus sulla psicoanalisi)

 

Come il digiuno anoressico, anche il nutrirsi, se caratterizzato dall’eccesso, viene considerato patologico, catalogato nell’ambito dei disturbi psicologici e psichiatrici (Guiducci, 2009).

Per quanto riguarda l’obesità, l’individuazione di un aspetto cognitivo centrale è piuttosto difficile (Treasure, Schmidt, van Furth, 2006).

Un ruolo importante è stato anche attribuito a fattori di tipo cognitivo, quali illocus of control (per specificare il disequilibrio tra quello interno ed esterno), che determinano un rinforzo delle istanze depressive qualora il soggetto si ritenga responsabile della propria condizione (Pierce, Walsh, Wardle, 1997).

Si è, inoltre, ipotizzato un rapporto diretto fra grado di obesità ed entità dei disturbi psichici (Holland e al. 1970).

Anche se l’insoddisfazione e l’angoscia per la propria immagine corporea sono strettamente legate alla psicopatologia e vengono considerate come l’aspetto psicologico centrale nei disturbi alimentari, ma non esiste ancora una definizione uniforme per quanto riguarda l’obesità (Devlin, Goldfein, Dobrow, 2003).

I fattori di rischio che possono contribuire allo sviluppo di disturbi psichici derivano da:

1) Fattori indipendenti: presentano la stessa probabilità di accadere sia tra gli obesi sia tra i non obesi (ad esempio, il genere femminile) 2) Fattori potenziali: avrebbero comunque conseguenze, al di là del peso corporeo, ma la loro influenza è aumentata dalla presenza di obesità (ad esempio, la derisione da parte di coetanei). 3) Fattori sinergici: richiedono, per estrinsecarsi, la presenza di una condizione di obesità (per esempio cambiamenti ciclici del peso, fenomeni di binge eating) (Molinari, Compare, 2006).

Il bambino obeso viene descritto in letteratura (Marcelli, 1996) con una struttura di personalità caratterizzata da una tendenza generalizzata alla passività e alla dipendenza dall'oggetto materno e dalla presenza di vissuti depressivi.

Ammesso che sia possibile formulare un’affermazione generalizzata, si potrà dire che il mangiar troppo e l'eccesso di peso possono avere un “effetto stabilizzante” su un adattamento complessivamente precario e che anche una depressione grave può non manifestarsi fino a quando persiste l'eccedenza ponderale (Hilde, 2000).

Secondo Telch e Agras (1994), soggetti che durante l’infanzia e l’adolescenza sono esposti a marcate fluttuazioni del peso corporeo, sono poi anche più vulnerabili a sviluppare un tipo di alimentazione disorganizzata e più suscettibili ad alterazioni latenti del tono dell’umore, che l’evento stressante acuto tenderebbe a far riaffiorare (Telch, Agras, 1994).

Nei bambini obesi in terapia dietologica si sono osservati livelli di psicopatologia ansiosa o depressiva significativamente più alti (37,3%) rispetto a quelli non sottoposti ad alcun trattamento (23%) (Van Vlierberghe, Leen, et al., 2009). Tale dato potrebbe sostenere l’ipotesi del possibile effetto iatrogeno di incongrue terapie dietetiche.

In una pubblicazione precedente, R. A. Sansone, L. A. Sansone e Wiederman (1997) segnalarono differenti percentuali di prevalenza della sintomatologia borderline in due popolazioni di donne obese. Nella popolazione generale il 7% del campione rispondeva ai criteri di un disturbo di personalità borderline, stima nettamente inferiore a quella registrata in un campione di donne sottoposte ad un programma di trattamento, che risultava essere di circa 40% (Sansone, Sansone, Wiederman, 1997).

La posizione sostenuta dagli autori è relativa alla circostanza secondo cui esiste una relazione eziologica tra i due fattori, per cui il disturbo borderline sarebbe uno dei tanti substrati eziologici che concorrerebbero all’obesità, posizione, questa, condivisa dagli autori. Chiedere ad un paziente obeso di prendere nuovamente in considerazione il fatto di perdere peso dopo molti fallimenti, presentandogli semplicemente una nuova dieta, non contribuisce ad aumentare il livello di fiducia in sé stesso (Ventura, Bauer , 1998).

Seligman (Maier, 1967) ha descritto questo concetto di “impotenza appresa” come un complesso di deficit emotivi, cognitivi e della motivazione, derivante da ripetute esposizioni ad eventi negativi incontrollabili. Gli obiettivi auspicati, attesi, non possono essere più messi in relazione con atti, sforzi praticabili, ed il soggetto precipita nell’inazione. Il concetto, essendo mutuato dalla ricerca sugli animali è stato in seguito criticato e rivisitato da più parti, ed anche dallo stesso Seligman: insieme ad Abramson e Teasdale (1978); egli ha introdotto modifiche al quadro teorico iniziale che non contemplava le “attribuzioni causali” fatte dalle persone in relazione alla propria impotenza. Un’attribuzione causale interna, generalizzata e stabile riferita all’impotenza, conduce infatti ad un senso di ineluttabilità più marcato e ad una sfiducia più estesa, laddove invece attribuire la propria impotenza a fattori esterni, oppure interni ma specifici e/o variabili può consentire di sottrarsi alla generalizzazione ed alla cronicizzazione.

Negli ultimi anni la ricerca scientifica e clinica, volta allo studio dei disturbi del comportamento

alimentare, ha evidenziato la stretta connessione tra la sfera psichica e il sistema neuroendocrino e,

quindi, l'importanza fondamentale che riveste l'integrazione di entrambe le componenti per una

complessiva ed esaustiva valutazione del problema (Basdevant, Le Bergic, Guy Grand, 1992; Bersani, 1994; Williams et al., 2001).

Gearhardt e colleghi (2011, 2012) hanno proposto di utilizzare i criteri diagnostici per la dipendenza da sostanze così come descritti nel DSM-IV-TR ed applicarli al comportamento alimentare.

Da questa idea è così nata la Yale Food Addiction Scale (YFAS) (Gearhardt, Corbin, Brownell, 2009) come tentativo di operazionalizzare il concetto di dipendenza da cibo.

Gearhardt e colleghi difendono la scelta di utilizzare i criteri diagnostici della dipendenza da sostanze per la food addiction sulla base del crescente numero di ricerche che lega l’eccessivo consumo di cibo con la dipendenza.

Gli autori mettono in evidenza sia grazie all’assunzione di cibo che all’uso di droghe. Per quanto riguarda gli studi sugli essere umani, Wang e colleghi (Wang, Volkow, Logan, Pappas, Wong, Zhu, et al. 2010) hanno messo in evidenza che il cibo e l’uso di droga producono lo stesso risultato a livello cerebrale, ossia la comune attivazione dei sistemi della dopamina e degli oppioidi (cibo → rilascio di dopamina → piacere).

"L’organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) descrive il concetto di dipendenza patologica o di sindrome della dipendenza come “quella condizione psichica e talvolta anche fisica, derivante dall’interazione tra un organismo vivente e una sostanza tossica, e caratterizzata da risposte comportamentali e da altre reazioni, che comprendono sempre un bisogno (Pigatto, 2003).

In primo luogo, Avena, Rada e Hoebel (2008) hanno scoperto che cavie a cui era stato dato libero accesso a zuccheri, grassi o cibo raffinato mostravano alterati meccanismi neurali collegati alla ricompensa che sono solitamente implicati nelle dipendenze.

Un’altra constatazione molto rilevante da introdurre nel settore della dietologia è inerente la circostanza secondo la quale il 20/30% degli individui sovrappeso che si rivolgono ai programmi nutrizionali per perdere peso, sono classificati come binge eaters (Spitzer et al., 1993). E’ stato ipotizzato, inoltre, che la proposta di inserire l’obesità come disturbo mentale sembra derivare dalla stigmatizzazione verso le persone affette da obesità (Wang, et al., 2004) perché attribuisce ad esse la presenza di tratti psicologici alterati.

Nel numero di Maggio del 2007 dell’American Journal of Psychiatry è stato pubblicato un editoriale dal titolo “Issues forDSM-V: Should Obesity be included as a Brain Disorder?”

Nell’introduzione alla quarta edizione del manuale si legge: “la dizione disturbi mentali implica (sfortunatamente) una distinzione tra disturbi mentali e disturbi fisici che rappresenta un riduttivo anacronismo riguardante il dualismo mente/corpo. Un’ampia letteratura documenta che c’è molto di fisico nei disturbi mentali e molto di mentale nei disturbi fisici”.

Il problema sollevato dalla dizione disturbi mentali è più chiaro di quanto non sia stata la sua soluzione e, sfortunatamente, la dizione permane nel manuale poiché è stato trovato un sostituto appropriato” (DSM IV-TR-introduzione).

Il quadro si complica se si pensa che nel momento in cui la classificazione di un disturbo mentale dipende dalla valutazione dello stato mentale tale classificazione diviene più difficile (Treasure, Schmidt, van Furth, 2006).

Tymoty Wlash, durante il meeting annuale dell’American Psychiatric Association’s (APA) del 2010, ha affermato che al momento non ci sono evidenze che supportano tale ipotesi, tuttavia alcuni casi potrebbero rientrare nella categoria (Cuzzolaro, 1998).

Molti studi empirici hanno dimostrato che le persone obese riportano maggiori compromissioni e limitazioni fisiche rispetto agli individui normopeso (Doll, Petersen, Brown, 2000; Fine, Jennifer et al., 1999; James et al. 2004) nonché una percezione significativa del proprio funzionamento psicosociale, del benessere psicologico e, in generale, della salute mentale (Fontaine, Barofsky, 2001; Kushner, Foster, 2000; Wadden et Stunkard, 1985).

In tal senso i disturbi del comportamento alimentare possono quindi essere considerati come soluzioni auto terapeutiche atte ad arginare l’angoscia (Bruck, 1997).

Un altro dato allarmante riguarda i bambini che sono obesi da piccoli che possono con più probabilità divenire adulti obesi, con i rischi maggiori per bambini più pesanti e, infine, essi esperiscono con maggiore facilità sentimenti di scarsa autostima e sintomatologia psichiatrica legata all’obesità (Levine et al., 2001).

Tra i bambini in sovrappeso, specialmente in periodo pre-puberale, vi è una presenza significativamente maggiore di disturbi della condotta e i problemi comportamentali infantili appaiono associati ad un aumentato del rischio di obesità in età adulta (Duarte et al., 2010). Si stima che circa il 25-50% dei bambini obesi mantiene l’eccesso ponderale anche in età adulta (Bellisle, France, et al., 1988; Serdula, Mary, et al. 1993; Strauss, Barlow, Dietz., 2000).

In un largo studio Santonastaso et al., (2000) su una popolazione di soggetti obesi, hanno individuato due differenti aspetti di comorbilità psichiatrica, definite nei termini di comorbilità primaria o obesità complicata e comorbilità secondaria o obesità non complicata. Alla prima categoria secondo gli autori appartengono quei soggetti nella quale l’insorgenza di patologie psichiatriche (in particolare, disturbi dell’umore e disturbi d’ansia) precede la comparsa dell’obesità; tipica di questi soggetti è l’iperalimentazione compulsiva, riscontrabile ad esempio nei pazienti affetti daBinge eating disorder (Mussel, Mitchell, Weller, 1995).

Nella seconda tipologia di presentazione rientrano quei pazienti in cui i disturbi psichiatrici si manifestano dopo l’insorgenza dell’obesità in quanto condizionati da vari fattori biopsicosociali (complicanze mediche, stigma sociale nei confronti dell’obesità, ripetuti fallimenti dietoterapeutici) (Pasquette, Raine, 2004).

Nel 1957 Kaplan et al. (Kaplan, Singer Kaplan, 1957), in un’ampia revisione della letteratura dell’epoca sul fenomeno obesità, riconoscono una causalità psichica nella maggior parte dei casi di obesità.

Studi di Molinari et al., condotti su campioni di soggetti obesi, hanno riscontrato una maggiore prevalenza di patologie psichiatriche come depressione maggiore, disturbo da attacchi di panico, bulimia nervosa, abuso di sostanze, disturbo istrionico, evitante e bordeline di personalità, rispetto ai soggetti normopeso (Molinari, Ragazzoni, Morosin, 1997).

Da una valutazione sulle caratteristiche psicopatologiche, di Ricca e collaboratori, (Ricca et al., 1996) i disturbi dell’umore risultavano significativamente più frequenti (p < 0.005) nei pazienti obesi rispetto ai controlli (11.8% vs. 11%). In particolare, i disagi esibiti con maggiore probabilità da questa popolazione erano: depressione maggiore nel 14.2% dei casi di obesità rispetto all’1.3% di quelli dei controlli, distimia nel 13.1% di soggetti obesi confrontato con il 9.6% dei controlli e dipendenza dall’alcol trovata nell’1.2% del campione di obesi paragonato allo 0.4% nel gruppo di controllo. I due gruppi non si distinguevano per quanto riguarda la prevalenza di altri disturbi mentali e per i livelli di ansia di stato e di tratto.

Il fatto che queste persone risentano fortemente della pressione sociale ad essere magri, può concorrere alla deflessione dell’umore, soprattutto se a questo aggiungiamo anche l’incapacità di gestire la propria alimentazione e i continui fallimenti dei regimi dietetici che tendono a far crollare l’autostima e ad originare un quadro clinico depressivo (Mannucci, Ricca, Rotella, 2001).

Alcuni studi israeliani riportano che almeno la metà dei bambini obesi in età scolare presentano tutti i sintomi del disturbo da attenzione ed iperattività (ADHD) (Agranat-Meged et al., 2005) mentre tra quelli in sovrappeso molti presentano quadri sottosoglia di ADHD caratterizzati da deficit di attenzione e impulsività.

Dal 30 al 50% dei bambini obesi in trattamento hanno sintomi di depressione da moderata a grave e tra le adolescenti obese il rischio suicidario è significativamente più elevato che tra le coetanee normopeso (Young-Hyman et al., 2006).

Peraltro l’influenza della depressione nello sviluppo dell’eccesso ponderale pare mediata dalla ridotta attività fisica tipica di questa patologia (Vinai et al., 2011).

Circa un terzo dei bambini obesi, ma non di quelli sovrappeso, lamenta elevati livelli d’ansia. Neanche in questo caso vi sono dati che chiariscano la natura del legame tra disagio psicologico ed eccesso ponderale o se entrambe queste caratteristiche siano influenzate da altri fattori quali la psicopatologia genitoriale o lo stile di attaccamento. Non va comunque dimenticato che la maggior parte dei bambini sovrappeso o obesi non manifestano alcuna patologia psichiatrica o problematica psicopatologica (Janicke, et al., 2008).

Diversi autori - Brondie (1988), Faubel (1989) Wadden (1987), Cash (1990) - si sono occupati del concetto diimmagine corporea negli individui obesi, constatando come questi esperiscono, nei casi meno complicati, insoddisfazione per la propria immagine corporea (body image dispargement), o una vera e propria distorsione dell’immagine corporea (body image distorsion) nei soggetti più disturbati.

Questo carattere di “estraneità del corpo” viene rafforzato dalle difficoltà del soggetto obeso a muoversi, a raggiungere alcune zone del suo corpo, a percepire i confini estesi della propria immagine corporea (Recalcati, 2002).

Le limitazioni funzionali presenti nell’obeso, insieme a quelle relative alla vita di relazione insieme alle ripercussioni psicologiche, associandosi compromettono notevolmente anche la qualità di vita (Galli et al., 1991).

Anche se, sostenere posizioni generalizzanti, come nel caso dell’affermazione dello scrittore Cyril Connolly (1944) potrebbe risultare generalizzante, in quanto, il disagio di vivere in un corpo in forte sovrappeso, nella fattispecie, dipende dal vissuto psichico dell’individuo.

Anche se nei soggetti obesi si celano immagini e desideri di un corpo magro (Aveni, Caputo, Cuzzolaro, 1998) esistono molte persone obese che vivono una vita attiva, tranquilla e ricca di significato (Bruch, 2000).

Comunque una valutazione delle condizioni psicopatologiche dei soggetti obesi può risultare utile sia nella fase di inquadramento diagnostico sia in quella dell’impostazione terapeutica e sottolinea la necessità di un approccio integrato a questo tipo di problematica (Ricca et al., 1996).

BIBLIOGRAFIA

1. Bruch, Hilde. Eating disorders: Obesity, anorexia nervosa, and the person within. Vol. 5052. Basic Books, 1973.

2. Guiducci, Valentina. "Binge Eating Disorder e regolazione affettiva: cibo, emozioni, relazioni." Salute e Società (2009).

3. Treasure, Ulrike Schmidt, Eric van Furth, I disturbi dell’alimentazione, Il Mulino, 2006

4. Pierce, Jeanne Walsh, and Jane Wardle. "Cause and effect beliefs and self‐esteem of overweight children." Journal of Child Psychology and Psychiatry38.6 (1997): 645-650

5. Devlin, M. J., Goldfein, J. A., Dobrow, I., (2003). What is this thing called BED? Current status of Binge Eating Disorder nosology. International Journal of Eating Disorders, 34(suppl.1), pp. S2-S18.

6. Molinari, Enrico, Angelo Compare, and Luca Valtorta. "Relazioni familiari nell’obesità infantile e adolescenziale." Salute & equilibrio nutrizionale. Springer Milan, 2006. 91-110

7. Telch, C. F., Agras, W. S., (1994). Obesity, binge eating and psychopathology: are they related? International Journal of Eating Disorders, 15(1), pp. 53-61

8. Van Vlierberghe, Leen, et al. "Psychiatric disorders and symptom severity in referred versus non-referred overweight children and adolescents." European child & adolescent psychiatry 18.3 (2009): 164-173

9. Sansone, R. A., Sansone, L. A., Wiederman, M. W., (1997). The comorbidity, relationship and treatment implications of borderline personality and obesity. Journal of Psychosomatic Research, 43(5), pp. 541-543

10. Ventura, M,e Bauer,B,m Empowerment of women with puring – type bulimia nervosa throught nutritional rehabilitation, in “Eating and Weight Disorders”,4, pp. 55-62

11. M.P.E. and Maier, S.F. (1967). Faiulure to escape traumatic shock. Journal of Experimental Psychology, 74, 1-9; M.E.P. (1975

12. Abramson, L.Y., Seligman, M.E.P., and Teasdale, J.D. (1978). Learned helplessness in humans: Critique and reformulation. Journal of Abnormal Psychology, 87, 49-74

13. Basdevant A., Le Bergic M., Guy Grand B., Il comportamento alimentare: dalla normalità alla patologia. I.F.B. STRODER srl, 1992

14. Gearhardt, A.N., Yokum, S., Orr, P.T., Stice, E., Corbin, W.R., Brownell, K.D. (2011). Neural correlates of food addiction. Archives of General Psychiatry, 68(8), 808-816

15. Wang, G-J., Volkow, N.D., Logan, J., Pappas, N.R., Wong, C.T., Zhu, W., et al. (2010). Brain dopamine and obesity. Lancet, 357, 354–357

16. Avena, N.M., Rada, P., Hoebel, B.G (2008). Evidence for sugar addiction: Behavioral and neurochemical effects of intermittent, excessive sugar intake.

17. Wang, Shirley S., Kelly D. Brownell, and T. A. Wadden. "The influence of the stigma of obesity on overweight individuals." International journal of obesity28.10 (2004): 1333-1337

18. Cuzzolaro, M., and M. Magnani. "Obesità e disturbi del comportamento alimentare." Obesità. Rome, Italy: Kurtis (1998

19. Doll, Helen A., Sophie EK Petersen, and Sarah L. Stewart Brown. "Obesity and physical and emotional well being: associations between body mass index, chronic illness, and the physical and mental components of the SF 36 questionnaire." Obesity research 8.2 (2000): 160-170

20. Fontaine, K. R., and Ivan Barofsky. "Obesity and health‐related quality of life."Obesity reviews 2.3 (2001): 173-182; ; Kushner, Robert F., and Gary D. Foster. "Obesity and quality of life." Nutrition16.10 (2000): 947-952.

21. Levine, Ringham, Kalarchian M. A., Wisniewski L., Marcus M. D., (2001). Is family-based behavioural weight control appropriate for severe pediatric obesity? International Journal of Eating Disorders, 30(3), pp. 318-328

22. Duarte C.S., Sourander A., Nikolakaros G., Pihlajamaki H., Helenius H., Piha J., Kumpulainen K., Moilanen I., Tamminen T., Almqvist F., Must A. (2010) “Child mental health problems and obesity in early adulthood”, J. Pediatr., 156(1): 93-7).

23. Bellisle, France, et al. "Obesity and food intake in children: evidence for a role of metabolic and/or behavioral daily rhythms." Appetite 11.2 (1988): 111-118; Mossberg, Hans-Olof. "40-year follow-up of overweight children." The Lancet334.8661 (1989): 491-493

24. Santonastaso et al., La comorbidità psicologia psicologica e psichiatrica dell’Obesita’. 2000; III Congresso Nazionale SISO, Aprile, 2000

25. Mussel M., Mitchell J., Weller C.: Onset of binge eating, dieting, obesity and mood disorder among subjects seeking treatment for binge eating dirsorder. Int. J. Eat Disord, 1995; 17:395-401

26. Pasquette MC, Raine K: Sociocultural context of women’s body image, Soc Sci Med Sep. 2004; 59:1047-58

27. Kaplan, Harold I., and Helen Singer Kaplan. "The psychosomatic concept of obesity." Journal of Nervous and Mental Disease (1957

28. Molinari, Enrico, Angelo Compare, and Luca Valtorta. "Relazioni familiari nell’obesità infantile e adolescenziale." Salute & equilibrio nutrizionale. Springer Milan, 2006. 91-110

29. Ricca, V., Mannucci, E., Di Bernardo, M., Mezzani, B., Carrara, S., Rizzello, S. M., La Malfa, G., Rotella, C. M., Cabras, P. L., (1996

30. Mannucci, E., Ricca, V., Rotella, C. M., (2001). Il comportamento alimentare nell’obesità: fisiopatologia e clinica. Milano: Edra

31. Agranat-Meged A.N., Deitcher C., Goldzweig G., Leibenson L., Stein M., Galili-Weisstub E. (2005) “Childhood obesity and attention deficit/hyperactivity disorder: a newly descrive

32. Young-Hyman D., Tanofsky-Kraff M., Yanovski S.Z., Keil M., Cohen M.L., Peyrot M., Yanovski J.A. (2006) Psychological status and weight-related distress in overweight or at-risk-for-overweight children. Obesity (Silver Spring), 14(12): 2249-58

33. Vinai, Piergiuseppe, et al. "L'obesità infantile. Eziologia, prevenzione e cura secondo il modello cognitivo-comportamentale." Psicobiettivo (2011

34. Janicke D.M., Harman J.S., Kelleher K.J., Zhang J.J. (2008) “Psychiatric diagnosis in children and adolescents with obesity-related health conditions”, Dev. Behav. Pediatr., 29(4): 276-84

35. Brondie, Slade PD: The relationship between body-image and body-fat in adults women. Psychol med, 1988

36. Recalcati, Massimo. Clinica del vuoto. Anoressie, dipendenze, psicosi. Vol. 6. FrancoAngeli, 2002

37. Cyril Connolly, La tomba inquieta, 1944

38. Aveni, F., Caputo, G., Cuzzolaro, M., (1998). La dimensione psichica del soggetto obeso. In O. Bosello (ed.), Obesità. Un trattato multidimensionale (pp. 493-497). Milano: Kurtis

 

 

APPRENDERE L’OBESITA’. Un’anomalia della percezione della fame.

Articolo pubblicato sulla rivista "Cultura fisica e fitness", gen/feb 2015;

del dott. Claudio Lombardo e dott.ssa Stefania Romano.

 

Quando si parla di obesità, o anche semplicemente di sovrappeso, la prima azione che si compie è quella di individuare in modo manicheo cibi buoni e cibi cattivi. Così, la castrazione di una mente eccessivamente lussuriosa di cibi “proibiti”, secondo molti, dovrebbe portare ad evitare la dura condanna del “tribunale metabolico”.

La dieta, in questo frangente, emerge come appetizione della magrezza (Margesucht), come mezzo di trattamento della psicosi alimentare da parte del soggetto, come difesa dall’incontro sgradevole con il proprio corpo.

Oggigiorno sembra che si stia cambiando rotta, e le “evidence-based medicine”più che essere utilizzate come prima (ed unica) soluzione nella terapia dimagrante vengono impiegate come supporto di una impalcatura che regge variabili di natura psico-sociale.

La lettura di quest’ultime potrebbe risultare a primo acchito infinita, criptica e astrusa.

Prendersi cura di sè (epimeleia heautou), tramite l’apprendimento di tecniche di vita (techne tou biou) – intese come efficaci “strumenti” che ci permettono di raggiungere i nostri obiettivi - è la base del processo del dimagrimento.

Infatti, la regolazione di sistemi complessi - quali il metabolismo energetico, la funzione riproduttiva e il comportamento alimentare - è il risultato della trasmissione di molteplici vie di segnale la cui azione ha origine sia a livello di strutture centrali dell’organismo che a livello periferico.

Oggetto della ricerca psicologica sono le “attività mentali relative all’acquisizione, all’immagazzinamento, all’organizzazione e alla valutazione delle esperienze, e alla loro successiva utilizzazione nella guida del comportamento (Carr, 1930).

Ciò che è centrale in questa definizione è il concetto di “comportamento guidato, orientato verso”; ovvero, con formulazione pienamente evoluzionistica, “comportamento adattivo”.

Ad esempio, un uomo affamato che si procura del cibo e mangia fino ad essere sazio pone in atto un comportamento adattivo. La fame è la stimolazione motivante, il cibo è la parte della situazione sensoriale, il mangiare è la risposta che soddisfa la motivazione iniziale.

Il comportamento, in quest’ottica, risulta essere un adattamento alle contingenze degli eventi e di obiettivi dove l’apprendimento gioca un ruolo fondamentale.

Ma quando l’apprendimento può configurarsi in azioni che possono risultare disfunzionali per l’individuo?

Per quanto concerne questo aspetto Hilde Bruch (1973) si sofferma sull’interazione diadica madre-figlio nella comprensione dei disturbi alimentari. L’alimentazione viene considerata una funzione corporea non innata ma che contiene degli elementi di apprendimento e di cui ci si può servire per ottemperare a bisogni non legati alla nutrizione.

Una prima ipotesi sulla patogenesi dell’obesità nell’infanzia, basata sulle osservazioni cliniche di Bruch identificava alla base dei disturbi del comportamento alimentare un’anomalia sulla percezione della fame causata da un errato apprendimento. Secondo Bruch il genitore può fraintendere le sensazioni fisiche del figlio, fino ad abusare della funzione nutritiva come soluzione disfunzionale a complessi problemi emozionali ed interpersonali. L’autrice riconosceva in tali comportamenti, in particolare della madre, una possibile causa del comportamento alimentare disfunzionale, che sta alla base dell’obesità del figlio.

Uno dei fattori di di disturbo materno sulla precoce comparsa dei disturbi dell’alimentazione è costituito dal comportamento di pressione esercitato verso il bambino, che si manifesta in una costante attenzione e preoccupazione affinché egli mangi e che può essere alla base di un atteggiamento reattivo di rifiuto del cibo da parte del bambino.

Durante la fase neonatale la madre fornisce stimoli di rafforzamento e, per farlo, deve imparare a scoprire i cambiamenti ciclici della condizione fisiologica del bambino e regolare l’orario di conseguenza.

Se la madre offre cibo in risposta a segnali indicanti il bisogno di nutrimento, il bambino svilupperà gradualmente l’engramma di “fame”, quale sensazione diversa da altri stati di tensione o di bisogno.

Ma spesso accade che alle esperienze fuorvianti riguardanti il mangiare si associano storture continue della comunicazione verbale con definizione sbagliate di quello che è lo stato del bambino, per cui gli si dice che deve aver fame (o freddo, o dev’essere stanco), prescindendo del tutto dall’esperienza del bambino stesso.

Dunque la madre decodifica immediatamente gli stati interni, mentali, fisici ed emotivi del bambino: “mangia perché hai fame”, “copriti perché hai freddo” non permettendogli di esplorare, riconoscere ed esprimere in modo autonomo le emozioni, e quindi gli induce un senso di inaffidabilità circa le proprie capacità di riconoscere e decodificare “ciò che prova”.

La mancanza di risposte regolarmente e conseguentemente congrue alle sue necessità priva il bambino che si sviluppa delle basi essenziali su cui edificare la propria “identità fisica”e la consapevolezza percettiva e concettuale delle proprie funzioni, in altri termini priva il bambino di distinguere tra i diversi bisogni.

Nel bambino obeso vi è l’incapacità di riconoscere i segnali biologici di fame-sazietà ed una tendenza ad interpretare i segnali emozionali (ansia, insoddisfazione, noia ecc.) come sensazione di fame. Questa percezione errata può contribuire ad una scorretta alimentazione e all’aumento ponderale.

Quando la madre, inoltre, interpreta le manifestazioni comunicative del figlio in rapporto alla propria persona, si sostituisce a lui nel modulare le esperienze fisiche negandogli la possibilità di sperimentare la propria corporeità

Sempre secondo Hilde Bruch, l’obesità e l’anoressia hanno in comune la stessa matrice patogenetica: l’assenza o l’inadeguatezza delle risposte genitoriali ai segnali attraverso cui il bambino manifesta i suoi bisogni. Tra le possibili cause di simili “deficit”, Bruch individua l’alto livello di ansia e di discordia che vige nelle famiglie con figlio obeso, unitamente ad un atteggiamento genitoriale soverchiante e possessivo. Simili meccanismi limiterebbero l’acquisizione , da parte del bambino, di una padronanza dei limiti del proprio Sé, una incapacità nel riconoscere e differenziare le sensazioni corporee dalle tensioni emotive, manifestando così un difetto di apprendimento primario.

Inoltre, nell’attaccamento insicuro il bambino si trova a fare i conti con questa insicurezza e ambivalenza avendo difficoltà ad effettuare una lettura autonoma del proprio vissuto emotivo e corporeo.

In tali termini se la reazione materna è sempre incongrua a prescindere dal suo carattere di negligenza o di eccessiva sollecitudine, di costrizione o di permissività indiscriminata, il risultato per il bambino sarà una confusione che lo renderà sempre perplesso.

Quando sarà più grande, non saprà distinguere tra l’aver fame o l’essere sazio, tra il bisogno di mangiare e qualche altro stato di disagio.

Successivamente, nel caso in cui un genitore inciterà il proprio bambino a mangiare, dispensando delle punizioni, lo indurrà ad obbedire agli ordini insegnando solo l’ubbidienza all’autorita’ (evitamento di uno stimolo avversivo) non aiutandolo così a rispondere bene ai propri bisogni corporei, come a quelli di fame e di sazietà.

Apprendendo, in altri termini, reazioni, autovalutazioni e comportamenti disallineati ai propri reali bisogni – comportamenti che potranno essere realizzati in età adulta.

BIBLIOGRAFIA

- Hilde Bruch, Patologia del comportamento alimentare; Obesità, anoressia mentale e personalità. Feltrinelli, 2000).

- C. V. Farrow, J. Blissett, Controlling Feeding Practices: Cause or Consequence of Early Child Weight? Pediatrics 2008; 121; e164-e169).

- Molinari, Enrico, and Angelo Compare. "Psicologia clinica dell’obesità in età pediatrica." Salute & equilibrio nutrizionale. Springer Milan, 2006. 59-90).

- Paolo Legrenzi, Storia della psicologia, Mulino, 2002).

 

Dal "MAMMISMO" all'OBESITA'

Rivista "Cultura fisica & fitness", nov/dic 2014. Articolo redatto da Claudio Lombardo e Stefania Romano.

 

“E’ colpa del mio metabolismo”; “ingrasso mangiando anche un solo grissino”; “mangio perché sono stressata/o e nervosa/o”….. L’aritmetica di questi esempi urta sempre contro un problema: DIMAGRIRE! Fin troppe volte queste inferenze oscillano tra il biologico e lo “psico-logico”. Due linguaggi differenti che tendono a mescolarsi.

Sappiamo che Socrate ballava ogni mattina per restar magro e che a Platone si perdonava il corpo grasso solo in virtù del brillante spirito.

Oggigiorno, il rischio di far notare il proprio figlio grasso - come “ramo” imbarazzante dell’albero genealogico - può creare un certo disagio in una società “evolutamente” suppurata dall'apparenza.

L’eccessiva importanza attribuita al cibo può presentarsi come un attaccamento senza difese ai genitori o come il loro ostile rigetto. Anche Hamburger, sulla base dell’esame psicanalitico di pazienti obesi, osserva come il significato simbolico del cibo possa caricarsi dei connotati più disparati, spesso contraddittori (Hamburger 1951).

Anzi, mi dispiace che le mie facoltà letterarie non bastino a far rivivere in pieno l’atmosfera grottesca di mutua costrizione e violenza di cui è circondata tutta la vicenda di molti miei clienti che avrebbero perso il dominio di sé, ingrassando sempre di più, nelle concave grotte e palazzi delle grinfie materne.

Tanto ampia è la massa di esperienze richiamate nel fenomeno dell’obesità. Una tra queste è il “mammismo” , una specialità culturale tipicamente italiana, come la pizza o il tiramisù, ma dagli effetti enormemente più seri, sul quale abbiamo tendenza a scherzare - anche se si tratta di un fattore importante.

Sembrerà incoerente che un genitore si impegni verso il bene di un figlio cercando di annichilire la sua “soggettività” durante il delicato processo formativo.

Ma molti bambini stanno fermi come pupazzi di legno, mentre la madri li spogliano o li vestono. Perfetta radice di veicolo di un sistema dittatoriale: ”obbedisci, non obbedire, fai così, non mangiare, non rovesciare, non sporcare, non pulire, non essere!” Roba da perfezionismo clinico!

Le madri che mancano di sicurezza nel loro atteggiamento fondamentale verso il figlio tendono a compensare questa loro incapacità facendolo mangiare troppo e proteggendolo in maniera eccessiva.

In queste condizioni il cibo viene investito di un valore emotivo esagerato e serve come succedaneo dell’affetto, della sicurezza e delle soddisfazioni. Ci sono madri disposte a fare le cose più incredibili pur di mantenere il dominio sui figli, ed è qui l’incapacità dei genitori di stabilire dei confini fra sé stessi e il bambino, ormai ridotto ad una loro mera estensione.

Sembrerebbe, questa, un’autentica pedofilia dell’educazione infantile che modellerebbe le menti in percorsi sottili e di sottile perversione “morfologica”.

D’altronde, nel numero di Maggio del 2007 dell’American Journal of Psychiatry, è stato pubblicato un editoriale dal titolo “Issues for DSM-V: Should Obesity be included as a Brain Disorder?” (L'obesità dovrebbe essere considerata come un disturbo mentale?).

Una questione sulla quale riflettere la malattia veramente crudele dell’insicurezza personale che, una volta sedimentata nella abitudine, non ci permette di vivere per noi stessi, imprigionando così il cibo dentro il nostro corpo. Dentro quello dei nostri figli.

BIBLIOGRAFIA

 

•Bruch, Hilde, Patologia del comportamento alimentare obesità, anoressia mentale e personalità, 2000

•Cuzzolaro, Massimo, Anoressia, bulimia, obesità disturbi dell'alimentazione e del peso corporeo da 0 a 14, 2009

LIMITI DEL MECCANICISMO. DIMAGRIMENTO: l'assolutizzazione della concezione ippocratica.

Rivista "Cultura fisica & fitness", sett/ott 2014. Articolo redatto da Claudio Lombardo e Stefania Romano.

 

Com’è noto, l’obesità è stata definita malattia “multifattoriale” e riconosciuta nel 1997 dall’OMS come “epidemia globale”.

Per quanto concerne lo stato di salute associato all’aspetto alimentare, l’assolutizzazione dell’idea ippocratica ha avuto come effetto quello di far convergere tutte le energie in una branca della medicina, la dietologia.

Quest’ultima ha lo scopo di assicurare il miglior stato di salute attraverso strategie dimagranti mirando in primis al corretto introito calorico per ogni individuo, eliminando o riducendo tutti quei prodotti obesogeni che sono in grado di peggiorare lo stato di salute del paziente.

Bisognerebbe a questo punto chiederci se dopo i continui fallimenti statisticamente riportati dal tentativo dietologico sarebbe più auspicabile insistere con i principi della dietologia sperando di arrivare a certe conclusioni oppure sarebbe più utile partire da certe conclusioni per arrivare alla dietologia?

Forse abbiamo bisogno di un pensiero controcorrente, di un grido di sfida ai sostenitori della chiarezza cristallina e dei contorni scientifici pesantemente definiti che imperversano soprattutto nel campo della biologia.

Quando la lente universale della biologia si pone tra la realtà dello specialista e quella del paziente come unica spiegazione di uno specifico disagio, molto spesso, ne scaturisce una sottrazione indebita della propria individualità, un oscuramento di quei “legacci” psicologici che dovrebbero essere sciolti al fine di dirottare “consapevolmente” i comportamenti del cliente verso utili pratiche alimentari.

In tal senso il corpus delle conoscenze non può ridursi nelle semplificazioni per generalizzazione e ripetibilità, come se nelle profondità biologiche del corpo umano si annidasse il meccanismo elementare da cui scaturisce il sovrappeso.

Questo rimane (e rimarrà) solamente un altro effetto “ottico” dovuto ai limiti delle nostre abduzioni ipercodificate.

In realtà a suggerire questa rotta fu Ippocrate, divenuto nel 4° secolo il simbolo della medicina del periodo aureo, dando credito a tale strategia ritenendola addirittura “esclusiva”.

Egli afferma infatti che “se fossimo in grado di fornire a ciascuno la giusta dose di nutrimento ed esercizio fisico, né in difetto, né in eccesso, avremmo trovato la strada per la salute”.

Il problema è che molte volte non è solamente l’individuazione di una strada a portarci rapidamente alla meta prestabilita, bensì tutte le possibilità che tale strada possiede di connettersi ad altre al fine di poterci consentire di scegliere la più confacente alle nostre necessità una volta che questa diventa “sconveniente” da percorrere (mutamento di paradigma). Per contro, nel caso in cui una determinata teoria fosse ritenuta la migliore potrebbe rivelarsi l’unica soluzione da seguire, e come sosteneva Edgar Morin “una teoria non è la soluzione, è la possibilità di trattare un problema” (Edgar Morin, La conoscenza della conoscenza, Feltrinelli 1986).

C’è inoltre da mettere in evidenza un ulteriore risvolto negativo di tale assolutizzazione, ossia che la migliore soluzione si potrebbe tradurre in una sola scelta da parte del soggetto, e come affermava Virginia Satir “se una persona può scegliere, essa farà sempre la scelta migliore”.

Il problema è che il più delle volte le persone sentono di non aver scelta, proprio perché non si hanno a disposizione “strade alternative”. Quando si hanno poche scelte gli esseri umani che si trovano nella stessa situazione problemica tendono a ripetere ciclicamente lo stesso comportamento nella speranza che, a forza di fare sempre la stessa cosa, ottengano il risultato desiderato.

Questo problema affonda le sue radici, in primis, in una concezione eccessivamente “tecnologica” dell’essere umano. Il dimagrimento, infatti, non è un’ “orgia” matematica fatta da “più o meno”, dove le calorie sono il punto di riferimento principale; è una situazione che incide fortemente sulla psicologia della persona, non solamente sulla sua struttura “meccanica”.

Considerare il corpo come un aggregato di elementi chimici che necessita di un dosaggio meticoloso di determinate sostanze per il suo corretto funzionamento è un principio validissimo sul piano teorico ma che dovrebbe essere sicuramente integrato sul piano pratico.

La prospettiva che prende in carico solo questo punto di vista, ossia un’eccessiva focalizzazione sul corpo, comporta un’incessante supervisione sulle proprie condotte comportamentali che possono scaturire in dolorosi insuccessi nel momento in cui, sotto la guida di un regime eccessivamente perfezionista che induce a seguire pedissequamente delle regole alimentari poco flessibili, tali comportamenti iniziano a diventare sempre più “rigidi”.

Questo è il risvolto negativo che scaturisce da una pratica proiettata esclusivamente al dosaggio meticoloso del cibo. Il fallimento è da imputare, principalmente, a questo fattore.

Inoltre, in questo “sistema”, i fallimenti non vengono contemplati o peggio ancora mal interpretati. Non vengono definiti come feed-back, opportunità, sui quali costruire le basi del successo bensì come situazioni dolorose da evitare ad ogni costo.

Quanto appena scritto giustifica largamente il diffusissimo effetto “fisarmonica” (la tipica sindrome yo - yo dei "dieters") che viene protratto per anni da moltissime persone. Proprio quelle persone che insistono a guardare con “occhi romantici” la prospettiva dietologica per raggiungere il proprio peso forma.

L’essere umano-macchinici è diverso dall’utilizzare un corpo provvisto di innumerevoli variabili (soprattutto di natura psicologica) da dover decifrare per permettere il suo corretto funzionamento.

A contorno di questa visione, decisamente più “umana”, possiamo far riferimento ad A.Turing il quale sosteneva che“se ogni uomo avesse un complesso definito di regole di condotta secondo cui regolare la propria esistenza, non sarebbe meglio di una macchina? Ma non esistono tali regole, e dunque gli uomini non possono essere macchine” (Macchine calcolatrici e intelligenza, 1950).

Il corpo, in realtà, funziona bene perché legge il minor introito di energia quotidiana come una criticità, come un problema. Questo è il motivo del crescente ed incontrollabile sviluppo dell'obesità.

La maggior parte delle diete è formulata in modo corretto a livello alimentare, in special modo quelle che il nutrizionista o il dietologo strutturano in maniera personalizzata per i propri clienti. Tuttavia, i suggerimenti dei professionisti del settore alimentare servono a ben poco se poi ad essi non segue un riscontro nella mente dell’individuo.

Se gli ostacoli che si interpongono tra noi e la dieta fossero meramente una “ faccenda dietologica” la scienza dell’alimentazione in tale ambito avrebbe ottenuto un successo straordinario.

Ad indicarci questa strada, paradossalmente, sono proprio i dietologi/nutrizionisti/dietisti che, dopo aver articolato il programma dimagrante fanno comprendere al proprio cliente come il percorso dimagrante richieda “motivazione”, volontà, tenacia e altri “agenti” indispensabili di cambiamento che provengono dalla predisposizione psicologica dell’individuo, non spiegando tuttavia come accedervi.

 

 

PSICO-DIETA. Il complesso fenomeno del "dimagrimento".

 

Rivista "Cultura fisica & fitness", mag/giug 2014

Il sovrappeso rappresenta uno dei problemi principali della nostra società. E, sembrerebbe, nel caso si aggravasse, dare ragione a chi forse, ancora oggi, ritiene che non sarebbe poi una cattiva idea tentare di far dimagrire le persone continuando a non guardare dentro la loro testa.

Claudio Lombardo & Stefania Romano

Nella scelta e nell’attuazione di strategie dimagranti si va facilmente incontro a fasi di stallo, stress eccessivi e inibizioni di natura psicologica che, molto spesso, prendono vita sotto la luce tragica del riferirsi falsità sottili e accomodanti: “mi accetto così come sono”.

Un uomo non viene definito nelle sue caratteristiche morfologiche e funzionali, ma un base alla somiglianza, sia pure parziale, con un altro uomo. In tali termini se il “calcolo evolutivo” prevede un confronto sociale (una comparazione di un individuo rispetto ad un altro) o un confronto storico (una comparazione dell’individuo di oggi rispetto a quello del passato) possiamo dire che l’adattamento alla crescente bellezza di modelli fisici perfetti - scolpiti nel tessuto sociale della nostra società – non rappresenta più una piacevole opzione per molte persone ma un dato di fatto su cui conformarsi. Così, accade spesso che l’“immagine” (centro archimedeo del nostro mondo interiore) del modello di fisico al quale si vorrebbe aspirare insieme alle aspettative soggettive vanno a comporsi in un’unica sinapsi dando origine ad un obiettivo che soddisfi quanto più un bisogno di “apparenza” in base alle informazioni che sono state assorbite in anni di esposizione a determinate regolarità sociali.

Per raggiungere tale risultato molte persone si sottopongono ad ogni possibile trattamento, da alcuni interventi di chirurgia estetica, come la liposuzione, ad estenuanti allenamenti o intense restrizioni caloriche.

Dalla ricerche della paleontologia sappiamo che pratiche simili, che concernono appunto la modifica di alcune parti del corpo legati ad un ideale di bellezza, non rappresentano un qualcosa di recente. Ad esempio in luoghi come l’Iran o l’Egitto del 23.000 a.c. veniva praticata la modifica del cranio. Successivamente anche gli Unni e i Sumeri la adottarono soprattutto per questioni di “estetica” e distinzione sociale. Nella stessa traccia abbiamo le ricerche in ambito paleontologico mostrano come simili modifiche venivano fatte anche ai denti. Pensiamo alla modellazione artificiale tramite “limatura” praticata dai Maya o dai Vichinghi che esprimeva una distinzione sociale legata alle élite o allacolorazione dei denti nella Cina del 7° secolo. Ed ancora l’incastonatura - tramite trapanazione dei denti - di pietre pregiate da parte degli Aztechi. Questi popoli, seppur etichettati come primitivi, consideravano la bellezza un valore sociale e morale. Essi sarebbero stati disposti a tutto per metterlo in atto.

Questo breve quadro storico ci dà un’idea del valore di bellezza e soprattutto di quello che gli individui, sotto l’influenza di un “potere sociale” mescolato ad esigenze di tipo tutte interiori, sono in grado di fare.

Allo stesso modo, nel nostro periodo storico abbacinato da visioni “folgoranti” d’ipertrofiche forze di mode e stili “tipici” (oggetto prediletto di una “sociologia della ricezione senza filtri”) vengono suggerite strategie di ogni genere per evitare i crescenti aumenti indiscreti di volumi corporei. Peggio ancora se tali strategie vengono apprese tramite i libri o articoli che dispensano consigli fai-da-te. In questi casi il “fantasma” del lettore si inserisce al centro di diverse teorie per filoni indipendenti dove l’aspetto soggiacente è quello di creare solo tanta confusione con l’ulteriore rischio, come faceva notare J. Derrida in Grammatologie, di una lettura che rischia di svilupparsi in tutte le direzioni e di autorizzare ogni interpretazione possibile.

Per curare (possiamo dire in senso “terapeutico”) la propria immagine e “star bene con sé stessi”, si farebbe di tutto. E’ il caso di quella mamma, che nel vano tentativo di dimagrire si era convinta che la migliore soluzione sarebbe stata quella di sfruttare il verme solitario pur di entrare (finalmente!) nel vestito per il matrimonio della figlia!

Battute a parte. La tragicità delle dinamiche che vertono attorno l’aspetto fisico non viene molto spesso presa in considerazione. Questo è vero sia nel campo della medicina, ma ancor più nel in quello della psicologia. In entrambi ci si focalizza quasi esclusivamente su quei disturbi mentali che creano forti disagi, come le dismorfofobie (patologie in forte aumento) o i disturbi del comportamento alimentare, come l’ anoressia e bulimia in primis.

Ma un fisico poco tonico, in sovrappeso, con un alto tenore di ritenzione idrica può anch’esso portare a tali disagi? Possiamo avere differenza in termini di sofferenza psicologica tra chi va incontro ad una visione patologica del proprio corpo rispetto a chi vive un semplice(?) disagio di stare nel proprio corpo? La “cura” che oggigiorno le scienze mediche o psicologiche ci danno verte solo sull’intensità e sul volume della sofferenza? (Soltanto superando un certo range si va incontro a patologia. E dalla quest’ultima possiamo attuare un intervento)

In altri termini un corpo che non “calza” nella psiche del soggetto, può anch’egli produrre disturbi emotivo-comportamentali pur non essendo classificato come patologia da curare? Ed in tali termini potremmo chiudere il caso dicendo ai nostri clienti “non hai nessun disturbo mentale, ti dovresti accettare così come sei!”

Purtroppo la realtà è ben lontana da questi semplici calcoli di logica comune che infettano anche il senso comune medico-scientifico.

Infatti, per disturbi come l’anoressia e la bulimia si va prevalentemente dallo psichiatra/psicologo. Per disturbi come il sovrappeso o l’obesità (codificata come patologia) si va dal dietologo. Bel controsenso!

Il dimagrimento è un qualcosa che va al di là di fredde (se non addirittura ghiacciate) logiche apodittiche (ancora non scongelate nell’esplosione positivistica del progresso) distribuite secondo principi di matematica semplice in uno studio privato: il groppo annodato del programma dietologico di calcoli calorici immersi nella durezza di numeri semplici e squadrati, sbozza una rozza e ingessata soluzione a questa costante problematica.

E anche se alcune proposte delle scienze odierne (come la dietologia) sembrano ormai tradizionalmente consolidate o culturalmente affascinanti l’OMS insiste di anno in anno a denunciare il progressivo declino dell’efficienza fisica di cui il tarlo è rappresentato in primis dalla sedentarietà, mancanza di attività fisica, squilibri alimentari.

Nel complesso “fenomeno” del dimagrimento le variabili in gioco sono numerose. E comprende fattori di natura sociale, psicologica, biologica e genetica.

La riduzione del peso corporeo è un continuo duello con le informazioni genetiche dell’evoluzionismo, che ognuno di noi porta in ogni sua cellula. E’ una competizione con la commedia in due atti (eccesso o difetto) di determinatineurotrasmettitori, e richiede un enorme investimento conoscitivo sui processi che regolano la nostra fisiologia cerebrale(come le fluttuazione ormonali che regolano i nostri stati d’animo). E’ un evento che coinvolge parecchi fattori che mutano nel tempo e in base alle caratteristiche dell’individuo, come gli introiti e i costi energetici soggettivi, le dinamiche di natura psicologica che impingono le nostre abitudini, l’inclinazione, le attitudini, e perciò il modo di vivere, delle persone responsabili di scelta incontrollata di alimenti, errata “modalità” del loro consumo, carente gestione dello stress e via dicendo.

Infatti, se l’obesità è stata codificata come patologia e se tale patologia affonda le sue radici prevalentemente in quelle “abitudini mentali” che dirigono l’universo di comportamenti dell’essere umano (come quelli relativi ad uno stile meccanico del consumo alimentare) appare logico che la soluzione dovrebbe essere affidata, in primis, al campo della psicologia.

E, quindi, la problematica in questione dovrebbe essere risolta a monte, ossia nella "torre di avorio" della ricerca scientifica, dove nello scambio osmotico tra teoria e applicazione si va spesso incontro ad uno studio dicotomico di parti che compongono il sistema-persona: l' uomo fisico (che concerne i campi di studio della biologica e genetica. Le strategie dimagranti, ma anche le diete moderne, poggiano su questi due pilastri scientifici) e l’uomo spirituale (che concerne le conoscenze derivanti prevalentemente dai settori della psicologia, utilizzata soprattutto per le patologie alimentari, come l’anoressia o la bulimia).

In tali termini, il successo duraturo, potrà solo derivare da elementi finora volgarmente banditi o trascurati dalla pochissime ricerche svolte in questo ambito , come una coordinazione tra quelle forze mentali che, come burattinai, giostrano i fili delle nostre azioni alimentari.

Le ricerche in quest’ambito attualmente svolte dagli scriventi, e ben presto presentate anche in ambito accademico dal dott. Claudio Lombardo, con una originale proposta di tesi accolta dall’ Università La Sapienza di Roma, vertono lo studio completo di tutte le variabili (sia dirette che indirette) che gravitano attorno al “fenomeno” del dimagrimento. Pur tenendo come punto di riferimento un approccio “filosofico” alla materia, come la ricerca infinita delle variabili che possiamo immettere. E la ricerca infinita delle variabili di cui ancora siamo all’oscuro.

DILEMMA DIMAGRIMENTO: questione di psicologo o dietologo?

Articolo reddatto dal dott. Claudio Lombardo e dalla dott.ssa Stefania Romano. Rivista "Cultura fisica e fitness", marzo/aprile 2014.

 

Una delle ragioni principali per le quali siamo motivati a mangiare è quella di mantenere le riserve ad un livello tale da impedire un deficit di energia. Il nostro corpo trasforma il cibo in energia, che serve per la funzionalità del proprio organismo e per darci energia nelle attività quotidiane, rappresentando così un sistema in continuo “equilibrio dinamico” nell’ “instancabile” scambio di materia ed energia con l’ambiente esterno. Durante la digestione gli alimenti, costituiti da composti chimici complessi, si trasformano in sostanze semplici che sono i principi nutritivi o nutrienti. Queste trasformazioni avvengono in presenza di ossigeno….. ecc.ecc.ecc.

Non so voi, ma io ho già raggiunto il mio terzo sbadiglio. E se continuo a scrivere in questi termini probabilmente codificherò questa pubblicazione proponendola come brevetto per la cura dell’insonnia….

Battute(?) a parte, rovesciamo per un attimo la logica della stragrande maggioranza delle teorie che ruotano attorno all’universo del dimagrimento, anche se fra sindromi paranoidee, disturbi di personalità, missioni impossibili e lente “mutazione genetiche” delle teorie che hanno gravitato in questo settore abbiamo raggiunto la sottile consapevolezza che, molto spesso, il consulto dietologico - anche costante e duraturo - non rappresenta la soluzione definitiva al fenomeno oramai diffusissimo dell’obesità e del sovrappeso. Le statistiche confermano questa terribile visione: nel 2008, secondo l’OMS, 1,5 miliardi di individui nel mondo erano in sovrappeso, 200 milioni di uomini e 300 milioni di donne erano obese. Le patologie più diffuse legate all’obesità vanno dalle malattie cardiovascolari, diabete, ictus fino a depressione e sindrome metabolica. Ma il dato più allarmante è che, secondo alcune ricerche, oltre il 95% delle persone che segue una dieta (anche sotto la supervisione di un dietologo) non solo fallisce nel lungo periodo ma riprende i chili persi, spesso, con gli interessi.

Il caos dalle seduttive e “volatili” dichiarazioni orali di diversi autori, che incitavano allo studio scientifico di modelli (fin troppo rigidi) di categorizzazione (generalizzazione induttive), nonché le acclamazioni sulla presunta efficacia di determinate “diete” (l’entusiasmo iniziale può esaltare gli effetti reali di una dieta estendendoli nel lungo periodo) ha condotto, da un lato, ad una crescente “entropia” nel mondo del dimagrimento ma, dall’altro, ha permesso di dirigere il nostro sguardo – in questi ultimi anni - verso aspetti dell’essere umano non ancora presi in considerazione nel campo della tradizionale dietologia.

L’emergere di tecniche di allenamento mentale - come alcuni metodi proposti dalla PNL o dalla Psicologia - finalizzate alla riduzione del peso stanno diventando sempre più utili, efficaci e, soprattutto oggi, sembrano rappresentare delle “reali” strategie utilizzate da molti “professionisti del dimagrimento” per la riduzione del peso.

In uno dei maggiori contributi del nostro settore relativi al dimagrimento, ossia “La Dieta COM” del dott. Massimo Spattini, troviamo un intero capitolo sulla PNL (redatto dal sottoscritto) tematiche come il senso di controllo, lanutrizione consapevole (ossia il percepire “attivamente” le emozioni che il cibo veicola), il modellamento dell’uomo primitivo (non solo l’investigazione su quali cibi rientravano nel protocollo alimentare dell’uomo primitivo, bensì come egli li consumava) e via dicendo. Un capitolo tra i tanti, è un gran passo!

Probabilmente siamo arrivati ad un “punto di non ritorno” che ci sta incoraggiando, per dirla con Thomas Kuhn, ad un“mutamento di paradigma” (The Structure of Scientific Revolutions, 1962), a delle “rotture epistemologiche” ( G. Bachelard, Il nuovo spirito scientifico , 1934) ovvero - facendo riferimento al grande K. Popper ( il quale sosteneva che “ogni teoria dovrebbe essere falsificabile” (Fälschungsmöglichkeit) tramite l’utilizzo delle regole della logica formale(“modus tollens”). Sul punto nota è la ricca metafora del “tacchino induttivista” ideata da B. Russell) - a comprendere come la teoria dovrebbe essere sottoposta continuamente alla critica con l’impegno di superare determinati “obstacles”concettuali, magari con lo stile di W. James in continui “cambi di prospettiva”, proponendo nuove elaborazione di principi, soprattutto se gli effetti di quelle in auge risultano trascurabili perché le ricerche prendono in esame solo alcuni aspetti dell’uomo (come quello biologico).

Valutando tutte le variabili in gioco (fra cui quelle derivanti dalla componente mentale) nel percorso del dimagrimento, possiamo raggiungere un qualcosa che si avvicini all’espressione greca “Kalòs” che, a dispetto della riduttiva spiegazione wikipediana (alcuni termini vanno “storicizzati” per non imbattersi in “infortuni” di traduzione), rappresenta non il “bello”, ma l’integro, il compiuto, il non diviso, il non separato, come il concetto “corpo” e “mente” volgarmente scisso nella dietologia tradizionale, e non solo.

Ma se l’obesità è stata codificata come patologia, e se tale patologia affonda le sue radici prevalentemente nei processi motivazionali che portano ad “abitudini mentali” che dirigono l’universo di comportamenti dell’essere umano, e se tali abitudini nel momento in cui divengono controproducenti dirigono all’errata modalità di consumo degli alimenti e alla scelta incontrollata degli stessi e, quindi al sovrappeso, appare logico che il dimagrimento dovrebbe essere più una tematica trattata dal settore della psicologia che da quello della dietologia, o quantomeno non principalmente da quest’ultima. In uno dei suoi ultimi seminari al quale ho partecipato insieme alla dr.ssa Stefania Romano, il dott. Raffaele Morelli affermò che “la psicoterapia applicata al dimagrimento sarà il futuro”. Una predizione data da un professionista di eccezionale levatura che la dice lunga in quale campo andrebbe giocata la partita sul dimagrimento.

L’obesità o il sovrappeso, molto spesso, non sono questione di scelta di “alimenti sbagliati” bensì è prevalentemente l’incontrollabilità con cui essi vengono scelti, le “modalità” di consumo degli stessi nonché determinate abitudini alimentari a portare la persona ad un aumento cronico del peso o ad un’impossibilità di una sua riduzione. Inoltre, le influenze socio-culturali, psico-affettive, i condizionamenti della società, costituenti strutturali di nevrosi comportamentali e non - insieme alle differenze biologiche – rappresentano quelle variabili che andrebbero valutate “integralmente” nell’individuo.

Volendo tentare di risolvere la contraddizione che il titolo dell’articolo propone al lettore, si potrebbe affermare che “l’approccio alla dieta risulta inutile se prima di tutto non cambia anche l’atmosfera mentale dell’individuo” .

Sintesi perfetta riferita ad una logica qualificabile come “errore comune” è di puntare tutto sul quel termine assoluto rappresentativo del campo del dimagrimento: DIETA!!! Orrore il solo pronunciarlo, un turbamento che fa’ formicolare il cuoio capelluto, anticamera del circolo vizioso dell’autopunizione che porta – molto spesso – ad una sequenza carica di un pessimo significato, e ancor più di un pessimo finale : dieta - trasgressione - crollo dell’autostima - ulteriore sovrappeso - senso di colpa.

Gli organismi complessi, quali i nostri, non si limitano ad interagire, a generare risposte esterne – spontanee o consapevoli –, a rispondere a semplici leggi di “causa-effetto”.

Questo perché, per dirla con una metafora, il nostro organismo è caratterizzato da vicende storiche (contenuti esperienziali); evoluzioni geografiche e trasformazioni geologiche (interne ed esterne); processi matematici tra i differenti micro-sistemi che lo compongono; produzione e reazioni chimiche di feed-back negativi e positivi; diatribe “filosofiche” di valutazione tra costi e benefici…. praticamente tutto!

Questo fa comprendere come esistano complessivamente molte variabili da tenere in considerazione per valutare, designare e descrivere determinati comportamenti, come quelli che “gravitano” attorno all’universo del dimagrimento .

Per utilizzare un termine ricorrente nella fisica, l’organismo viene considerato come un “sistema aperto” (ossia in costante scambio di energia e materia con l’ambiente) e come tale non può essere separato nelle sue componenti. Possiamo così sostenere – come tra l’altro affermavano i greci, considerando il concetto di “anima” (“psyché”) e corpo (“soma”) facenti parte della stessa struttura - che tra “corpo” e “mente” l’influenza è vicendevole.

Si consideri altresì che il cervello riceve segnali non solo dal corpo, ma da alcuni suoi “distretti”, da proprie parti (a livello viscerale) che ricevono segnali dal corpo!

L’organismo costituito dall’ associazione “corpo-cervello” interagisce nell’ambiente come un tutt’uno : l’interazione non è del solo corpo né del solo cervello .

La “ciclicità” , la ripetitività dei comportamenti genera anche delle risposte interne, alcune delle quali costituiscono immagini (visive, uditive , somato-sensoriali) che sono alla base dei processi mentali.

In tal senso, l’individuo per gestire il circolo implementato dalla sequenza pocanzi descritta procederà ad intensificare sforzi ed autocontrollo, ma questi ultimi rappresenteranno dei “virus” in un “sistema” provvisto di perfetti meccanismi di autoregolazione. Questa “strategia”, molto comune al giorno d’oggi, genererà un “cortocircuito”, provocando un insistente desiderio di determinati cibi, darà luogo a “pensieri fissi” (pensieri ossessivi) con una susseguente tendenza alla compulsione per il loro soddisfacimento.

Il cervello, in tal modo, attivando il sistema del piacere e della ricompensa, produrrà sostanze chimiche (ormoni) che saranno liberate nel flusso sanguigno, definiti neurotrasmettitori modulatori atti a mantenere l’omeostasi (l’equilibrio interno) dell’intero sistema, dando luogo così ad un comportamento disfunzionale.

La psicoterapia del dimagrimento viene paragonata così ad una vera e propria “terapia di coppia”, avendo come fine la regolazione e coordinazione dell’odierna complicata “relazione sessuale” tra corpo e mente, in cui oggi sembra essere arrivati, come scritto dal dott. Lombardo, ad un “punto di non ritorno”.

In tal senso il potere della mente può essere equiparato ad uno strumento ad alta definizione e con talenti molteplici, che se ben calibrato può raggiungere qualsiasi obiettivo. Obiettivo che, come specificato in questa pubblicazione, dovrebbe prendere in considerazione la “manipolazione” di alcuni processi di pensieri (come le immagini, l’auto-dialogo, le emozioni legate al proprio obiettivo e via dicendo), pianificando il proprio futuro in modo da influenzare il comportamento e, quindi, valutando la prossima azione e scegliendo la più efficace rispetto al nostro scopo.

Ma l’importanza della mente non dovrebbe oscurare l’importanza attribuita al corpo che, spesso, viene considerato come un passivo “involucro esterno”, bensì (e soprattutto) dovrebbe essere concepito come un “contenitore attivo” di sé stessi. Una “massa” esperienziale che sente, percepisce, vive e agisce in base agli stimoli che riceve, sia esterni che interni.

In altri termini il nostro organismo “vive” di emozioni, affetti e rappresentazioni che vengono saldamente legati alla propria meta. Jacques Monod infatti affermava che “gli esseri umani sono strutture teleonomiche”, ossia tendenti costantemente alla ricerca di obiettivi.

In tal senso il “corpo dell’affetto” - risultato di un complesso metabolismo somato-psichico , sensoriale ed istintuale - si stabilisce sul terreno dell’intersoggettività, rispettando alcune esigenze biochimiche, psicologiche e di contesto della persona al fine di creare una quanto più ordinata e buona “amministrazione” delle proprie risorse interne, così aumentando le possibilità di successo nell’individuo.

In merito a questa delicata tematica possiamo affermare che ognuno di noi ha una memoria affettiva, ed una organizzazione di affetti distribuita in classificazioni di istinti: affetti erotici, affetti distruttivi, affetti di autoconservazione. L’affetto è convertito in azione attraverso il veicolo cardine dell’emozione.

Nel nostro caso specifico, in molti obesi o in alcune persone in sovrappeso, il grasso è come se diventasse uno scudo dalle emozioni! Una protezione contro quelle raffiche gelate di sensazioni negative che potrebbero rendere ancor più instabili determinate fragilità interne.

Un simile modo d’essere sviluppa una ben precisa “chimica del cervello”, quella dell’accumulo di grasso – o meglio un suo “possesso” - che a sua volta influisce sul metabolismo e, con il tempo, sull’auto-immagine della persona.

Se l’individuo non impara a gestire le proprie energie (mentali, creative, emotive) queste si bloccano e si immagazzinano. Dalle giornate spariscono le passioni, il sesso, l’entusiasmo. Ci si chiude in una sorta di “cilindro asessuato”.

Se viene svalutata la concezione di apparire con un bel corpo – magari per continui tentativi falliti in passato (incapacità appresa) - l’importante diventa mangiare, senza porsi più il problema di pensare ad una ulteriore soluzione.

Il cibo viene così concepito come carburante essenziale per la propria avventura nel mondo, diventa un surrogato di emozioni, una droga con cui anestetizzare l’anima.

Tutto inizia a ruotare intorno al cibo: gli interessi, la socialità , i pensieri. Il cibo può arrivare a colmare tutto, rappresenta la risposta a tutto, diventa un air-bag tra sé stessi e la vita.

In tal senso, il lavoro terapeutico – in ambito del dimagrimento - si baserà su una regolazione emotiva-affettiva rispetto alla percezione immaginativa di un nuovo corpo.

In parallelo, le tecniche mutuate dalla terapia cognitivo-comportamentale fungono poi da rinforzo e mantenimento dei risultati ottenuti.

Il circolo vizioso verrà così ripercorso all’inverso: senso di colpa - sovrappeso -crollo dell’autostima- Trasgressione –Dieta.

Il sovrappeso quindi nasce da una “vita bloccata”. Come afferma il dott. Maurice Larocque, presidente dell’AMTO (Associazione medici che trattano l’obesità) “ il 90 % degli obesi ha uno o più blocchi”. Un simile parere viene dato anche dalla psicoanalista Joyce McDougall, la quale sottolinea l’importanza difensiva del corpo senza affetti che ha deciso di evitare le emozioni ed è alla ricerca di un’indifferenza pacificatrice. In altri termini: “un corpo che non vive il suo corpo!”

Bibliografia

 

•Claudio Lombardo,“Iscriversi in palestra e continuare ad andarci. PNL e allenamento mentale per ottenere il fisico che vuoi”, Wideedzione, 2013.

•Massimo Spattini, La dieta COM, Tecniche Nuove, 2012

•Nicola Abbagnano, Dizionario di Filosofia, UTET, 2013

•Karl Popper, Scienza e Filosofia, Einaudi, 2000

•Antonio R. Damasio, L’errore di Cartesio , Adelphi 1995

•Organizing from the inside out, Julie Morghestern, Holt paperback , 2004

•Dennett D. , Consciousness Explained, Little ,Brown, Boston, Mass 1991

•Cachard, C. Enveloppes de corps, membranes de réves. L’evolution Psychiatrique, 1981

•Alicia Mariam Alizade, La sessualità femminile, Franco Angeli, 2006

•La dieta con successo, Articolo rivista “L’Accademia del Fitness” N° 1, Aprile 2010, Claudio Lombardo

 

EFFETTI DEGLI STEROIDI ANABOLIZZANTI SUL COMPORTAMENTO

Articolo pubblicato sulla rivista "Cultura fisica & Fitness", del dott. Claudio Lombardo e della dr.ssa Stefania Romano.

 

 

L’uomo vive in “armonie” che non devono essere dissezionate e in equilibri che non devono essere “forzati” (Fonte: La scienza della personalità, 2009).

Dal mio ingresso nel settore del Culturismo sono stato sempre attratto da alcuni comportamenti debilitanti di molti praticanti dell’allenamento con i pesi utilizzatori cronici di steroidi anabolizzanti. Non distanziandomi da certi “lapsus” comportamentali, nel corso di questo periodo, le domande principali che mi son posto sono state: cosa spinge questi individui ad obiettivi sempre più grandi? Come si modifica la loro scala di valori durante il processo di trasformazione fisica? In che modo ne viene alterata l’autostima, l’identità, i “modelli mentali”? Cosa accade nei recessi della loro personalità e quali processi mentali attuano? Come l’utilizzatore cronico di sostanze dopanti matura quell’abilità di distorcere la percezione della realtà, giustificare la propria condotta – a volte poco etica - senza farsi scalfire dalla ragione? Come cambia le sue credenze e allinea ciò che crede con le proprie aspettative giustificando anche comportamenti poco “ecologici”?

Da qui il mio desiderio di scrivere un libro che trattasse questa problematica evitando generalizzazioni e conclusioni “esagerate” (come spesso accade) sugli effetti di determinate sostanze dopanti sul comportamento.

Coinvolgendo in questo progetto la lunga esperienza della dr.ssa Stefania Romano sui casi clinici più disparati abbiamo deciso di soffermarci specificamente sulla classe di sostanze dopanti definiti steroidi anabolizzanti poiché, a differenza di altre, influenzano maggiormente il comportamento.

Anche se alcune ragioni sfuggono ad una diagnosi certa, altre verranno esaminate nel nostro libro.

INTRODUZIONE ALLA LOGICA DEL LIBRO, dott. Claudio Lombardo

L'incidenza dell’uso – e dell’abuso – di sostanze dopanti nel nostro paese non è di entità rilevante, bensì confinata soprattutto al mondo delle performance atletico-sportive, anche se la loro assunzione è in forte incremento nella popolazione: sempre più persone sono alla ricerca del fisico perfetto, dell’apparenza più sublime, dello splendore estetico la cui vista crea un’intensa “eccitabilità” corticale. Questa ricerca - soprattutto nel mondo “alternativo” del body building – può spingersi oltre la più sfrenata “percezione sensoriale” fino a raggiungere un incredibile acume artistico(?): l’intimidente bellezza di figure umane “chirurgicamente” perfette che esce dall’officina dei pesi è d’impressione “sovrumana” e nella sua massima espressione è spesso il risultato di una pianificazione e dedizione che tiene bilanciate potenze mentali potentissime.

Questo carattere, che abbraccia l’intera weltanschauung della nostra epoca - nel suo risvolto patologico - spinge alcuni individui a costruirsi una vera e propria “gabbia” d’impegni sportivi al fine di soddisfare un’esigenza d’immagine. Un’immagine che viene costruita proprio dentro la mente e che sembra dirigere l’universo dei comportamenti. A volte senza alcuna inibizione.

Per raggiungere risultati sempre più eccelsi molti atleti ricorrono all’utilizzo di farmaci anabolizzanti così da migliorare la performance fisica e/o trasformare il proprio corpo.

Mentre sul piano biologico non sembrano evidenziare danni ingenti – ammenoché non si proceda ad un loro abuso, sfrenato - la modifica di alcune “dinamiche” psicologiche che si rispecchiano nei comportamenti sembra possedere un rivolto decisamente più delicato e quanto mai allarmante. A volte sconcertante. In realtà la modifica del proprio corpo parte prima di tutto da una modifica della propria mente. Il cambiamento del corpo di un uomo comporta anche un suo mutamento interiore.

Sia dalle ricerche che sono state svolte in questo campo, che dalla personale esperienza su centinaia di atleti utilizzatori di farmaci dopanti, posso sostenere che la loro assunzione – nella stragrande maggioranza dei casi – incentiva fortemente l’alterazione della percezione sul proprio corpo, pensieri “fissi” verso l’obiettivo, modifica l’umore, il meccanismo da “ricompensa”, può potenziare parafilie latenti non completamente espresse, fino ad un violento slittamento delle priorità nella propria vita o “manomissione” dell’identità in un vortice che può cambiare totalmente l’intera esistenza dell’utilizzatore.

Coloro che assumono steroidi anabolizzanti per periodi di tempo molto lunghi, al fine di “trasformare” il proprio corpo, possono rappresentare un punto cieco dell’onnivora “normalità”: incompresi e “etichettati” come devianti.. malati da curare. Questo avviene soprattutto perché le “informazioni” da cui possiamo attingere viaggiano nel continuum che vede da un lato molti specialisti della classe medica con un solenne stile di chiusura, un po’ “liturgico” e arcaico, che in dettagli autistici dell’erudizione specialistica confondono gli integratori alimentari con i farmaci anabolizzanti in uno spirito censorio impenetrabile ad ogni critica o approfondimento; e dall’altro lato il “tritasassi” mediatico di alcune “forme” di giornalismo che “scodellano” messaggi carichi di (infondati) contenuti “eccitanti” finendo per creare quel giudizio insensato che si appiccica indelebilmente al senso comune in maniera pestilenziale.

Demonizzare la pratica dei farmaci dopanti, etichettandola sbrigativamente come “comportamento deviante”, non ci farà certamente avanzare di un solo passo verso la sua comprensione.

Sicuramente l’abuso di tali farmaci per periodi di tempo prolungati può rappresentare una prassi talmente frenetica, così pericolosa da creare veri e propri mostri che vacillano tra ragione e follia, allegri e minacciosi al tempo stesso. Tuttavia, per prevedere gli effetti sul comportamento, senza sprofondare in “insature interpretazioni”, occorre distinguere negli utilizzatori principalmente le differenti personalità, le differenti circostanze vissute da ognuno di loro, il “raggio” delle loro pulsioni, le loro strutture soggettive, le loro esperienze di vita pregresse, come anche il dosaggio e i tempi di somministrazione nonché la tipologia di farmaco utilizzato.

Alcune ragioni sfuggono ad una diagnosi certa, altre verranno esaminate in questo libro. Questo particolare “opus” non esprime una censura al mondo “inflazionato” del doping come mostro da combattere, bensì rappresenta l’esigenza di spiegare razionalmente una certa sequenza di eventi, di costruire in modi comprensibili situazioni a volte complicate, un riferimento alla tragica incompletezza della ricerca sugli steroidi anabolizzanti.

PARTI DEL CONTENUTO DEL LIBRO, dott.ssa Stefania Romano.

In “Neuroscienze. Esplorando il cervello” (Bears, Connors, Paradiso, 2007, pag. 157) un testo molto profondo di contenuti, si afferma che i neuro-steroidi (metaboliti naturali degli ormoni steroidei) plausibili candidati come modulatori naturali dei recettori del GABA, metaboliti degli ormoni steroidei con ruolo fondamentale sulla funzione inibitoria, e quindi, provvisti di una potente influenza sul nostro “metabolismo cerebrale”.

In tal senso, queste ricerche, giustificano alcuni dei comportamenti devianti, osservati dal dott. Claudio Lombardo e riportate in questo libro, e sintomatici di un quadro clinico che collegandosi al costrutto teorico-metodologico delle organizzazioni di significato personale (“Teoria di Guidano”, 1996) potrebbero sottendere una più o meno marcata tendenza allo sviluppo od al mantenimento di comportamenti disfunzionali per l’individuo sul lungo periodo.

Organizzazioni di significato che considerano la centralità delle dinamiche affettive e dei processi di attaccamento come base nella costruzione del sé e della conseguente percezione del proprio schema corporeo.

Seguendo pertanto lo schema dei pattern di attaccamento familiare , o meglio verso le figure parentali di riferimento, si delineeranno i vari significati personali nella varietà soggettivamente connotata che fluttuano da un attaccamento sicuro, risultato di una interazione madre/padre -bambino adeguata, ad uno disorganizzato, risultante invece da una interazione madre/padre bambino ansiosa evitante/ambivalente. Evitando ovviamente estremizzazioni ed etichettamenti discriminanti od elusivi nella comprensione del fenomeno in oggetto, di seguito verranno elencate le quattro fondamentali organizzazioni di significato personale a cui si farà riferimento.

-Organizzazione depressiva

-Organizzazione fobica

-Organizzazione ossessiva

-Organizzazione disturbi alimentari psicogeni (Dappici)

Orbene, in una società postmoderna, come quella attuale, dove si attribuisce maggiore importanza all’immagine che alla persona, tale interesse può essere estremizzato fino a generare delle condotte non funzionali, come quelle presentate da coloro che abbinano la ricerca obiettivi fisici sempre più eminenti all’assunzione nel lungo periodo di determinate sostanze dopanti.

In tal senso, l’ossessione dell’obiettivo addizionata agli effetti che producono gli steroidi anabolizzanti sulle condotte comportamentali, possono generare su base predisponente lo sviluppo di atteggiamenti e comportamenti nocivi ed auto-lesivi sul lungo periodo, con una conseguente organizzazione di significato personale di tipo Dappica.

In tal senso l’individuo deve continuamente confermare la sua immagine; questo è il tema fondamentale che caratterizza il soggetto tendente al DAP, la cui identità si costruisce su criteri esterni (“locus of control esterno”) . Il sé può essere riconosciuto solamente attraverso gli altri , cioè , la persona può rendersi conto di chi sia e delle sue capacità soltanto attraverso il modo in cui gli altri si comportano nei suoi confronti. Ciò potrebbe andare altresì a toccare una ferita narcisistica aperta e ipersensibile alle critiche .

La conseguente reazione potrebbe essere rappresentata da un’aggressività eccessiva come meccanismo di difesa e controllo del proprio equilibrio mantenendone così sempre lo stato costante.

La categoria di attaccamento di riferimento che si potrebbe ipotizzare avvicinarsi alla personalità di molti culturisti utilizzatori cronici di steroidi anabolizzanti sembra rispecchiare quella evitante di tipo compulsivo-compiacente.

Si possono ravvisare alcuni punti cruciali di tale attaccamento:

- Importante è l’immagine e non ciò che accade realmente.

- L’ambiguità costante si rivela fonte di una strutturazione di un senso di Sé non unitario e dipendente da continue conferme che se non corrisposte potrebbero attivare cadute di tipo depressivo.

- La componente esibizionista che fa capolino porta il soggetto a comportarsi come un attore, ma un attore che supportato da una tendenza al perfezionismo sfocia in un atteggiamento ossessivo-compulsivo.

- Ci si sforzerà quindi fino all’estremo di simulare ed imitare anche con sottile compiacimento ad apparire i migliori, i più forti, i più adeguati.

- Senso di onnipotenza estatica, quasi orgasmica, si accompagnerà al raggiungimento dell’obiettivo auspicato, tanto più forte quanto più aderente al modello di riferimento esterno e condiviso dai molti.

Un tema importante poi da considerare è quello della dimensione affettivo-emozionale in relazione alla sfera sessuale.

Si potrebbero delineare caratteristiche comuni tra alcune tendenze parafiliche, proprie di un comportamento sessuale compulsivo, ed alcuni tipi di atteggiamenti sessuali non-parafilici, ma probabilmente estremizzati messi in atto da soggetti che fanno uso di farmaci anabolizzanti.

Al di là di classificazioni diagnostiche restrittive, molti uomini e donne esperiscono periodi di intenso coinvolgimento nelle attività sessuali.

Inoltre, molto spesso, il comportamento ossessivo o compulsivo non coinvolge attività insolite, o socialmente non conformi, ma attività sessuali normofiliache consensuali.

Nell’ambito delle corrente trattazione ad esempio potremmo considerare, indipendentemente dal genere, alcune forme non parafiliche: prostituzione compulsiva e partner multipli, fissazione compulsiva verso un partner irraggiungibile, autoerotismo compulsivo, relazioni sentimentali multiple compulsive e sessualità compulsiva all’ interno di una relazione.

Livelli di testosterone che superino la soglia della sua spontanea produzione da parte dell’organismo potrebbero in taluni casi attivare tali tendenze fino all’ossessione.

Il testosterone, infatti, agisce anche a livello cerebrale nel centro regolatore ipotalamico regolando l’azione del comportamento sessuale.

Da notare che in questa dimensione non appare coinvolta la sfera affettivo- relazionale, bensì l’atto sessuale – come quasi una pratica “senza calore umano” -, nelle sue caratteristiche peculiari o rispetto alla preferenza del soggetto, funzionerebbe come meccanismo di riduzione dell’ansia. Le di fantasie ossessive ed i comportamenti compulsivi ridurrebbero il disagio, ma creerebbero un ciclo che si auto-perpetua.

In pratica l’atto sessuale fornisce un sollievo temporaneo, ma è poi seguito da un ulteriore disagio.

Si assumerebbe una quasi perversione in ciò che riguarda le qualità delle disperazione e “fissità”. L’attore metterebbe in atto un “copione comportamentale” ovvero una performance.

Il comportamento sessuale, non riguarderebbe più il desiderio erotico, ma il modo in cui l’eccitamento sessuale è impiegato per regolare la spinta testosteronica, l’aggressività, l’ansia, le identificazioni di ruolo e di genere.

Non è inusuale riscontrare, rispetto ai casi valutati e trattati in ambito di sessuologia medica che negli ambienti caratterizzati da una forte competizione, come quello sportivo del culturismo, vi sia una altrettanta forte corrispondenza di disturbi della sfera sessuale.

Tutt’altro che esaustivo per sua complessità intrinseca , l’argomento è stato appena sfiorato. Per quanto, sia la mia visione che quella del Dott. Lombardo siano state armoniosamente collimate, tanto ci sarebbe ancora da esprimere a riguardo.

 

Stress management e sovrappeso

Articolo pubblicato nella rivista "Olympian's News", del dott. Massimo Spattini e di Claudio Lombardo.

 

 

Lo stress protratto è senz’altro il fattore più importante nello sbilanciamento che si crea negli anni a livello metabolico ed ormonale e che favorisce il processo di invecchiamento e di modificazioni della composizione corporea (cioè meno muscoli più grasso) che, quasi sempre, si accompagnano col passare degli anni. È stato stimato, con approssimazione per difetto, che circa il 50-70% delle malattie sono collegate allo stress.

I ricercatori ritengono che lo stress rivesta un ruolo principale nel manifestarsi della malattia. Le normali cause di malattie, come microrganismi, i veleni, i disordini metabolici, etc…. sono necessari ma non sufficienti. Per esempio, per contrarre il raffreddore il virus che causa il raffreddore deve essere presente nell’ambiente ed essere inalato nel tratto respiratorio ma non tutte le persone che lo inalano sviluppano il raffreddore. La possibilità che il virus possa attecchire e mettere radici nei tessuti dipende dallo stato del terreno cioè del sistema immunitario che è strettamente collegato allo stress. Numerose ricerche e studi hanno supportato l’idea che uno stress eccessivo possa portare ad un malfunzionamento del sistema immunitario rendendo le persone più sensibili a sviluppare malattie a causa di fattori ambientali ai quali si è normalmente esposti e che, in situazioni di buona funzionalità del sistema immunitario, non sfociano in malattie.

Il termine stress si riferisce alla risposta del corpo al fattore stressante che è lo stressor. Lo stressor è l’evento che provoca lo stress che è una reazione dell’organismo a qualcosa che altera il suo equilibrio. Ogni cosa che stimola un cambiamento o un adattamento può essere uno stressor. Lo stressor può essere un fattore esterno reale o semplicemente percepito tale, o interno, come eccessivo perfezionismo, senso di colpa, aspettative irrealistiche, paure, gelosie, desideri inappagabili etc…. Fondamentale è, appunto, la percezione che si ha dello stress in sé, infatti lo stesso fattore stressante può generare diversi livelli di stress a seconda delle persone che lo vivono.

La risposta allo stress è mediata dal sistema nervoso endocrino. Le ghiandole surrenali rilasciano gli ormoni noradrenalina e cortisolo. C’è anche un’attivazione del sistema nervoso che, insieme agli effetti degli ormoni dello stress, predispone l’organismo alla reazione. Inizialmente la risposta allo stress e stata chiamata “combatti o fuggi” perché, appunto, è una risposta finalizzata a predisporre l’organismo ad attingere alle proprie risorse per affrontare o scappare via da uno stressor che rappresenta una minaccia per la vita. In teoria, una volta che lo stressor è stato sconfitto o dominato, si attraversa una fase di profondo rilassamento e, per questo, la giusta alternanza tra determinati stress stimolati e i successivi periodi di rilassamento, ha un effetto positivo sull’organismo. Un po' come una macchina in rodaggio che ogni tanto va portata al massimo dei giri ma poi bisogna tornare a regimi bassi per fare in modo che essa duri nel tempo con ottime prestazioni. Se invece si tirassero sempre tutte le marce, in breve tempo, si verificherebbero problemi così come se, viceversa, si andasse costantemente piano poiché poi, all'occorrenza, la macchina non sarebbe in grado di effettuare prestazioni ottimali. È pur vero però che nella società moderna gli stressor sono così tanti (ed alcuni anche al di sotto del nostro livello di consapevolezza) che non ci si rende conto della loro presenza la quale, comunque, porta ad un sovraccarico di stress nel tempo. Praticamente ci si ritroverebbe nella condizione di non essere mai in grado di bloccare le risposte allo stress ed entrare nella fase di rilassamento. Gli effetti psicologici e fisici provocati dallo stress sono concepiti per la reazione "combatti o fuggi". Questi cambiamenti includono un innalzamento del battito cardiaco, un'accelerazione del ritmo respiratorio, una contrazione dell'apparato gastrointestinale ed urinario, aumento della glicemia, un aumentato afflusso di sangue verso i muscoli e un aumento della pressione sanguigna. Se questi effetti, che sono benefici a breve termine, diventano invece cronici (come nel caso di stress cronico) cessano di essere utili e si trasformano invece in dannosi per l'organismo. Per esempio, momentanei innalzamenti della pressione sfociano nell'ipertensione, ripetuti innalzamenti della glicemia portano al diabete, alterazione del ritmo cardiaco portano a cardiopatie e cosi via; tutte queste malattie sono le prime cause di morte nella nostra società. Ma anche l'obesità è legata allo stress.

 

Al giorno d'oggi, il livello di stress delle società occidentali, ha raggiunto livelli d'allarme.

La moderna tecnologia, anziché rendere la vita più semplice la resa più frenetica, immergendoci in un net-work continuo di stimolazioni; telefoni cellulari, internet, televisioni in ogni camera, automobili parlanti non ci lasciano in pace. Svariati studi clinici hanno dimostrato che abbassando i livelli di stress e riportando i livelli di cortisolo (il principale ormone dello stress) a valori normali, si può ridurre il peso corporeo, la pressione sanguigna, migliorare la sensibilità all'insulina, riequilibrare la glicemia e controllare l'appetito. La buona notizia è che numerosi studi hanno dimostrato che lo yoga, i massaggi, l'esercizio fisico, la corretta alimentazione e l'uso di determinati integratori possono funzionare da anti-stress e diminuire i livelli di cortisolo. Il cortisolo è appunto il principale ormone dello stress che viene attivato in situazioni di emergenza; quando questo stress diventa cronico, i livelli di cortisolo nel sangue sono sistematicamente alti. Il cortisolo manda dei segnali al cervello per aumentare l'appetito e soprattutto verso i carboidrati ed i grassi, cioè verso i cibi particolarmente ricchi di calorie, proprio per fornire l'organismo le maggiori energie possibili per contrastare la situazione di stress. Nell'uomo primitivo, la situazione era per lo più legata a situazioni di carattere fisico: aggressioni, eventi climatici sfavorevoli, intensa attività di caccia ecc... Al giorno d'oggi lo stress è prevalentemente di carattere psichico: il lavoro, la famiglia, il coniuge, i problemi economici, la mancanza di tempo, ecc... Di conseguenza la risposta allo stress con una super alimentazione, in realtà non è funzionale alla causa scatenante. Inoltre il cortisolo, per gli stessi motivi, tende a ridurre la mobilizzazione dei grassi di deposito per conservarli per situazioni d'emergenza e questo lo fa, oltre che tramite un segnale diretto alle cellule adipose, anche bloccando l'azione dei più importanti ormoni del nostro corpo: peggiorando l'efficienza dell'insulina si hanno più facilmente sbalzi glicemie crisi di fame per i carboidrati, diminuendo la serotonina più facilmente ci sentiremo depressi, diminuendo l'ormone della crescita calano i muscoli ed aumenterà il grasso e riducendo gli ormoni sessuali (testosterone ed estrogeni) diminuirà la libidine e la performance sessuale. Quindi alla fine ci ritroveremo affamati, depressi, deboli, grassi e quasi impotenti. Non è una bella prospettiva! Ma badate bene, anche una dieta abbastanza restrittiva è fonte di stress e scatenando questi meccanismi, non porterà ad una corretta perdita di peso, ma se mai a perdere piuttosto i muscoli invece del grasso. È poi classica la situazione di diete troppo restrittive che innalzando in maniera notevole il cortisolo, causano un impellente desiderio di sovralimentarsi, che porta all'abbandono della dieta e ad uno smodato consumo di cibo. Anche l'allenamento eccessivo è fonte di stress, ed una ricerca effettuata presso l'Università del Colorado, ha dimostrato che gli atleti in condizioni di super-allenamento presentavano difese immunitarie più basse, disturbi dell'umore e maggiori livelli di grasso corporeo.

 

VERSO UNA NUTRIZIONE "CONSAPEVOLE"

Al giorno d'oggi sono tantissimi gli stimoli esterni che il nostro cervello deve processare rispetto al passato e spesso ci si trova a dover consumare il proprio pasto di fretta (i fast- food ne sono un esempio, ma non solo...), mangiando quello che ci capita o, peggio ancora, ci troviamo durante il pasto a "rimuginare" pensieri depotenzianti (impegni, imprevisti, problematiche lavorative e via dicendo), che alterano i processi del sistema enterico (il nostro secondo cervello) e quindi la corretta funzione dell'apparato digerente. Uno dei caposaldi della psico-cibernetica afferma che "la mente umana non può distinguere un evento reale da uno vividamente immaginato" perché in entrambi i casi si attivano le stesse reti neurali. Facendo fede a questo principio possiamo dire che se consumiamo un cibo distraendoci (guardando la televisione o seduti davanti al pc) della nostra azione alimentare, per la nostra mente non stiamo consumando quel cibo. Quest'ultimo viene consumato in modo più veloce e la quantità di cibo ingerita risulta maggiore in quel lasso di tempo necessario affinché lo stimolo della sazietà raggiunga i centri cerebrali (circa 20 minuti). La quantità calorica ingerita alla fine del pasto risulterà maggiore di quella ingerita se attuassimo una "pratica alimentare consapevole". Inoltre la distrazione determina una parziale "insensibilità" al gusto dell'alimento consumatore, che interferisce con le sostanze ormonali gratificanti (endorfine) prodotte durante e dopo la consumazione. Il nostro organismo, per ovviare a questa parziale soddisfazione, ci richiede di consumare altro cibo.

Se consumassimo un cibo distraendoci, per la nostra mente non stiamo consumando quel cibo.

La gratificazione è quella piacevole sensazione data:

•dall'appagamento dell'aver soddisfatto un nostro bisogno primario (fame);

•dagli stimoli sensoriali (vedere e gustare un alimento)

•dai pensieri (quello che visualizziamo, che ci diciamo e sensazioni che proviamo) che generiamo durante la consumazione degli alimenti.

 

Il modellamento dell'uomo primitivo

Il seguente metodo sul consumo dei cibi affonda le sue radici nella PNL, alla quale sono apportate opportune modifiche personali per adattarlo al contesto della nutrigenomica.

Si tratta, in sintesi, di accorgimenti comportamentali di semplice adozione, da dover inizialmente "consapevolizzare" in modo da farli diventare successivamente delle abitudini comportamentali automatiche, inconsce.

I punti da seguire sono i seguenti:

1) Mangia appena senti fame

L'uomo primitivo mangiava per nutrirsi e per gusto, e non come spesso accade oggi per soddisfare bisogni emotivi. Per seguire questa linea guida è necessario mettere in atto un "ascolto attivo" del proprio organismo, discernendo i bisogni primari (fame, sete,ecc.) da quelli emotivi (ansia, insoddisfazione,ecc.).

2) Mangia ciò che vuoi spesso e in dosi moderate.

L'uomo primitivo mangiava spesso perché si nutriva di ciò che trovava durante l' approvvigionamento del cibo, vista l'impossibilità di conservarlo per tempi molto lunghi, come accade oggi. Non si ha quindi la necessità di fare "magazzino", possiamo permetterci di velocizzare e alimentare spesso il nostro metabolismo, facendogli sapere che cibo ce n'è quando lo stomaco lo cerca.

3) Avanza sempre qualcosa nel piatto.

Per contrastare la credenza potenziante più diffusa (buttare il cibo è uno spreco o peggio ancora un "peccato!") e per esorcizzare la persona dal senso di colpa derivante, che contrasta la piena consapevolezza dello stimolo della sazietà, estranea all'uomo ancestrale.

4) Posa la forchetta dopo ogni boccone.

Lo stimolo della sazietà che parte dai centri cerebrali non è tanto strettamente correlato alla quantità di cibo che ingeriamo bensì è direttamente proporzionale alla "lentezza" con cui si consumano i cibi e, quindi, al loro tempo di assunzione. L'uomo primitivo non aveva fretta di consumare il pasto a differenza di quanto è portato a fare l'uomo moderno per radicati cambiamenti del proprio stile di vita. Inoltre alcune tipologie di ristorazioni (come i fast-food) intensificano ulteriormente questa problematica.

Gustare lentamente il cibo è importante perché lo stomaco invia il segnale di sazietà al cervello con un ritardo di circa 20 minuti dall'inizio della consumazione del pasto.

Inoltre è stato dimostrato che se il cibo viene triturato bene migliora l'azione enzimatica nello stomaco.

5) Ascolta il tuo corpo ogni giorno di più.

L'uomo primitivo possedeva un'assoluta consapevolezza dello stimolo della fame ma anche di quello della sazietà. L'alterazione di quest'ultimi è stata causata da una progressione del sovraccarico sensoriale durante il consumo degli alimenti nonché da un ritmo di vita più frenetico rispetto al passato.

Il nostro corpo ci dice di cosa ha bisogno e, soprattutto, l'appetito è specifico per determinati macronutrienti (carboidrati, proteine, grassi).

6) Apprezza ogni boccone al 100%

Questo espediente viene utilizzato al fine di produrre una sensazione benefica a livello emotivo.

Il piacere associato a questa sensazione permette un equilibrio dell'assetto neuro-trasmettitoriale del cervello che, tramite uno stimolo del sistema endofinergico, genera la produzione di sostanze gratificanti.

Queste sostanze hanno capacità analgesiche, calmanti e appaganti, aumentando il senso di controllo della persona durante il perseguimento della dieta, tramite la stabilizzazione e l'anticipazione dello stimolo di sazietà.

7) Se hai il dubbio di essere sazio , fermati!

Per prendere consapevolezza del senso di sazietà e non eccedere nella quantità di cibo ingerita o, meglio, introdurre quella corretta, risulta indispensabile decidere di fermarsi tra i punti 5 e 6 della seguente scala:

1 ------ Molta fame

2

3

4 ----- Famelico

5

6

7 ----- Sazio

8

9

10 ---- Molto sazio

 

Atteggiamento mentale "NO LIMITS"

Articolo pubblicato nella rivista "Cultura fisica" (01/21012), del dott. Claudio Lombardo e di Umberto Pelizzari.

“ Nello sport il potere della mente può permetterci di raggiungere risultati non giustificabili in modo scientifico”.

Umberto Pelizzari

 

"L’atteggiamento mentale dello sportivo è alla base del successo nel bodybuilding , nel fitness e nello sport in generale".

Joe Wieder

 

Lo scopo del presente articolo – redatto ancora con l’ausilio di Umberto Pelizzari, a conclusione di questo speciale – è quello di mettere in evidenza la struttura di successo di questo campione (ineguagliato) di apnea, al fine di poterla rapportare direttamente alla nostra disciplina sportiva. Per “struttura di successo” si intende l’insieme di tutti quegli atteggiamenti mentali che spingono al successo determinati atleti, o semplici sportivi, consentendo loro di raggiungere risultati e prestazioni non comuni.

Ovviamento, pur "ricalcando" questa struttura non è detto che diventerete tutti dei campioni, ma sicuramente ognuno di voi apporterà dei miglioramenti nella propria realtà sportiva.

Detto questo, se lo scopo della prima pubblicazione di questa serie era quello di evidenziare la funzione della cultura fisica come disciplina-base per ogni sport, questo articolo ha una finalità ben differente: sarà, infatti, proiettato all'"estrazione" – ovviamente per sommi capi,per evidenti limiti di spazio – della struttura di successo di Umberto Pelizzari. Cosi come avvenuto nel caso dell‘ articolo precedente , anche in questa sede molti di voi potrebbero domandarsi: perchè analizzare proprio la struttura di un campione di apnea nell’ambito di una rivista che da semprebodybuilding e fitness?

Uno degli aspetti fondamentali della “Programmazione Neuro-Linguistica“ è quello costituito dal modellamento,ossia l'acquisizione ,prevalentemente, di tre elementi (prevalentemente): “Sistema di credenze“, “Fisiologia“ e “Sintassi mentale“. La PNL si prefigge l'obiettivo di ridurre il più possibile il divario tra quella ridottissima percentuale di persone che posseggono, perlopiù inconsciamente, tale struttura di successo e quella larga percentuale (la maggior parte degli individui di qualsiasi disciplina sportiva) che ne è priva.

Orbene, avendo acquisito lo stesso Pelizzari un‘imponente mole di informazioni sul proprio atteggiamento mentale - anche in considerazione del suo particolare interesse a quest'aspetto – che gli ha permesso negli anni di raggiungere risultati ineguagliati, risulta logico e conveniente partire dalla sua comprovata esperienzaed utilizzare i dati a disposizione, sicuramente molto più rilevanti e scientifici di quelle scarse ricerche effettuate nel nostro nel nostro settore sportivo (per motivi legati, probabilmente, a "focus informativi" differenti: l'approfondimento accanito (e spesso a sè stante) su alimentazione, integrazione, metodiche allenanti e via dicendo, nel settore bodybuilding e fintess, spesso, non lascia spazio all'allenamento mentale - il fattore che dovrebbe essere più evidenziato. In altri termini analizzare e acquisire la struttura di successo di un campione di apnea e cercarla di "installarla" nel nostro ambito d'applicazione, può permetterci di raggiungere quei risultati ai quali tanto aspiriamo (anche con un sensibile accorciarmento i tempi)

Questo ,naturalmente, non vuol dire che per aumentare la massa muscolare delle gambe da domani in palestra dovrà "pinneggiare"… più velocemente!?!?

Si badi bene che: si parla di strutture mentali che consentono di conseguire,il successo e, quindi, il miglioramento fisico non già direttamente ( mediante esercizi, integrazione, alimentazione, ecc.) ma indirettamente (attraverso l’utilizzo di un‘adeguata forma mentis, giuste predisposizioni, controllo dei pensieri, corretta gestione dello stress, modulazione dell'arousal, attitudini e via dicendo) .

Le strutture mentali dei “campioni“ di apnea ,di quello tennis, del lancio del giavellotto o del culturista in definitiva sono identiche: ossia il campione mette in atto dei "comportamenti mentali utili" (modi di pensare, di auto-suggestionarsi, di porre il senso di sfida e via dicendo ) che rispecchiano esattamente quelle di tutte le altre categorie sportive e che soprattutto possono essere estrapolate e modellate al fine di apportare miglioramenti ad un' altra categoria sportiva. Questo è l'obiettivo che si prefigge l'articolo che state leggendo: ossia fornire uno "strumento" da poter utilizzare in ogni contesto sportivo.

Credenze depotenzianti e sport

Il libro Corso di apnea di Umberto Pelizzari comincia con il seguente frase: "Chi si aspetta un manuale di sole tecniche fisiche forse resterà deluso. Noi partiamo dal presupposto che l’apnea sia prima di tutto uno sport mentale."

Ogni apneista ha sentito, almeno una volta, la celebre frase del medico francese Cabarrou che, quando gli fu chiesto di commentare la possibilità per un uomo di scender oltre i 50 metri, sentenziò “il s’encrase..”, cioè “si rompe”. In quegli anni, per la medicina ufficiale, le variazioni fisiologiche legate alla profondità delle immersioni in apnea erano brutalmente regolate dalla legge di Boyle – Mariotte (p x v = K, il volume di un gas è inversamente proporzionale alla pressione esercitata su detto gas) È chiaro che nelle discipline sportive più diffuse e studiate, anche l’allenamento fisico è protocollato in modo preciso in funzione delle esigenze che la disciplina stessa impone siano. Ma questo avveniva prima che Enzo Maiorca a Ustica nel 1962, staccasse il cartellino a – 51 metri risalendo poi indenne in superficie. In quegl'anni prima di scendere oltre i 50 metri, tutta la medicina subacquea mondiale lo dava per spacciato: proprio in tali circostanze si vede la grandezza dell’uomo.

Da lì in poco tempo tanti altri apneisti son riusciti a passare questo muro che si pensava fosse invalicabile. La scienza è stata clamorosamente smentita con la sua susseguente credenza depotenziante. Questo non vuol dire assolutamente di non ascoltare il medico quando ci da un determinato consiglio, ma vuol solo essere un appunto per mettere far comprendere la capacità limitativa che può avere una data "credenza scientifica"

Sono, infatti, le credenze depotenzianti che pongono i principali limiti alla mente umana,spesso a tal punto da rendere le nostre capacità fino a renderle inesistenti.

E' interessante notare come Tad Garret (esperto di PNL nello sport) riconduca queste credenze depotenzianti ai limiti che ci auto-installiamo e ai quali rimaniamo fedeli. L'insieme di questi viene definito dallo stesso Garratt il “termostato mentale“. Quando un qualsiasi sportivo raggiunge il proprio limite (spesso autoimposto) è come se scattasse una sorta di meccanismo che lo costringesse a smettere di continuare, ad autosuggestionarsi, percependo in tal modo più fatica e , quindi, minori capacità di continuare la prestazione iniziata.

Dal punto di vista strettamente linguistico le convinzioni depotenzianti vengono esperite con determinate frasi, delle quali sono:

1.Non posso controllare il mio corpo;

2.Non ce la posso fare;

3.Ho raggiunto la mia massima capacità;

4.Mi sento impotente di fronte a qualcosa che non so controllare;

5.Non riuscirò mai a controllare la mia paura o la mia ansia;

6.Mi sento debole e senza energia;

7.Sono un tipo soggetto a somatizzazioni;

8.Non sono capace di realizzare ciò che penso;

9.Non mi piaccio;

10.Non credo di avere le potenzialità.

Nel bodybuilding e nel fitness,ad esempio, stilare piani di allenamento che tengano conto di scrupolose ripetizioni – soprattutto nell'ultima serie – potrebbe rivelarsi controproducente.

Di contro, una scheda d'allenamento che, almeno, non preveda un numero prestabilito di ripetizioni (ad esempio, mediante sostituzione del numero prestabilito con una parola potenziante, quale potrebbe essere “max“) può aumentare l'intensità d'allenamento fin dalla prima seduta. Un esempio di esercizio potrebbe essere: Panca piana15/12/10/8/max (serie portata al massimo). Nel momento stabiliamo un numero preciso di ripetizioni, a cui dobbiamo attenerci, automaticamente il nostro cervello – che agisce per comandi – non farà altro che eseguire quel compito che gli è stato dato, avvicinandosi il più possibile in quelle ripetizioni pre-stabilite, ed è in questo preciso momento che entra in azione il nostro "termostato mentale", limitando una potenziale progressione dell'intensità o del volume d'allenamento. Va precisato,ad onor del vero, che questa modalità di esercitazione potrebbe risultare potenziante nel momento in cui il carico non ci permette di completare neanche le ripetizioni prestabilite (numerate). Tuttavia, l'esperienza personale nel body-building ha portato a ritenere che con l’utilizzo di questo espediente (ossia sostituzione del numero prestabilito con una parola potenziante) la persona si sente più motivata e soprattutto non si auto-impone dei limiti.

La psicologia dell'apnea

Le difficoltà di conseguire in tempi ragionevoli i risultati prefissati può generare varie forme di tensione emotiva che sfociano nell’ansia. I contrasti con l’ambiente a loro volta, possono condizionare il clima nel quale svolgono le lezioni o gli allenamenti e, di conseguenza, minare l’apprendimento nel suo complesso. Tutte queste possibili difficoltà ci condizionano in ogni momento della nostra giornata. Riconoscere il cedimento delle nostre difese emotive e le conseguenti ansie, paure, la scarsa concentrazione o altro costituisce la base necessaria da cui partire per svolgere la disciplina dell’apnea in sicurezza, ma anche nello sport in generale. E' importante essere in grado di controllare i pensieri e gli impulsi negativi, causa della quasi totalità degli incidenti.

Anche l’aspetto psicologico non può essere tralasciato: è indispensabile quindi creare un rapporto di fiducia e di reciproca conoscenza tra l’atleta, il preparatore, l’equipe medica e lo psicologo, al fine di assicurare che tutto ciò che viene eseguito, se pur nel massimo del rigore scientifico, non venga inficiato da ciò che condiziona inesorabilmente la durata dell’apnea nell’uomo: le sensazioni psicosomatiche.

 

 

Gestione dello stress e tecniche di rilassamento

L'importanza delle tecniche di rilassamento nell'apnea entra in scena con JacquesMayol (allenatore di Pelizzari), che introduce un approccio all'apnea molto più filosofico e intellituale, mediante le tecniche come lo yoga, cercando di supplire con la concentrazione psichica al proprio fisico che non è al massimo della forma.Risultato: nel 1983, Mayol tocca i – 105 metri; e grazie anche a questi espedienti, negli anni Novanta proprio Umberto Pellizzari è il primo uomo a rompere il muro dei -150 metri!!!

Ma non dimentichiamo che i rischi derivanti da questa attività sono, quindi ambientali e individuali, ovvero legati allaconsapevolezza delle proprie capacità tecniche, mentali e fisiche, e più si è stressati e meno si è consapevoli di quello che si sta facendo.

Fu lo stesso Mayol a intrudurre lo yoga nella preparazione dell’apnea subacquea. Egli era convinto che la strada giusta da percorrere, per ottenere buoni risultati e vivere bene questa esperienza, fosse proprio la ricerca interiore, l’introspezione, il tornare alle origini. In poche parole, fare di una disciplina sportiva anche una disciplina della mente. La cultura occidentale, dove impera la separazione tra corpo e mente, non offriva a Mayol tecniche adatte, e divenne inevitabile il ricorso alla più tradizionale e alla più antica tra le discipline olistiche, quella in cui spirito e corpo sono eternamente ricongiunti attraverso particolari tecniche di meditazione, respirazione e movimento: lo yoga. Per noi occidentali il termine energia esprime un concetto meno vasto e molto più materiale ma per gli yogi il pensiero stesso è una forma sottile di prana (forza vitale originaria, sommatoria di tutte le energie – N.d.R )

All’inizio si innesca una reazione positiva che prepara la persona alla situazione: in pratica subentra uno stato di allertache migliora le condizioni di base, le attiva per affrontare il pericolo. Ogni persona reagisce individualmente e questo dipende da molti fattori: ambiente familiare, esperienze, stimoli precedenti, eccetera. Di conseguenza ogni individuo ha i suoi stimoli-soglia, e le situazioni che percepisce come problematiche o pericolose non necessariamente lo sono per altri (ad esempio, per quanto concerne la percezione dell'evento sportivo). Se lo stimolo viene valutato come pericoloso o problematico, ecco che scattano tutta una serie di reazioni che coinvolgono il Sistema Nervoso Centrale ed endocrino per preparare la persona all’attacco o alla fuga. Questo evento si riscontra sia negli apneisti ,prima di affrontare una prova,sia nei culturist, prima delle gare o nell'esecuzione di esercizi molto impegnativi che mettono a dura prova i meccanismi di sopravvivenza (squat, stacchi, panca e via divendo). Il soggetto, di fatto, entra in uno stato di allerta. Se lo stimolo è ottimale, e l’attivazione è ottimale, l’azione sarà ottima.

Se lo stimolo è eccessivo, l’attivazione diventa eccessiva e la prestazione decrescerà continuamente.

Ma da dove parte questo stimolo? Proprio dalla percezione dell'evento stressogeno (competizione o semplicemente l'allenamento ad alta intensità)

Gli effetti prodotti da questa percezione possono anche dare luogo a un’inibizione dei processi ideativi e cognitivi a favore di quelli emozionali, legati all’attività della parte più ancestrale del nostro cervello (tronco cerebrale e sistema limbico). Uno dei potenziali effetti è l’ansia che protratta a lungo nel tempo diventa stress, uno stato di tensione permanente. L’individuo è in continuo stato di allarme, consuma tantissima energia e le sue prestazioni , fisiche e mentali, diventano sempre più basse.

Anche la noia è causa di stress per l’organismo. E’ una situazione di ripetitività, di routine, di già sentito, già fatto, già visto, non interessante, monotono, grigio. In questo caso l’attivazione è molto bassa, non scatta il livello ottimale e il soggetto effettua prestazioni basse, non ottiene risultati e il cervello si stacca, se ne va e non agisce. Per un atleta può essere il caso di un allenamento sempre tutto uguale, monotono, ripetitivo e quindi noioso.

L’effetto sarà una perdita di attenzione con conseguente riduzione dell’impegno e dei risultati.

È cosi’ che si attiva una forte introspezione capace di avviare nuovi equilibri tra corpo e mente. Ogni volta che si parla di metodi di rilassamento, si è portati a pensare: "il mio metodo è il migliore, la mia tecnica è la più efficace…. Il vero problema non è la tecnica ma l’atteggiamento personale e il metodo che si adotta nel rispetto del proprio quadro psicologico e delle proprie caratteristiche psicofisiche.

Ascoltare il proprio corpo

Per contro è possibile – come ha testimoniato la ricerca scientifica su soggetti in stato di rilassamento – ridurre il ritmo cardiaco, controllare volontariamente il metabolismo, la respirazione , la condizione elettrica della pelle, senza perdere coscienza, semplicemente raggiungendoo uno stato di profonda riflessione fisiologica e mentale. L’omeostasi, che rappresenta l’equilibrio all’interno del corpo, si mantiene grazie a meccanismi involontari e inconsci e reagisce automaticamente a stimoli interni o esterni secondo modelli stereotipati. Quando una persona è atterrita o ansiosa tenderà a ripetere qualsiasi azione che riduca la paura o l’angoscia, come già accaduto in passato (stimoli manipolatori), anche se alla lunga risulterà incompatibile e distruttiva per il normale svolgersi della vita quotidiana.

In entrambi i casi il rilassamento può essere un utile strumento di rieducazione, durante il quale si eliminano le connessioni negative, mentre vengono attivate reazioni positive e migliorative.

Lo scopo è ascoltare i "messaggi" che il corpo ci invia; dobbiamo imparare a "sentirli". Regola fondamentale, dunque, è quella di essere aperti a se stessi. Prioritario è "immergersi" nella propria disciplina sportiva in uno stato di totale introspezione così da annullare stimoli esterni e fenomeni mentali disturbanti.

La visualizzazione

Oltre alla ripetizione del gesto atletico è anche importante la visualizzazione dello stesso. Il sistema visivo e figurativo sono infatti un importante supporto alla percezione cinestesica, basti pensare che l’essere umano elabora fino al 90% degli input attraverso il senso della vista. Essere in grado di raffigurare mentalmente il proprio schema corporeo e motorio permette infatti di rendere più fine, efficace e veloce l’abilità motoria. La sola visualizzazione infatti predispone inconsciamente il corpo all’azione stessa rendendo più pronto più reattivo e meno stressato quando dovrà svolgere il compito vero e proprio.

La tendenza di percepire se stessi come una terrza persona rappresenta la tendenza ad utilizzare delle visualizzazioni dissociate, mentre vedersi e sentirsi in prima persona nelle visualizzazione realizzata significa avere la propensione ad utilizzare delle visualizzazioni associate. Imparare ad utilizzare entrambe significa impara a sfruttare i vantaggi associati all’una e all’altra. L’eccessivo lavoro o quello non programmato possono essere un importante fonte di stress per l’atleta il quale nonostante il grande impegno non riscontra miglioramenti. Le sensazioni che si provano alla fine di un allenamento sono un mezzo importante per comprendere come ogni atleta ha reagito allo stesso. Queste sensazioni sono fresche e chiare nelle ore successive alla sessione di lavoro ma tenderanno ad andare nel dimenticatoio perdendo la loro importante testimonianza.

Ipnosi e PNL

Nei libri di Umberto Pelizzari troviamo la PNL e l'Ipnosi come strumenti per potenziare le capacità di performance.

Che differenza c’è tra un professionista e un fuoriclasse? Che differenza c’è tra gli inseguitori e il solito vincitore? Nello sport non si vince solo con i muscoli, ma anche e soprattutto, con la testa.

Non siamo tanto distanti dalla realtà se pensiamo che grazie ad una gestione consapevole della mente, l’uomo è in grado di attivare i poteri ritenuti sovraumani. Potremmo andare avanti per molto a fare esempi, ma ciò che è importante è comprendere che tutti noi abbiamo questa importante struttura della mente, il “dono”, e il nostro compito è soltanto quello di imparare a controllarla e dirigerla per il raggiungimento degli obiettivi e il superamento delle sfide. I testi antichi sono pieni di riferimenti all’utilizzo delle potenzialità della mente, compreso il testo religioso di riferimento della nostra società. Dalla meditazione alla preghiera, tutti con l’obiettivo di rendere tangibili le potenzialità imagogiche nascoste. Tutta la fenomologia dell’ipnosi si basa su un principio immutabile: ogni idea che occupa la mente per un tempo adeguato trasforma il suo contenuto in azione. L’accettazione acritica da parte dell’inconscio di questa unica idea porta allo sviluppo dei fenomini immaginati in maniera plateale ed evidente, con immenso stupore del soggetto che non era mai stato consapevole di possedere tali capacità. Questo principio si sintetizza in un unico concetto molto usato tra gli ipnotisti: ideoplasia o monoidesimo plastico, che sta ad indicare un’ idea che prende forma, che diventa realtà tangibile, osservabile in tutta la sua potenzialità.

L'ipnosi è un particolare stato psico-fisico modificato in grado di produrre fenomeni fisici e mentali non ottenibili con il semplice controllo volontario.

In alcune realtà sportive, lo strumento ipnosi è gia utilizzato come metodica per l’incremento delle prestazioni e nessuno può negare l’importanza della gestione delle dinamiche della mente anche in quegli sport dove è indispensabile la concentrazione per lunghi periodi di gara o dove l’interruzione volontaria degli atti respiratori ci costringe ad aumentare il volume della comunicazione con la nostra più profonda intimità, l’altra parte di noi, che produce fantasie, rievoca ricordi e da avvio all’attività onrica. Le tecniche utilizzate principalmente sono le seguenti: Vvisulizzazione, imagery, controllo della fisiologia, iperstesie percettive, distorsione temporale, influenza sulla motricità, ipermnseia, anamesia e via dicendo.

Contrariamente a quanto ci è sempre stato insegnato, non siamo schiavi della nostra mente ma potenziali conducenti: ciò vale sott’acqua come in pedana o in sala pesi.

 

 

 

 

In forma... con mente e spirito.

Sintesi dell'intervista della giornalista Valentina Schenone a Claudio Lombardo.

 

Articolo pubblicato nella rivista "BENESSERE suite" (02/2012).

 

Per ritrovare la linea perduta esistono metodi che puntano sul lavoro su se stessi e sull’abbandono delle cattive abitudini prima ancora che sull’aspetto strettamente dietetico. Con successi davvero sorprendenti e duraturi.

 

I dati lo dicono chiaramente: le diete servono a poco. La maggior parte delle persone che si sottopongono a un regime dimagrante per un certo periodo, anche se hanno successo spesso e volentieri poi riprendono i chili persi...e con gli interessi! “Il fallimento va individuato nella circostanza che le diete sono settate a livello scientifico e sono direzionate sul cosa dobbiamo mangiare e in che quantità, ma non ci dicono nulla sul come dobbiamo mangiare o su chi dobbiamo diventare per mantenere un corpo in forma, mangiando sano e con gusto”, spiega Claudio Lombardo (www.claudiolombardo-pnlesport.com; www.sana-mente.it), sport e diet coach e docente di Mental Training. “Non si deve procedere basandosi sul conteggio delle calorie o sulla grammatura dei macronutrienti (o almeno non principalmente), ma da discipline e metodi che consentano un dimagrimento che parta dalla mente. D’altronde il carico emotivo a cui siamo sottoposti porta ad un’alterazione di particolari neurotrasmettitori del cervello responsabili del senso di controllo - in tutto ciò che facciamo – compreso il perseguimento della dieta. Per ovviare a questa situazione, l’organismo richiede un introito calorico maggiore, soprattutto di alimenti zuccherini, che stabilizzano tale alterazione. Lo stress, l’ansia, gli eventi depressivi (latenti e non), rappresentano fattori che possono prepotentemente ostacolare il perseguimento di corrette abitudini alimentari”.

Per restare in forma per sempre ci vuole un cambiamento radicale dello stile di vita. “Se una persona è stata sempre in sovrappeso è perché, molto spesso, è stata abituata fin dalla giovane età a tenere dei comportamenti sbagliati”, continua Lombardo. “Bisogna allora cambiare tali comportamenti, costituiti spesso da azioni acquisite ed utilizzate fin dall’infanzia”. Gli esperti lo sostengono da tempo, ma mai come in questo periodo sono apparsi libri e metodi che si concentrano sull’approccio mentale ed emozionale del nostro rapporto con il cibo. C’è chi utilizza la PNL (Programmazione Neuro Linguistica), chi varie tecniche come la Gestalt, la bioenergetica e il counselling, chi il respiro e le visualizzazioni e chi l’agopuntura. I risultati, a sentire le testimonianze di chi li ha provati, sono positivi e soprattutto duraturi nel tempo. E ci si arriva senza troppa fatica e soprattutto senza effetti collaterali.

 

CULTURA FISICA "NO LIMITS"

Articolo pubblicato nella rivista "Cultura fisica" gen/feb 2012

 

del dott. Claudio Lombardo e del pluricampione del mondo di apnea Umberto Pelizzari

Probabilmente alcuni di voi si staranno domandando cosa ci faccia campione di apnea come Umberto Pelizzari in una rivista dedicata al bodybuilding ed alfitness.

Lo scopo principale che questo articolo intende perseguire non è quello snaturare le finalità della cultura fisica bensì ampliare la visione di tale disciplina, sia sotto il profilo del miglioramento preminentemente estetico e/o finalizzato alle attività agonistiche, sia come base e pilastro fondamentale su cui si fonda la stragrande maggioranza delle altre discipline sportive.

A tal fine la “visione poliedrica” della cultura fisica (metodiche allenanti, alimentazione, integrazione, e via dicendo) unitamente all'analisi di una struttura di successo (imperniata sulla domanda “cosa fare per ottenerlo”), costituenti strumenti efficaci al raggiungimento degli obiettivi che si prefiggono nelle varie discipline dello sport (un fisico tonico, forte e asciutto è un vantaggio nei vari contesti sportivi), faranno comprendere quanto possa essere fondamentale l’attività fisica in palestra ai fini del miglioramento delle altre specialità sportive.

E’, infatti, sempre più facile vedere atleti che non si allenano solamente nello sport in cui gareggiano ma, a supporto del lavoro specifico, svolgono delle attività parallele (come l'allenamento con i pesi) che possano permettere loro di implementare ulteriormente la forza, la resistenza, l’elasticità muscolare e le caratteristiche cardiovascolari: ciò al fine di conseguire un miglioramento generale della propria condizione fisica che implicherà notevoli ed importanti ricadute nella prestazione diretta, ossia quella della propria specialità sportiva.

Un corpo atletico, forte ed elastico risponde infatti meglio ai successivi compiti più specifici e tecnici.

La preparazione atletica in palestra ha infatti lo scopo di creare l’ottimale forma fisica di modo che, quando l’atleta dovrà impegnarsi in processi di allenamento più tecnici e specifici, sarà supportato da un corpo pronto e reattivo, risentendo molto meno gli effetti della fatica e del carico di lavoro.

Un sistema muscolare forte e resistente che non cede facilmente alla fatica potrà esercitarsi molto meglio anche nei compiti più specifici.

A parità di impegno neuromuscolare, l’atleta che dispone di maggior forza e resistenza alla forza sarà sottoposto ad un minore stress e ad un impegno psicofisico minore rispetto ad un atleta più debole: questo permetterà all’atleta più preparato di poter esprimere una prestazione sportiva più efficace e duratura o di finire la sua seduta allenante con maggiori riserve residue di adattamento, con tempi di recupero notevolmente più brevi.

In riferimento a quanto scritto in questa breve prefazione, nel seguente e nel successivo articolo saranno descritti principalmente i programmi di allenamento e l’atteggiamento mentale del pluricampione del mondo di apnea Umberto Pelizzari.

Le tipologie di fibre muscolari nell'apnea

La mancanza di buon addestramento è la causa più comune di incidente; apneisti in sovrappeso, fumatori, forti bevitori o in condizioni fisiche e mentali inappropriate si espongono maggiormente a rischi; al contrario un apneista in formaincrementa la sua sicurezza e quella del compagno, al riparo da eccessivo stress.

A lungo termine, invece, un’adeguata preparazione fisica e specifica in acqua, la pratica di particolari tecniche di rilassamento e respirazione, periodici controlli medici e una calibrata alimentazione aiuteranno a vivere con intensità e piacere emozioni che solo l’apnea sa dare. L'allenamento con i pesi ha la peculiarità, molto ricercata dagli apneisti, di aumentare la resistenza generale del corpo, stimolando l’attività cardiovascolare che risulta ottima per la preparazione fisica.

Uno dei principali fattori che determinano la vittoria nell'apnea è fisiologico: le fibre muscolari delle gambe, e soprattutto delle cosce, devono generare nello spazio di un paio di minuti o poco più, una certa potenza mantenendo basso il consumo di ossigeno.

Le fibre lente sono importanti per le attività che richiedono resistenza come nel nuoto, mentre le fibre veloci sono fondamentali quando occorre potenza come in un tuffo profondo quando si tratta di vincere la spinta idrostatica positiva o nello stacco dal fondo dopo che l’apneista si è girato per risalire.

L’allenamento con pesi può ampliare la sezione del muscolo formata da fibre veloci senza alterare il rapporto tra le fibre lente e fibre veloci. Si tratta tuttavia di capire quali sono le fibre che interessano all’apneista per poterle allenare e quindi quali caratteristiche di forza (resistente, veloce, espressiva, eccetera) debbano essere sviluppate. Fino ad oggi nessuna ricerca ha mai chiarito se un apneista che si tuffa in profondità in assetto costante o un pescatore subacqueo debba avere un corredo muscolare prevalente di tipo I o II.

Le ipotesi formulate sulla base dell’esperienza di alcuni atleti di alto livello e di medici specialisti in materia sono contraddittorie. Di conseguenza c’è da capire quale sia la tipologia di fibre muscolari più conveniente all’apneista. Fibre bianche e veloci o rosse e lente? Insomma come è meglio che sia composta la muscolatura dell’apneista considerando che la scelta dello stimolo allenante modifica la struttura muscolare di un qualsiasi atleta? In linea di principio, con la preparazione fisica, l’obiettivo è quello di allenare due fattori fondamentali: la capacità anaerobica e la potenza aerobica (Vo2MAX).

La Vo2 MAX misura la quantità di ossigeno che i muscoli sono in grado di utilizzare nell’unità di tempo, per produrre energia. Un atleta, infatti, che possiede una buona Vo2MAX, ha delle caratteristiche favorevoli alla pratica dell’ apnea: gran numero di globuli rossi, valore alto di emoglobina, bassa frequenza cardiaca, elevata capacità vitale conseguente all’allenamento aerobico. La capacità anaerobica ben allenata permette di sopportare livelli alti di acido lattico che si formano, per esempio, dopo una pinneggiata veloce in apnea.

Prendendo come riferimento un’immersione profonda in assetto costante (l'atleta raggiunge la massima profondità con la sola forza delle gambe per poi risalire allo stesso modo) l’atleta impegna i muscoli in un’azione veloce e potente ( la velocità di discesa ideale è intorno al m/sec) per vincere la resistenza offerta dalla spinta di galleggiamento. Questa resistenza in seguito diminuisce fino ad annullarsi nel punto di assetto neutro; l’apneista poi procede in caduta in assetto negativo. Potremo pertanto ipotizzare che, se all’inizio c’è necessità di una pinneggiata potente e veloce, sostenibile da fibre veloci del tipo IIa e Ib, nella fase successiva, durante la caduta in assetto negativo, l’azione della pinneggiata accompagna solamente la discesa senza incontrare resistenza particolare. Una pinneggiata, dunque, caratterizzata da una fase di rilassamento muscolare durante la quale si rigenerano le fonti energetiche (ATP) in economia di ossigeno per disporre di nuova potenza e velocità, dopo la girata (capovolta sul fondo), durante la risalita verso la superficie. Staccando dal fondo, infatti, le gambe dell’apneista sono impegnate a contrastare inizialmente e a vincere, in seguito, la spinta negativa. Risalendo, poi, la diminuzione della pressione idrostatica lo favorisce aumentando la spinta di galleggiamento nella direzione della superficie e alleggerendo di conseguenza l’impegno muscolare delle gambe.

Inoltre la pinneggiata è caratterizzato da movimenti complessi che comportano la coordinazione di tante masse muscolari. Affinchè questo avvenga si deve sentire ogni muscolo coinvolto nel movimento, si deve rendere conto della sua esistenza e del suo stato, se sia in tensione o a riposo. Uno sviluppo equilibrato delle masse muscolari caratterizzato da un’equa ripartizione tra le fibre di tipo IIa e Ib dovrebbe sostenere prestazioni idealmente vantaggiose per l’apneista.

Ruolo dei meccanismi energetici

In una performance in apnea, non si sa ancora in che percentuale, ma per certo intervengono sia il sistema aerobico che quello anaerobico. Tutti e due vanno allenati, anche e soprattutto in un periodo di preparazione fisica. La tendenza attuale nell’allenamento fisico prevede una prevalenza di allenamento aerobico, con delle punte finali (vicine al 30%), in cui si allena anche quello anaerobico. A detta di quasi tutti gli apneisti più forti, che prevedono nella loro stagione un periodo importante di preparazione atletica, gli esercizi in cui si lavora in un ambito energetico anaerobico, devono essere protratti per un tempo il più possibile vicino alla performance apneistica da allenare.

L’apneista deve conoscere i meccanismi energetici che sostengono l’attività muscolare per due precise ragioni: pianificare la sua preparazione e distribuire lo sforzo in acqua per economizzare ossigeno ed energie. In letteratura non esistono riferimenti circa i meccanismi energetici che sostengono l'attività muscolare durante una discesa in apnea in assetto costante. Ricerche mirate in questo campo non sono mai state fatte. Comunque sia, l’esperienza confrontata di apneisti ad alto livello ci porta ad ipotizzare che l’attività muscolare durante l’apnea sia sostenuta dai meccanismi energetici conosciuti con sequenze e tempi che dipendono dalla profondità, dalla temperatura, dalla velocità della pinneggiata in discesa e in risalita. Il nostro organismo utilizza il sistema aerobico prevalentemente nelle attività di una certa durata che richiedono un’azione protratta anche per ore. Un’ipotesi accreditata dall’esperienza e dall’osservazione di apneisti ad alto livello è che il sistema aerobico interviene solo in un particolare momento durante la discesa nel blu, cioè dopo aver passato il punto di assetto neutro; oltre questa quota, infatti, l’azione muscolare non è più così intensa come in superficie, diventa più sciolta, fluida, non c’è la necessità di sviluppare la potenza, i valori di ossigeno sono ancora buoni e il flusso ematico a livello periferico è ancora importante....continua

 

DIMAGRIRE SENZA DIETE! (seconda parte)

del dott. Claudio Lombardo (Sport coach, Diet Coach, Personal trainer)

e dott.ssa Debora Conti (NLP Licensed Trainer, Personal Coach di PNL)

 

Articolo pubblicato sulla rivista "Cultura fisica" nov/dic 2011.

 

Non possiamo correggere ciò che non possiamo controllare..

Debora Conti

 

Spesso alla parola dieta viene associata quella di imposizione, sacrificio e rinunce, rappresentando così un regime basato sul dolore.

Ciò costituisce anche il principale motivo del "boom" delle palestre in primavera, un'illusione di tornare in forma in poco tempo prima dell'estate.

La dieta dimagrante non dev'essere legata esclusivamente all'ottenimento di un risultato ma dovrebbe altresì rappresentare un lavoro di crescita, di assoluta consapevolezza del proprio corpo, su cosa abbiamo voglia di consumare e in che quantità.

Il corpo, in realtà, funziona bene perché legge il minor introito di energia quotidiana come una criticità, come un problema.

Questo è il motivo del crescente ed incontrollabile sviluppo dell'obesità.

Quest'ultima è la prevedibile risposta al repentino mutamento ambientale, legato al nostro assetto genetico che odiernamente rappresenta un fattore a noi sfavorevole, essendo venute meno le condizioni originarie per le quali è stato selezionato.

In passato l’obesità era una condizione protettiva nei confronti di epidemie, carestie, malattie carenziali e malattie intercorrenti; oggi è una condizione che favorisce lo sviluppo di numerose malattie tra le quali malattie cardiovascolari, metaboliche e osteoarticolari.

Appare fisiologico che chi è a dieta la odi, generando un atteggiamento mentale limitante che impedisce di ottenere il risultato desiderato.

La PNL afferma che solo nel momento in cui generiamo uno stato d’animo potenziante possiamo generare comportamenti di successo.

La comunicazione con il cliente

Nella stragrande maggioranza dei casi, un qualsiasi individuo che si affidi ad uno specialista del settore (nutrizionista, dietologo, dietista, educatore alimentare o diet coach) con l'intenzione di adottare un regime alimentare idoneo al proprio obiettivo, da un lato delega tutta la respons-abilità a quest'ultimo, diventando “passivo” al perseguimento della stessa; dall'altro spesso non viene presa in considerazione e talvolta sfruttata dallo specialista la suggestione iniziale che si genera in quel momento fondamentale in modo tale da poter poi instaurare un “rapport” intenso con il cliente.

Il “rapport” dev'essere ricercato al fine di comprendere l'individualità psicologico-comportamentale ,oltre che biochimica, del cliente nonché di investigare i motivi dei precedenti fallimenti dello stesso. Costituisce, pertanto, un indispensabile strumento comunicativo per un'interazione profonda con il cliente. Da questo punto di vista il dietologo, il nutrizionista, il dietista, l'educatore alimentare o il diet coach dovrebbero svolgere in parte anche il ruolo di psico-terapeuta.

Raramente, tuttavia, si utilizza questa opportunità, che inizialmente si comporta come una grande onda che diminuisce progressivamente fino a scomparire, se non alimentata.

Detto questo per direzionare la dieta a risultati di successo se ne deve comprendere la struttura, che in questo caso è rappresentata dalla formula seguente:

“ Suggestione + Parte attiva del soggetto = Risultato”

Non è nient'altro che la stessa struttura adottata in molte religioni, tra cui il vudù, dove si registrano alte percentuali di autoguarigioni.

Il vuduista, infatti, si affida ai propri sacerdoti o sacerdotesse i quali li direzionano alla preghiera o a delle specifiche pratiche, durante l’espletamento delle quali è previsto l'utilizzo di alcuni oggetti o pozioni che si crede siano investiti di un'energia divina.

In tale contesto il praticante è parte attiva del sistema, non delega tutta la respos-abilità al sacerdote ma si adoperanella preparazione dei suoi rituali e nel perseguimento di indicazioni date da esso, credendoci fermamente e prendendosi la respons-abilità della sua buona riuscita.

In queste condizioni , di assoluta certezza , nella mente del praticante si generano immagini potenzianti , le stesse che modificano la propria biologia.

Quando noi crediamo con assoluta certezza a qualcosa, creiamo delle "attitudini" e "tendenze" che renderanno quello che noi pensiamo molto più probabile, è come se costringessimo la realtà a divenire quello che intensamente immaginiamo per buona parte del tempo.

Lo stesso Einstein affermò: “ Il tempo e lo spazio non sono condizioni in cui agiamo ma sono condizioni in cui noi pensiamo”. Lo stesso principio (la creazione della nostra realtà) in fisica quantistica lo troviamo nel "collasso della funzione d'onda" e nella "legge d'attrazione".

Non c'è , quindi, solo un lavoro comportamentale o di capacità, ma anche un lavoro basato sulle credenze, sulle convinzioni, sui valori, sull’identità che rappresentano i principali responsabili del successo nella dieta come delle guarigioni spontanee.

Abitudini e rituali nella dieta

Le abitudini sono il motivo principale per il quale, tanti sportivi, una volta cessata l’attività, perdono progressivamente la loro eccellente forma fisico-sportiva, spesso ingrassando esponenzialmente.

Essi sono abituati a mangiare cibi molto nutrienti, anche se non “pesanti”, adatti alla vita di un atleta che brucia tante calorie e che possiede un alto metabolismo basale.

Ma quando si smette l’attività atletica questa forte neuro-associazione cessa.

Modificando i comportamenti abitudinari si modificano anche i risultati, sia in senso positivo che negativo.

A quel punto occorre ripensare alle proprie abitudini alimentari in favore di un regime più povero di calorie, ma pur sempre equilibrato. Ciononostante anche questo approccio porta spesso al fallimento, in quanto tale tipologia di individui, una volta cessata definitivamente l'attività sportiva, non è più in grado di utilizzarlo come strumento di perseguimento della dieta.

Anche in questo caso risulta fondamentale prendere in considerazione un metodo piuttosto che una dieta.

Focus: comunicare con lo stesso linguaggio della mente.

Comunicare con lo stesso linguaggio della mente è indispensabile per l'ottenimento di risultati di successo.

I trattati della neurologia insegnano che il nostro cervello è un unico blocco che processa le informazioni in modo automatico e sequenziale.

Questa visione, tuttavia, è destinata ad essere smentita una volta compresa quale sia effettivamente la comunicazione più efficace da utilizzare.

Il nostro cervello è diviso in due emisferi cerebrali che sono separati idealmente ma non realmente.

In ogni individuo, l’emisfero dominante presiede al linguaggio e alle operazioni logiche, mentre l’altro controlla le emozioni, le capacità artistiche e la percezione spaziale.

Il modello "emisfero sinistro - pensiero razionale ed emisfero destro - pensiero creativo", se non viene inteso come una rigida dicotomia, è in realtà coerente a molte osservazioni rilevate sia nella esperienza clinica che psicoanalitica.

Il nucleo della questione è che i nostri comportamenti sono una risultante dello scambio di informazioni dei nostri due emisferi, che agiscono in maniera differente tra loro.

La PNL ha scoperto che le persone di successo raggiungono determinati risultati soprattutto perché presentano unacomunicazione efficace tra i due emisferi cerebrali.

In tale ottica un'adeguata comunicazione risulta fondamentale per direzionare il nostro focus sul risultato che vogliamo ottenere e non su tutti gli imprevisti o problemi che incontriamo durante il raggiungimento dello stesso.

Il focus illustra il punto di vista o l’atteggiamento o la visione su cui ci si “focalizza”, su cui si pone la nostra attenzione.

Per il raggiungimento degli obiettivi è fondamentale avere il focus rivolto verso la soluzione e non verso i possibili problemi vissuti o che potrebbero verificarsi. Inoltre il focus è connesso fortemente con i nostri stati d'animo e, come accennato all'inizio di quest'articolo, la PNL afferma che solo nel momento in cui generiamo uno stato d’animo potenziante possiamo raggiungere risultati di successo.

Il focus si controlla con le domande.

Facendo un esempio pratico, nel momento in cui con la nostra parte razionale (l'emisfero sinistro, per i destrimani) diciamo a noi stessi :”Perchè son così?”, l'emisfero destro, attingendo dai propri programmi mentali, risponderà :“Perchè sei sfortunato, sei così e non ci puoi far niente”.

Ma se mantenessimo la stessa frase sostituendo semplicemente il “perchè” con il “cosa o come”, la comunicazione cambierebbe e consequenzialmente anche il comportamento adottato nei confronti dell'obiettivo. In sostanza dicendoci“Come (o cosa) posso fare per ottenere una forma fisica eccellente?”, daremo un'informazione efficace al nostro cervello che, avvalendosi di specifici programmi mentali potenzianti, troverà la soluzione idonea alla nostra circostanza.

Il perchè in questo caso rappresenta una parola altamente limitante.

Quando un cliente va dallo specialista e quest'ultimo nota una linguistica basata su un focus depotenziante, dovrebbe correggerla dicendogli semplicemente: “Non chiederti il perchè è così” ma chiediti: “Come posso raggiungere questo risultato”?

Nella pratica, nei nostri comportamenti questa semplice azione ha un “impact factor” molto potente, predisponendoci a comportamenti efficaci nel raggiungimento del nostro obiettivo.

I livelli logici applicati al dimagrimento

La forza di volontà non basta se non accompagnata da un lavoro mentale ed una efficace comunicazione tra cliente e specialista. I livelli logici possono esserci d'aiuto in tale circostanza.

Ambiente

Ormai è un dato di fatto che l'obesità è l'espressione di un’interazione fra l’individuo e il suo ambiente (epigenetica), anche sotto un profilo meramente psicologico, di tratti di personalità.

John B. Watson, uno degli psicologi più influenti del secolo scorso, in contrapposizione al comportamentismo classico riteneva che la diversità dei fattori ambientali influenzi ciò che apprendiamo e diventiamo nel corso della vita.

Nell’elettrodinamica quantistica (quantizzazione del campo elettromagnetico) si considera la quantizzazione dell'energia relativa ai livelli energetici degli elettroni, affermando che ogni atomo produce una vibrazione che influenza gli atomi adiacente ad esso. In altri termini il campo (costruttivo o distruttivo) che posseggono le persone che ci circondano influenza il nostro campo, alterando positivamente o negativamente i nostri comportamenti (connessi ai risultati) nel corso del tempo.

Spesso capita di vedere persone in sovrappeso che mangiano insieme, ma anche persone che mangiano lentamente o persone in normopeso che mangiano insieme: non si tratta di forme di discriminazione ma inconscio collettivo (Carl Gustav Jung).

Questo principio viene utilizzato dalla socioterapia (che non è psicoterapia) ed è espressione del metodo di “fare le cose insieme” per raggiungere un determinato obiettivo tramite l'adozione di specifiche strategie educative.

Se volete imparare a controllare questo livello potrebbe essere molto utile frequentare persone che hanno il vostro stesso obiettivo, che l'hanno raggiunto o che sono magre naturalmente.

In alcuni casi o situazioni bisognerà abituarsi a confrontarsi con amici, familiari e con la società che ci circonda.

In tale contesto ricopre un ruolo fondamentale l'attuazione di metodi speditivi e semplici che aumentino il senso di controllo: utilizzo della mano sinistra (se siete destrimani, viceversa per i mancini), eseguire due compiti contemporaneamente, sovraccarico sensoriale e via dicendo.

Comportamenti

In questo livello la domanda da porsi è: “Cosa hai fatto finora per il tuo peso?”

Questa domanda può essere posta anche dallo specialista (coaching) oltre che dal cliente stesso (self-coaching) per capire quali comportamenti ha adottato e il proprio grado di motivazione.

I comportamenti riguardano anche le modalità di consumo degli alimenti:

mangiare lentamente, avanzare il cibo nel piatto, delegare allo stomaco (ossia prendere coscienza del cibo che desideriamo).

I comportamenti sono connessi fortemente alle credenze.

Una di quest'ultime (limitanti) è quella relativa al dover consumare tutto il cibo presente nel piatto durante i nostri pasti.

Risulta molto utile prendere coscienza del bisogno fisiologico: quando il corpo ci segnala che dobbiamo mangiare tramite lo stimolo della fame, a differenza di quello nervoso, oggettivo, sociale o mentale.

Da un punto di vista pedagogico-alimentare spesso accade che i genitori preoccupati, di non nutrire abbastanza il proprio figlio, abbondino nelle porzioni senza accorgersi dei danni potenziali che derivano da tale eccesso. Questi comportamenti negativi diventano a lungo andare delle abitudini appresi nell'inconscio e il bambino inizia a mangiare per vizio o per obbligo senza rendersene conto.

Le “acquisizioni inconsce” riguardano non solo il dover consumare tutto il cibo presente nel piatto, ma anche le combinazioni di cibi sbagliate o dal consumo eccessivo di cibo dei genitori in presenza dei figli.

Chi è in sovrappeso dalla tenera età, spesso, non ha ostacoli mentali tali da ricercare soddisfazione nel cibo, mangia semplicemente per abitudine, e quindi per la ripetizione di comportamenti sbagliati nel tempo..

Ma avete mai pesato quanto cibo immettete annualmente continuando con questo modulo depotenziante?

Per interrompere quest'ultimo bisogna avanzare nel piatto una parte del pasto preparato.

Quest'ultimo può essere messo da parte e successivamente consumato oppure semplicemente buttato al fine di liberare la persona dal senso di colpa dell'aver consumato tutto il cibo.

I comportamenti vanno sostituiti e non eliminati, così se smetto di mangiare determinati alimenti “ingrassogeni” non risulta una strategia efficace iniziare a fumare o consumare più sigarette, come spesso accade.

Credenze e valori

Avere delle credenze e dei criteri non utili per soddisfare determinati valori può dirottarci al fallimento nella dieta.

Ad esempio possiamo avere il valore salute tra i primi valori della nostra vita ma parallelamente una credenza depotenziante per soddisfare tale valore. Così se il mio valore è quello della salute ma per soddisfarlo credo che basti limitarsi solo su qualche cibo particolare, oppure praticare un'attività sportiva una volta a settimana, assumo un atteggiamento che potrebbe risultare fuorviante ai fini del raggiungimento dell'obiettivo stesso.

Oltre alle credenze menzionate nel livello dei comportamenti un'altra molto in “voga” è quella relativa alla convinzione "non utile" riguardo alla propria predisposizione genetica.

Le riviste e le documentazioni scientifiche affermano ripetutamente che si è obesi o in sovrappeso per questioni genetiche. Ciò porta a far pensare le persone di non poter fare nulla per il proprio destino, perché tutto pre-determinato (determinismo genetico).

Molti, conseguentemente, si agitano perchè pensano ai geni presenti nella propria famiglia e la loro predisposizione ad essere come sono. Questo stimola staticità nei comportamenti da attuare per conseguire il cambiamento.

Tali convinzioni generano “modi di dire” e frasi come: “non potrò mai perdere peso perché è un fatto genetico”oppure “tutte le volte che ho provato una dieta non ha funzionato e non funzionerà neanche stavolta perchè geneticamente son predisposto ad ingrassare anche mangiando un grissino!”

Questa frase se analizzata linguisticamente presenta una violazione al metamodello, una generalizzazione di un'esperienza, tramite l'utilizzo di espressioni troppo generiche per essere reali ed oggettive: sempre, tutto, mai, nessuno, chiunque, ognuno (quantificatori universali).

Spesso questa terminologia linguistica rappresenta un campanello d'allarme che dovrebbe essere preso in considerazione dallo specialista, o dal cliente stesso, al fine di tamponare queste credenze e generalizzazioni con delle contro-domande, del tipo: “Hai mai conosciuto persone che pur se geneticamente predisposte ad ingrassare hanno ottenuto risultati eccezionali?”; oppure per capire i programmi mentali del cliente: “Come fai a saperlo che non funzionerà neanche stavolta?”

Un altro metodo è quello di dare la prova empirica del contrario ossia contrastare la credenza acquisita con un'altra, e quindi all'affermazione:”E' questione di genetica” si può controbattere “E' ormai un dato di fatto che la genetica ricopre un ruolo marginale nel dimagrimento” e continuare connettendolo allo stile di vita, all'interazione tra individuo e ambiente per respons-abilizzare maggiormente il proprio cliente.

Identità

Il dimagrimento è prevalentemente una questione di identità.

Si deve cercare di essere magri dentro per poi dimostrarlo fuori.

Per comprendere la propria identità o quella del proprio cliente bisogna prendere coscienza della comunicazione intrapersonale o interpersonale, e questa è nascosta nelle parole che vengono dopo “Io sono”, ad esempio: “Io sono uno a cui piace mangiare”.

In questo caso si può ricorrere ad una contro-domanda e successivamente al modeling delle persone naturalmente magre.

La controdomanda in questo caso sarà: “Perchè pensi che alle persone magre non piace mangiare? Secondo te quali comportamenti alimentari hanno differentemente da te”?

Occorre copiare la struttura del magro "naturalmente", non tanto per quante volte va in palestra, ma chi crede di essere per essere così magro.

Un'identità alterata è connessa a “false visioni di sé stessi”e quest'ultime possono essere modificate con la visualizzazione e specifiche tecniche di PNL.

Stress e dieta

L’attività fisica ricopre un ruolo fondamentale per godere i benefici del movimento tra cui, oltre all'accelerazione del metabolismo basale, quello di scaricare lo stress.

Se per ridurre lo stress non viene fatta attività motoria è facile ripiegare sul cibo.

La gestione dello stress nel perseguimento della dieta ricopre un ruolo fondamentale, poiché aumentando la tensione psicologica diminuisce la “sensazione di controllo” nel soggetto.

Il cortisolo è tra i principali responsabili del fallimento delle diete.

Se prodotto in eccesso, ostacola il processo di dimagrimento.

Esso infatti tende principalmente a :

•ridurre la mobilizzazione dei grassi di deposito per conservarli in situazioni di emergenza, tramite un segnale diretto alle cellule adipose;

•peggiorare l’efficienza dell’insulina, provocando più facilmente sbalzi glicemici e crisi di fame da carboidrati;

•alterare la concentrazione di serotonina (coinvolta nell'umore e nell'appetito) a livello cerebrale, facendoci sentire più depressi e demotivati nello svolgimento di qualsiasi attività (come ad esempio quello di seguire una dieta dimagrante);

•bloccare l’azione lipolitica dell’ormone della crescita e paralizzare l’importante funzione svolta dagli ormoni sessuali (testosterone ed estrogeni);

•Interferire negativamente con l’ormone del sonno (la melatonina). L’alterazione del ritmo sonno-veglia porta, in molti casi, all’aumento degli ormoni dello stress. Tali ormoni favoriscono il consumo di cibi ricchi di zuccheri per riequilibrare le concentrazioni della melatonina e della serotonina, alterate dalla condizione fisica e mentale di spossatezza (si consideri inoltre che durante il sonno l’organismo secerne l’ormone della crescita).

•Innescare, quando il cortisolo raggiunge livelli “border-line”, un “rebound” glicemico (l’ipoglicemia che segue all’iperstimolazione dell’insulina indotta dall’iperglicemia), che può portare a consumare nel giro di poco tempo altro cibo. Il controllo della glicemia riveste un ruolo importante nei meccanismi implicati nella lipolisi e nel controllo dell’appetito.

•Gli sbalzi della glicemia sono assolutamente dannosi in quanto viene bloccata completamente la lipolisi allorquando la glicemia si alza sopra il livello normale.

•Influenzare negativamente lo stato d’animo dell’individuo, facendolo sentire più demotivato nei confronti della dieta.

Il metodo "Giusto peso per sempre"

Dieta deriva dal greco dìaita che significa “modo di vivere”.

Per i greci e i romani la nozione di dieta comprendeva tutto il benessere: il nutrimento, il movimento, la cura del corpo e dell’anima tramite la musica, la poesia e via dicendo e non veniva intesa nella sola accezione di restrizione calorica e sacrificio come base dei risultati che si sarebbero ottenuti.

Il metodo "Giusto peso per sempre" di Debora Conti affonda le proprie radici nel modellamento dei magri naturalmente. Esso si basa su comportamenti alimentari differenti dalle persone obese: il fattore genetico non è, quindi, il solo (come sostenuto da molti esperti) che agisce e interagisce nel processo di dimagrimento.

La struttura delle persone magre naturalmente può e dev'essere modellata, impiantandola nelle persone in sovrappeso o obese.

Essa prevede 7 punti da seguire che rappresentano il metodo più efficace che può essere adottato escludendo la scelta quali-quantitativa del cibo.

Le persone "magre naturalmente" ascoltano inconsciamente il loro stomaco, seguono il senso di sazietà, smettendo di mangiare quando son sazi.

Parallelamente anche la persona che desidera dimagrire si può regolare ascoltando il suo secondo cervello, ossia lo stomaco.

Nei praticanti di body building e fitness questo sistema può essere adottato sia nella fasi di restrizione calorica per anticipare il senso di sazietà, sia nella giornata o nel pasto libero durante la settimana per non eccedere nel cibo e per il sesso femminile nei giorni in cui si ha il ciclo mestruale e risulta difficoltoso seguire la dieta.

1 Mangia appena senti fame

I magri naturalmente ascoltano inconsciamente i messaggi di fame e sazietà del loro corpo.

Lo abbiamo fatto tutti nei primi anni della nostra vita ma successivamente siamo diventati “sordi” a questi segnali. Sarebbe un pò come andare al concerto del nostro cantante preferito con i tappi nelle orecchie e volersi divertire ugualmente.

Per ritrovare il dialogo con il nostro corpo basterebbe ascoltarlo e diventerebbe semplice cosa mangiare nelle quantità giuste, quelle che servono.

2 Mangia ciò che vuoi spesso e in dosi moderate.

L'uomo primitivo mangiava spesso perché si nutriva di ciò che trovava durante l' approvvigionamento del cibo, vista l'impossibilità di conservarlo per tempi molto lunghi, come accade oggi. Non si ha quindi la necessità di fare "magazzino", possiamo permetterti di velocizzare e alimentare spesso il nostro metabolismo, facendogli sapere che di cibo ce n'è quando lo stomaco lo cerca.

3 Avanza sempre qualcosa nel piatto.

Per contrastare la credenza potenziante più diffusa (quella menzionata nel livello dei comportamenti) e per esorcizzare la persona dal senso di colpa.

4 Posa la forchetta dopo ogni boccone.

Lo stimolo della sazietà che parte dai centri cerebrali non è tanto strettamente correlato alla quantità di cibo bensì è direttamente proporzionale alla lentezza con cui si consumano i cibi o meglio al loro tempo di assunzione.

Gustare lentamente il cibo è importante perché lo stomaco invia il segnale di sazietà al cervello con un ritardo di 20 minuti dall'inizio della consumazione del pasto.

5 ascolta il tuo corpo ogni giorno di più.

Il tuo corpo ti dice di cosa ha bisogno,

Anche nel suo libro “Bodybuilding”Fabbri Ed. 1999 Giovanni Cianti evidenzia la specificità dell'appetito. Il nostro corpo ci dice se abbiamo bisogno di carboidrati, proteine o grassi.

6 Apprezza ogni boccone al 100%

Questo espediente viene utilizzato al fine di produrre una sensazione benefica a livello emotivo.

Il piacere associato a questa sensazione permette un equilibrio dell'assetto neuro-trasmettitoriale del cervello, tramite uno stimolo del sistema endorfinergico si genera la produzione di sostanze parallelamente paragonabili alle sensazioni del Runner's High (l' euforia riscontrata da molti atleti durante e dopo la pratica sportiva prolungata).

Queste sostanze hanno capacità analgesiche, calmanti e appaganti, aumentando il senso di controllo della persona durante il perseguimento della dieta tramite la stabilizzazione e l'anticipazione dello stimolo di sazietà.

Il problema subentra quando lo stesso alimento viene demonizzato, percependolo come un qualcosa di sbagliato. Questo aspetto ha un impatto molto negativo soprattutto sulle persone che posseggono un’educazione preminentemente perfezionista.

7 Se hai il dubbio di essere sazio , fermati!

Questo è un punto che i magri naturalmente applicano inconsciamente.

Si tratta semplicemente di una presa assoluta di coscienza dello stimolo di sazietà: o meglio la persona in sovrappeso o obesa che odia le diete non possiede una consapevolezza tale da permettergli di smettere di mangiare quando il senso di sazietà invia i primi segnali.

Per prendere consapevolezza di tale processo risulta indispensabile decidere di fermarsi tra i punti 5 e 6 della seguente scala:

1 ------ Molta fame

2

3

4 ----- Famelico

5

6

7 ----- Sazio

8

9

10 ---- Molto sazio

Abitudini potenzianti

Come afferma Debora Conti la ripetizione è la madre di ogni successo.

Numerosi esperimenti hanno dimostrato come siano necessarie circa tre settimane affinché una nuova abilità possa diventare abitudine (ossia una serie di comportamenti radicati nell’inconscio).

Nel suo libro psico-cibernetica Maxwell Maltz ci illumina sul cambiamento delle abitudini e della personalità in 21 giorni. In questo caso è meglio specificare che le prime settimane sono le più difficoltose per cambiare un’abitudine che solo successivamente diventerà più facile da mettere in pratica, poiché viene inglobata nella sfera delle cose normali.

In questo periodo il cervello viene cablato, producendo nuove sinapsi che sono la conseguenza dell'apprendimento di nuovi comportamenti.

Ma capita spesso che le persone per 21 giorni fanno le cose giuste per poi ricadere negli errori precedenti. Questo accade perché non si fa riferimento a 21 giorni di attesa o di sacrifici ma di esercizi ripetuti. La PNL funziona per le sue tecniche rigenerative, ripetute nel tempo.

Se vuoi anche che dopo i 21 giorni le tue buone abitudini continuano a seguirti, fagli vedere i vantaggi , cioè i miglioramenti della propria vita: dai delle sensazioni ai tuoi obiettivi ricercandole quotidianamente.

 

Programmarsi alla longevità (2°parte)

http://it.calameo.com/read/00085735869a639a64c4a

 

"Dimagrire senza diete!"

Articolo pubblicato nella rivista "cultura fisica" nel mese di sett/ott 2011

 

del dott. Claudio Lombardo (Sport coach, Diet Coach, Personal trainer)

e dott.ssa Debora Conti (NLP Licensed Trainer, Personal Coach di PNL)

 

Il titolo di questo articolo potrà sembrare di primo acchito uno spot pubblicitario subdolo e utopistico meramente finalizzato a far soldi. Non nascondo che è la prima cosa che ho pensato anch’io nel momento in cui, da Personal Coach, ho iniziato a muovere i primi passi nel campo della PNL applicata al dimagrimento.

Tuttavia, man mano che le mie conoscenze in questa disciplina progredivano diventando sempre più approfondite, quel giudizio iniziale si è rivelato ben presto un pregiudizio, categoricamente smentito dai risultati eccellenti ai quali tale metodo, una volta applicato, consentiva di pervenire.

Il metodo che vi illustreremo in questo e nei futuri articoli, scritti “a quattro mani”, è stato ideato e realizzato da Debora Conti, per gli individui che vogliono semplicemente dimagrire raggiungendo il proprio peso forma. Personalmente ritengo, tuttavia, che tale metodo possa essere validamente applicato, con adeguati adattamenti, anche agli sportivi delle discipline “delicate” quali il Body building e Fitness nelle fasi di restrizione calorica (di definizione) nonchè nei periodi di massa, per evitare un accumulo eccessivo di grasso.

Gli interessantissimi articoli che verranno pubblicati nei prossimi numeri tratteranno sia l’approccio dell’individuo nei confronti del cibo e della dieta, sia quello del professionista (Personal trainer, Istruttore, Educatore alimentare, Sport coach, Diet Coach, ecc.) circa il modo di rapportarsi con il cliente.

 

Perché un metodo e non una dieta?

Evoluzione è un termine utilizzato con molte accezioni ed a volte frainteso.

Il suo vero significato rimanda a “giudicare un qualcosa e confrontarlo con qualcos’altro”.

La prima domanda da porsi dunque è: rispetto a dieci anni fa, sotto l’aspetto estetico-salutistico, l’uomo si è evoluto?

In altri termini, il livello di persone obese e in soprappeso, nonostante le profonde e vaste ricerche e conoscenze in ambito alimentare-dietologico, è aumentato o diminuito?

Diamo uno sguardo alle statistiche.

Secondo i dati contenuti nei rapporti dell’O.M.S. (Organizzazione Mondiale della Sanità), nel 2005 gli adulti in sovrappeso ammontavano a circa 1,6 miliardi. Fra questi almeno 400 milioni erano gli adulti obesi e almeno 20 milioni i bambini di età inferiore a 5 anni in sovrappeso. Le previsioni dell’Oms stimano che, per il 2015, gli adulti in sovrappeso saranno circa 2,3 miliardi e gli obesi più di 700 milioni.

In Italia, il sovrappeso riguarda il 42,5% dei maschi, mentre sono obesi il 10,5% dei soggetti. Le donne invece sono meno in sovrappeso (il 26,6%), ma rimane alto il tasso di obese (9,1%).

La Società Italiana dell’Obesità (S.I.O.), dal canto suo, afferma che nel 2025 il tasso di obesità fra gli adulti arriverà al 14%.

Si tratta, secondo l’O.M.S., della più grave emergenza sanitaria del ventunesimo secolo.

Una recente statistica afferma che il 90% delle persone che intraprende una dieta fallisce, indipendentemente dalla dieta che si è deciso di intraprendere.

In Italia tre milioni di persone soffrono di disturbi del comportamento alimentare e nel 90% dei casi si tratta di donne.

La tendenza degli ultimi anni dimostra come sia difficile abbassare questi valori.

Alla luce di tali dati, particolare importanza assume oggigiorno la dietologia, ossia la scienza che si occupa della cura di tali malattie (obesità e soprappeso) tramite un regime alimentare controllato ed appropriato.

Ogni scienza è basata sul metodo scientifico (Bacone e Cartesio);

questo nacque per conoscere la natura e dominarla, al fine di poterne ricavare un’utilità pratica.

Ma anch’essa non sembra così utile dato che il genere umano sta peggiorando progressivamente sotto molti aspetti. Ciò vuol dire che non possiamo basarci solo sulle verità scientificamente dimostrabili e, quindi, sulle certezze scientifiche. Accanto ad esse, ed in modo complementare, bisognerebbe ricorrere a metodi utili, che ci consentano di migliorare, di aumentare le nostre probabilità di successo, anche se tali metodi non sono scientificamente provati.

La maggior parte delle diete è formulata in modo corretto a livello alimentare, in special modo quelle che il nutrizionista o il dietologo strutturano in maniera personalizzata per i propri clienti.

Tuttavia, i suggerimenti dei professionisti del settore alimentare servono a ben poco se poi ad essi non segue un riscontro nella mente dell’individuo.

Se gli ostacoli che si interpongono tra noi e la dieta fossero attribuibile solamente alla nostra alimentazione, la scienza in tale ambito avrebbe ottenuto un successo straordinario.

Ma il nucleo della questione è un altro: se il problema risiede nel cervello della persona è proprio lì che si deve trovare la soluzione.

La maggior parte delle diete funziona nel breve periodo per poi farci tornare al peso di partenza, a volte anche con gli interessi, aumentando di fatto le probabilità di patologie dismetaboliche oltre che il peso stesso.

 

E allora come mai le diete non funzionano?

Il fallimento va individuato nella circostanza che le diete sono direzionate sul cosa dobbiamo mangiare e in che quantità, ma non ci dicono nulla sul come dobbiamo mangiare o su chi dobbiamo diventare per mantenere un corpo in forma, mangiando sano e con gusto.

In ciò, a nostro modo di vedere, sta la lacuna delle diete.

Il metodo “Giusto Peso Per Sempre” di Debora Conti non parte dal conteggio delle calorie o dalla grammatura dei macronutrienti, ma dalla mente.

Aiuta a diventare magri naturalmente e viene applicato a tutti coloro che vogliono perdere peso conseguendo vantaggi per la salute.

Moltissime persone spesso mangiano non per fame ma per calmare lo stress, la rabbia , la noia e per soddisfare altri bisogni, (comfort eating). Anche chi è magro attua questi comportamenti alimentari, ma con molta minor frequenza e non per abitudine.

Inoltre lo squilibrio emotivo conseguente ad un regime alimentare restrittivo è responsabile di uno stato d’animo “turbolento”: in tali condizioni perseguire la dieta risulta molto più faticoso.

Se una persona è stata sempre in soprappeso è perchè è stata abituata fin dalla giovane età a tenere deicomportamenti sbagliati (come per esempio quello di mangiare più del necessario). Bisogna allora cambiare tali comportamenti, costituiti spesso da azioni acquisite ed utilizzate fin dall’infanzia.

L’ 85% dei nostri comportamenti sono abituali, compresi quelli di mangiare, ma quanti di questi sono utili ai fini del dimagrimento?

Per la maggior parte delle persone la percentuale risulta molto bassa.

Molti individui abbandonano la dieta non perché hanno poca forza di volontà ma perché non hanno trovato dei comportamenti utili che li indirizzino al successo.

Il metodo “Giusto Peso Per Sempre” può aiutare a trovare il senso di sazietà e di fame vera.

In sintesi, si tratta di modificare le abitudini alimentari depotenzianti a livello inconscio, apprendendone altri (potenzianti) a livello conscio per incamerarli nuovamente nell’inconscio tramite stimoli ripetitivi.

In quest’ottica seguire i segnali del corpo (ascolto attivo) potrebbe risultare fondamentale per perdere il peso in eccesso nel modo più semplice e naturale possibile.

Questo metodo è soprattutto rivolto a persone che non riescono a seguire una dieta o a chi è intenzionato a seguirla ma senza ricorrere a sacrifici eccessivi, conservando la libertà di mangiare ciò che si vuole ( avete letto bene!) non solo per fame ma anche per gusto.

Il metodo “Giusto Peso Per Sempre” incoraggia le persone a comportarsi da problem solver, raggiungendo così dei risultati straordinari.

Nei prossimi articoli descriveremo in maniera più approfondita ed analitica il metodo “Giusto Peso Per Sempre”, adattandolo altresì ai comportamenti alimentari dei praticanti di body-building e fitness.

 

Ri-programmare il cervello per prepararsi all’eccellenza

•Articolo pubblicato dal dott. Lombardo nella rivista "Cultura fisica" nel mese di gen/feb 2011.

•Valutazione data dal sito www.my-personaltrainer.it :

•Il seguente articolo lo trovi anche su :www.robertoeusebio.blogspot.com ; www.accademiadelfitness.com ;www.culturafisica.it.

C'è un'altra via d'uscita dall'apparente limite delle coscienze individuali e l'unicità del modo di vedere le cose: la visione molteplice di ogni cosa.

Claudio Lombardo

L’articolo che vi presento in questa occasione costituisce il frutto di un’attenta osservazione ed un’approfondita analisi del comportamento di alcuni atleti nonché di semplici sportivi i quali, dopo aver deciso di apportare dei miglioramenti al proprio fisico, per qualche ragione hanno poi smesso di allenarsi, cominciando a creare innumerevoli scuse non supportate, in realtà , da validi motivi per interrompere le attività svolte ai fini del raggiungimento del proprio obiettivo.

Spesso, infatti, capita di non sapere come agire di fronte ai naturali imprevisti ed alle difficoltà che si incontrano durante il percorso finalizzato all’eccellenza fisica, finendo così con l'adottare quasi sempre il solito comportamento. Quando questo è negativo, si è tendenzialmente portati ad affermare di non poterci fare niente, ritenendolo parte di noi o meglio della nostra identità.

La tecnica che vi illustrerò aiuta a ri-programmare tali convinzioni e ad aprirsi a nuovi modi di agire.

Essa può rappresentare un’efficace soluzione a tale problematica, rappresentando un valido aiuto per istruttori/personal trainer, preparatori sportivi ed atleti di ogni livello.

I fattori che determinano scarsi risultati o situazioni di stallo, che si riscontrano nella maggior parte delle persone (sia principianti che professionisti), sono essenzialmente riconducibili ai seguenti livelli:

Ambiente, comportamenti, capacità, credenze/convinzioni/valori , identità , spiritualità.

Nei nostri centri cerebrali vi sono incamerate innumerevoli informazioni, pratiche, idee, convinzioni, tutti elementi indispensabili per l’implementazione nei processi atletico-sportivi. Appare allora logico agire su di essi per cambiare tutto il resto.

Vedremo come intervenire su tali elementi analizzando singolarmente le principali cause che portano ad uno stato didisallineamento.

Applicazione dei livelli logici nel body building

I livelli logici ci servono a capire come destrutturare un sistema, analizzandolo sotto vari aspetti per individuare i punti di forza o di debolezza. In particolare un istruttore, un personal trainer o un preparatore possono servirsi di questo sistema per arrivare a migliorare la comunicazione, la capacità di motivare nonché per meglio identificare il punto di forza o di debolezza dell’atleta o del semplice sportivo consentendo allo stesso tempo a quest’ ultimi di acquisire maggiore consapevolezza circa le aree in cui è possibile intervenire.

Ambiente

L’ambiente rappresenta il luogo dove noi svolgiamo la nostra attività sportiva, dove si svolgono i nostri comportamenti. L’ambiente costituisce la base della piramide e spesso è il fattore più trascurato: per tale motivo approfondirò particolarmente le tematiche ad esso correlate.

Questo livello implica la domanda: “dove e quando?” In altri termini bisogna chiedersi: dove svolgere l’attività fisica e quando svolgerla?

Nel body building e nel fitness diversi fattori influiscono sull’ambiente della palestra in cui ci si allena: la luce, la temperatura, il calore, il giorno della settimana , ecc. Bisogna predisporre l’ambiente giusto affinché l’atleta raggiunga il maggior risultato possibile.

Esempio: se mi alleno in una palestra provvista di macchine di ultimissima generazione, televisori Lcd, dischi gommati e tante altre comodità ma l’ambiente di quella palestra non fa per me, sicuramente non darò il meglio di me stesso durante i miei allenamenti.

Inoltre, devo sapere quando sono maggiormente concentrato e risposato durante il giorno per affrontare l’intenso allenamento. La mattina, il pomeriggio o meglio la sera?

La credenza secondo cui è meglio allenarsi la mattina risulta una scelta strettamente soggettiva. Il quando è una questione puramente individuale.

Diversi aspetti influiscono sull’ambiente ma uno tra i più importanti è rappresentato dal “campo” . Vediamo di cosa si tratta.

L’elettrochimica ci insegna che ogni cellula del nostro corpo possiede un voltaggio negativo all'interno ed uno positivo all'esterno.

Ogni cellula emana una vibrazione o un’onda e tutte le onde messe insieme danno vita ad un “campo”.

La fisica quantistica dal canto suo dice che la nostra esistenza fisica è controllata dal campo.

A tal proposito Albert Eistein affermava: gli oggetti fisici piuttosto che essere considerati nello

spazio hanno nello spazio una loro estensione come campo.

Noi, quindi, siamo costituiti da atomi ma allo stesso tempo siamo anche il campo o, meglio, un campo di informazioni non locali.

Ogni cellula possiede un voltaggio di circa 1,4 volts. Ogni individuo è formato da circa 50.000 miliardi di cellule che, moltiplicate per 1,4 , danno vita a 70.000 miliardi di volts di elettricità che si trovano nel nostro corpo in ogni momento. Vi starete domandando: perchè con un voltaggio così alto non ci ustioniamo?

Le onde di ogni cellula vengono influenzate fortemente dalla “voce centrale” che proviene dalla mente e

il campo creato dalle vibrazioni cellulari viene emanato tutto intorno a noi.

Qual è il punto? Le onde di un atomo integrando con le onde di un altro atomo creano un’interferenza.

Facciamo un esempio pratico. Siete in un periodo di stress e demotivazione (problemi di lavoro, dieta ferrea, allenamenti frequenti ed intensi, la cattiva giornata della moglie, ecc.), andate in palestra ugualmente e lì trovate l’ambiente ideale per allenarvi, palestra illuminata, musica piacevole e soprattutto persone che si allenano con molta concentrazione e determinazione mettendoci il massimo impegno.

In poco tempo dopo aver effettuato il vostro riscaldamento vi immergete in quell’atmosfera effettuando un allenamento intensissimo, superiore di molto a quello che pensavate di realizzare prima di varcare la soglia della palestra.

Perché è accaduto questo? Perché ogni cellula crea un’onda e più onde creano un campo . Il campo così formato viene emanato intorno a noi e va ad interferire positivamente con il campo di chi ci sta accanto (interferenza costruttiva), influendo sul suo stato d’animo e potenziandolo. Sarebbe come gettare due sassi dalla stessa altezza in un lago: le onde generate andranno a formare un’onda più grande.

Adesso immaginate la stessa situazione ma con persone demotivate e che non partecipino attivamente all’attività fisica che stanno svolgendo e magari vi distraggano durante le pause tra le serie.

Accadrà la stessa cosa vista in precedenza, con la differenza che le onde del loro campo interferiranno in maniera negativa con le onde del vostro campo (interferenza distruttiva), influendo sul vostro stato d’animo e depotenziandolo. Sarebbe come gettare prima un sasso e poi un altro in un lago: le onde generate non saranno in sincronia tra loro.

E adesso arriviamo alla Programmazione Neuro-Linguistica applicata allo sport, secondo cui qualsiasi stimolo esterno influenza le risposte e lo stato dell’individuo. Il massimo potenziale atletico-sportivo non può essere espresso se non è presente uno stato d’animo potenziante. Soltanto in questa situazione si può accedere velocemente allo stato flow(che corrisponde alla massima concentrazione e motivazione intrinseca), effettuando così un’eccellente prestazione.

In definitiva, non ho bisogno della palestra migliore ma dell’ambiente migliore per allenarmi, vale a dire dell’ambiente più motivante, che mi possa consentire di non distrarmi e di trovare quell’atmosfera necessaria per concentrarmi durante l’allenamento. Quindi luce, temperatura, calore, dimensioni e localizzazione della palestra, attrezzi, giorno della settimana, momento della giornata e soprattutto il “campo” sono fattori che influiscono fortemente sulla prestazione sportiva.

Comportamenti

Sono le azioni specifiche degli individui, più specificatamente sono i passi concreti da compiere per riuscire in una determinata attività. Corrispondono alla domanda “cosa fare”. Cosa posso fare per ottenere lo scopo che mi sono prefissato? Quali comportamenti dovrò migliorare per raggiungere il risultato sperato? Per esempio, se decido di cominciare l’allenamento in palestra dovrò mettere in atto dei comportamenti adeguati all’obiettivo prefissato (qualcuno mi dovrà insegnare la corretta esecuzione degli esercizi che dovrò svolgere; dovrò allenarmi un minimo di tre volte a settimana; dovrò alimentarmi in maniera corretta; riposare il necessario; evitare gli stress eccessivi, ecc.).

Se per vari motivi non riuscite a controllare un livello è consigliabile lavorare sul livello che gli è vicino.

Così se vi trovate in una palestra in cui avete difficoltà a controllare il vostro comportamento per la presenza di continue distrazioni, potete scegliere un ambiente che vi impedisca di attuare tali dinamiche . Lo stesso vale se siete un allenatore.

Il ritiro di una squadra il giorno prima di giocare agisce proprio su questo livello: impedire al giocatore di attuare dei comportamenti che potrebbero nuocere sia a se stesso che all’intera squadra.

I comportamenti rappresentano la fonte dei risultati...continua

 

Dimagrire con Successo

http://issuu.com/accademiadelfitness/docs/accademia_del_fitness_n._01_aprile_2011

“Mi servo della mente come di una pompa per far gonfiare il muscolo

come desidero e prima di affrontare una variazione di peso corporeo

programmo il cervello sulla crescita o sul calo”.

Arnold Schwarzenegger

 

Programmarsi alla definizione

(Articolo pubblicato nella rivista "Cultura fisica", maggio/giugno 2011)

 

Nella scelta e nell’attuazione di strategie dimagranti adottate nell’ambito di programmi di definizione, si va facilmente incontro a fasi di stallo, di stress eccessivi e di inibizioni di natura psicologica.

La fase di definizione rappresenta, per i praticanti di body building e di fitness, il periodo più delicato (anche a livello di sensibilità) dell’intera programmazione annuale finalizzata all’eccellenza fisica.

Spesso in questo periodo si crea un’instabilità emotiva che provoca una diminuzione della volontà di svolgere una determinata attività.

Alcuni sportivi accusano sbalzi di umore, lieve depressione e/o ansia, difficoltà a dormire, stanchezza e via dicendo.

Il deficit calorico (soprattutto di zuccheri) è responsabile in primis di questi stati alterati: provocando dei cambiamenti nel sistema neurotrasmettitoriale del cervello, espone l’individuo ad una serie di problematiche che vanificano o limitano fortemente gli sforzi compiuti.

Detto questo, sulla scelta quali-quantitativa dei cibi se ne parla molto spesso, pensando che sia l’unica soluzione in grado di “redimerci” dal sovrappeso o da una forma fisica non proprio al “top”.

Una recente statistica afferma che in Italia oltre il 90% delle persone che intraprende una dieta falliscono, indipendentemente dal tipo di dieta sostenuta.

E’ stato scritto tantissimo sulle diete dimagranti e sulle differenti tipologie esistenti: dieta a "zona", dieta basata sul gruppo sanguigno, dieta tisanoreica, dieta basata sull’igienismo... ma ancora nessuna valida soluzione sembra essere in grado di assicurarae risultati sicuri.

Al giorno d’oggi la dieta più diffusa al mondo rimane quella... "yo-yo".

Si perde peso per un breve periodo e successivamente lo si riacquista - a volte anche con gli interessi, aumentando, di fatto, oltre che il peso corporeo, l’incidenza di patologie dismetaboliche. Ma perché avviene questo?

Ciò è dovuto a una molteplicità di fattori, tra i quali uno dei più decisivi rimanda molto probabilmente al fatto che ci si sofferma solo sull’aspetto “esternalista” della dieta, mentre non si tiene in giusta considerazione un altro aspetto: ossia quello “internalista”.

Quest’ultimo molto spesso non viene preso in considerazione dalla ricerche del settore.

Il motivo per cui sbagliamo così tanto risiede nel fatto che il nostro convincimento è sbagliato.

Ci alimentiamo, ci alleniamo, assumiamo integratori trattando il nostro corpo come fosse una macchina, non prestando attenzione a tanti altri fattori che potrebbero direzionarci a risultati di successo. Noi non siamo costituiti soltanto da cellule che vengono alimentate, stressate dall’allenamento e che devono riposare, ma anche e soprattutto da energia e vibrazioni che governano la vita cellulare.

In tale ottica si può affermare che la “visione d’insieme” potrebbe rappresentare il metodo più efficace da poter utilizzare.

In quest’articolo esamineremo l’aspetto inerente la psicologia del dimagrimento che, abbinata all’aspetto materiale della dieta (scelta degli alimenti, distribuzione dei pasti, introito calorico ecc.), può essere in grado di farci raggiungere risultati eccezionali.

Ri-programmare la propria autoimmagine e la percezione degli alimenti.

La realtà che viviamo quotidianamente dipende da ciò che pensiamo di noi stessi e delle cose intorno a noi.

La proiezione mentale dell’immagine che abbiamo di noi stessi determina le nostre azioni; per poter dimagrire, quindi, dovremo imparare a ri-programmarla.

Nell’intraprendere un regime alimentare dimagrante spesso resistiamo alle "tentazioni" e a volte tendiamo a cadere in cibi a noi proibiti. Anche il “resistere” a queste tentazioni crea una forte sollecitazione ed uno squilibrio emotivo, che successivamente viene riequilibrato con una maggiore assunzione di cibo. Il principio che sta alla base di questo meccanismo può essere chiarito dal seguente esempio: per interrompere il flusso d’acqua che scende dal rubinetto non bisogna mettere la mano sotto per arginarlo, altrimenti si bloccherebbe solo per un breve istante per poi fuoriuscire in maniera più violenta. Bisogna, perciò, chiudere il rubinetto.

Nella realtà fenomenica quando vediamo un alimento, sulla nostra retina si imprime un’immagine. Il cervello cerca un ricordo di quell’immagine e delle sensazioni legate ad essa, creando così la sensazione del presente. Questo processo si svolge in un millesimo di secondo.

In altre parole, vengono attribuiti determinati significati in funzione della nostra esperienza, non necessariamente della effettiva realtà.

Gli occhi fungono da primo fascio laser mentre gli altri sensi, associati alle emozioni, funzionano come secondo fascio. Più i sensi sono acuti e associati ad un’emozione viva, maggiore è l’impatto sul nostro cervello, che agisce come una pellicola fotografica. Questo procedimento “olografico” della mente fa dunque appello a reazioni elettriche, elettromagnetiche e chimiche - e le immagini mentali che ne derivano vengono interpretate dal nostro corpo e dal nostro cervello come se fossero reali.

Un dato molto importante ci viene dalla Fisica in riferimento alla legge dell’energia elettromagnetica, la quale afferma che ogni volta che viene generato un campo elettrico si crea una forza di attrazione magnetica. Applicando tale legge alle modalità di funzionamento del nostro cervello, ne deriva che le immagini mentali che formiamo in esso generano un’energia magnetica che "attira" a noi ciò che immaginiamo.

Questo fenomeno fu chiamato da Carl Gustav Jung “legge della sincronicità”. Paul Liekens lo definisce “legge della risonanza” mentre in fisica quantistica lo troviamo come “legge di attrazione” - in base alla quale nella nostra vita tendiamo ad attrarre tutto ciò a cui prestiamo attenzione.

Si può quindi affermare che “il simile attrae il simile”, e se nella mente abbiamo un’immagine di noi stessi che non rispecchia la realtà, è proprio quest’ultima che proietteremo nella nostra vita.

Lo stesso dicasi per alcuni “cibi spazzatura” che spesso vorremmo consumare proprio nei periodi di restrizione calorica. Incapaci (solamente per una nostra erronea convinzione) di bloccare i perniciosi pensieri ricorrenti, conseguenti al desiderio per un determinato alimento, resistiamo per poi caderne vittima successivamente, generando così gravi sensi di colpa.

Sotto un profilo meramente pedagogico, l’educazione di molti individui fin dalla giovane età è l’imprinting ad un modello educativo preminentemente “perfezionista” . Il metodo punizione - premio, inclusione - esclusione, approvazione - disapprovazione risulta il più diffuso. Spesso i genitori rimproverano il proprio figlio per il cattivo comportamento tenuto, ma si dimenticano di elogiarlo quando invece è buono.

Questa tipologia di educazione risulta "conveniente" per raggiungere i nostri obiettivi ma solo se tutto va bene! Purtroppo la vita reale è ben diversa e spesso questi individui vanno incontro a profonde frustrazioni.

Bisogna, quindi, comprendere che per raggiungere un qualsiasi obiettivo è necessario sbagliare, e successivamente percepire quello sbaglio come un feedback, un qualcosa che potrebbe insegnarci a non commettere altri errori in futuro. Se lo stesso sbaglio viene percepito come un fallimento, la persona si demotiva creando immagini mentali depotenzianti, che aggravano la situazione di stress dovuta alla dieta dimagrante. Eppure è una cosa assolutamente naturale sbagliare, mentre è la perfezione che non lo è. Noi non siamo i nostri errori.

L’immagine mentale cambia a seconda di ciò che si vive e/o si interpreta come un "successo" o "fallimento". Ognisuccesso che si registra migliora l’immagine mentale che si ha di sè. Fissare degli obiettivi positivi e facili da raggiungere aumenta le probabilità di raggiungere la propria meta. La parola chiave non è sperare ma credere.

Se credo nelle mie capacità e immagino di essere in grado di riuscire, l’immagine mentale che ho di me stesso migliorerà - come se avessi già raggiunto i miei obiettivi.

La costante ripetizione nel tempo di questo processo influenzerà la materia cerebrale, lasciandovi un’impronta (traccia neurologica) che verrà ripercorsa velocemente ed in maniera automatica nel momento in cui andremo incontro a fasi di allarme-stress, migliorando così la nostra autoimmagine e potenziando la gestione delle immagini mentali depotenzianti.

Il cervello crea verità sulla base di quante volte si è confrontato con quell’informazione. Fin da piccoli veniamo "programmati" ad avere un’ immagine di noi stessi tramite degli stimoli ripetitivi. La ripetizione di tali stimoli crea delle neuro-associazioni che si collegano alla nostra identità. In tal modo sviluppiamo delle credenze, creando un modello della realtà che ci fa percepire la realtà stessa delle cose.

Se 100 individui vengono uno dopo l’altro da dire ad un’altra persona che è un i un tizio a dirgli che è un imbecille, questo finirà per dubitare di se stesso credendo (o almeno ammettendo) che sia vero.

A forza di ripetere le frasi negative, il nostro cervello le registrerà finendo con l’influenzarci a livello inconscio. Il problema,quindi, non risiede nella realtà delle cose, ma in quello che viviamo e nell’interpretazione che ne diamo.

Non è ciò che è, ma è ciò che crediamo che sia, ad influenzare il nostro cervello.

Un esercizio di ri-programmazione

Il seguente esercizio potrebbe rivelarsi utile per aiutarvi a ri-programmare la vostra immagine mentale, anche ai fini di una strategia nutrizionale.

1 Visualizzate il tipo di fisico che vorreste avere. Siate realisti nella scelta del corpo che desiderate avere, altrimenti rimarrete delusi e vivrete un nuovo fallimento.

Piccoli successi portano nel tempo a grandi successi.

2 Visualizzate i minimi dettagli e fate appello a tutti i vostri sensi: ciò che immaginate deve essere reale.

3 Sentite i suoni dell’ambiente in cui vi trovate, i complimenti che ricevete per la vostra linea, assaporate i cibi che vi permettono di essere snelli, sentitevi bene dentro il vostro corpo. Assumete le abitudini di una persona snella.

4 In tal modo immaginate di aver raggiunto il peso desiderato e di gustarne i vantaggi.

5 Eseguite questo "film mentale" almeno 2 volte al giorno, ossia al mattino quando vi alzate (momento in cui la mente è facilmente programmabile) e prima di andare a dormire, per un periodo di almeno tre settimane; poi sarà sufficente eseguirlo anche soltanto al mattino per pochi minuti.

Prima di "proiettarvi" questo film, assicuratevi di trovarvi in uno stato di rilassamento, in modo tale da permettere al cervello di rallentare la sua attività elettrica e di emettere onde alfa, che favoriscono l’apprendimento e lo rendono più ricettivo alle informazioni fornite dai sensi. Ciò permette, altresì, una migliore auto-programmazione e conferisce maggior forza alla visualizzazione e all’immaginazione. Tecniche come il "Theta healing" (metodo di rilassamento che comporta il raggiungimento di uno stato fortemente meditativo, indotto dalle onde teta del cervello) possono essere molto utili, in quanto favoriscono uno stato ipnagogico (relativo alla formazione di immagini mentali, tipico delle fasi di addormentamento e risveglio) in cui la programmazione mentale risulta più efficace.

Come sono solito ripetere, la vita è una scelta quotidiana. Per essere felici, avere successi (come, ad esempio, mantenere il peso raggiunto) bisognerà non smettere mai di fare questa scelta. “Non ho tempo” o “ lo farò più tardi” sono delle solide catene che paralizzano l’uomo. Nessuno ha tempo: bisogna prenderselo, il tempo!

 

Stress, crescita muscolare e igiene psico-comportamentale

Articolo pubblicato nella rivista "Cultura fisica" nel mese di luglio/agosto 2011.

 

In medicina lo stress viene definito come una sindrome di adattamento a deglistressor (sollecitazioni). Tale sindrome può essere fisiologica, ma può avere anche risvolti patologici.

Secondo Selye, lo stress è “ la risposta non specifica dell'organismo ad ogni richiesta effettuata su di esso".

Alcuni ricercatori hanno definito lo stress come una condizione determinata prevalentemente dall’ambiente (stress da lavoro, da competizione, stress generato dalla crescita dei figli,ecc.). Secondo questo punto di vista, lo stress riflette una serie di forze esterne (stimoli) che si abbattono sull’individuo o sul gruppo.

Come notava Folkman (1984), lo stress non è la caratteristica di una persona o dell’ambiente, né è uno stimolo o una risposta; esso è invece un rapporto dinamico particolare (costantemente mutevole e bidirezionale) tra la persona e l’ambiente mentre agiscono l’uno sull’altro.

Secondo Lazarus (1981), invece, gli individui non sono semplicemente vittime dello stress, ma è il modo in cui valutano gli eventi stressanti (valutazione primaria, percezione), le loro risorse di coping (fronteggiamento, gestione) e le alternative di azione (valutazione secondaria) a determinare la natura dello stress individuale.

In tale contesto, il coping si riferisce a sforzi comportamentali e cognitivi rivolti a padroneggiare, ridurre o tollerare le richieste interne e/o esterne che sono state generate dalle transizioni stressanti (Lazarus e Folkman, 1984).

Un recente sondaggio ha dimostrato che il 70-90% della popolazione si sente stressata sia sul lavoro che fuori dall’ambiente lavorativo, costituendo in tal modo lo stress il secondo problema di salute legato all’attività lavorativa che viene più frequentemente denunciato.

Non è un caso se i tranquillanti risultano essere tra i farmaci più venduti al mondo e lo stress è da più parti definito come “il male del secolo”- al punto che sembra essere divenuto il responsabile di tutti i nostri guai: gastrite, colite, infarti, allergie, disturbi del comportamento alimentare, insonnia, attacchi di panico e via dicendo...

Durkheim a tal proposito affermava che più le società si arricchiscono, più diminuisce la qualità della vita: ipotesi riconducibile ad alti livelli di stress generati dall’incapacità di gestire gli stimoli ambientali crescenti.

Ciò lo deduceva dalla situazione della sua epoca (seconda metà dell Ottocento, primi anni del Novecento) in cui all’arricchimento della società, al progresso dell’individualismo, si registrava parallelamente l’incremento del numero dei suicidi soprattutto nelle classi più agiate. Per Durkheim era logico pensare che l'arricchimento generasse “anomia” (assenza di norme), perdita di riferimenti, depressione e angoscia esistenziale.

La società ha nel tempo creato nuove e maggiori esigenze che mettono a dura prova la nostra capacità di sopravvivere. Pertanto lo stress sarebbe una risposta incontrollata, non adeguata, al processo di adattamento ad alcuni stimoli ambientali. Il cervello dell’uomo, infatti, non è ancora pronto a far fronte a tutte una serie di forti sollecitazioni provenienti dall’ambiente esterno e, non possedendo una “maturità cerebrale” atta a fronteggiarli, risulta sottoposto a “ carichi” di lavoro molto più gravosi rispetto al passato: è come se oggigiorno navigassimo in internet con un commodore 64! L’organismo, in tali circostanze, per tenere più alta la soglia di vigilanza, reagisce producendo una quantità di ormoni stressogeni superiore al normale.

Tuttavia lo stress non dev’essere necessariamente percepito come una situazione patologica dell’organismo, bensì come una risposta fisiologica a determinati stimoli. In tal modo, a seguito di un evento emotivo indotto da una condizione difficile o pericolosa, alcune parti del nostro cervello inviano impulsi nervosi ad alcuni centri specializzati (che controllano il sistema nervoso autonomo, l'ipotalamo-iposifisi) dai quali partono dei veri “ordini” che raggiungono i nostri organi periferici, facilitandone l'azione ed inducendo così la secrezione di alcuni ormoni, come il cortisolo o le catecolamine.

Il risultato è un insieme di reazioni abnormi: aumento del battito cardiaco, della risposta psicogalvanica o elettrotermica (sudorazione), della pressione sanguigna e via dicendo.

Una volta finito l’evento stressogeno, tutto torna nella norma. Se, invece, la condizione di stress si mantiene nel tempo ed è prolungata, cioè esiste uno stress cronico, ecco che l'attivazione del sistema nervoso autonomo che manda fuori controllo le funzioni dei nostri organi permane, e di conseguenza si mantengono anche i relativi sintomi.

Ovviamente sulla risposta soggettiva allo stress cronico incidono molti altri elementi, tra cui : il comportamento che la persona assume in modo consapevole o inconsapevole,in conseguenza dell'evento stressante; la percezione dello stress da parte dell'individuo; la predisposizione genetica e l’ereditarietà epigenetica (trasmissione dei caratteri ereditari non su base genetica);

eventuali condizioni cliniche preesistenti, come patologie cardiovascolari o diabete; il fumo; l'abuso di alcol. Questi sono tutti fattori

che giocano un ruolo chiave nel determinare l'effetto dello stress sull'organismo e nel favorire alcune patologie come l'ipertensione o le aritmie.

Protezione o crescita?

Recentemente alcuni ricercatori hanno effettuato un esperimento veramente interessante.

Hanno messo alcune cellule in un set di cultura, suddividendo il gruppo in due piattini diversi,successivamente hanno

posto nel primo set delle sostanze nutritive mentre nel secondo delle tossine, riportando le cellule nell’incubatore.

Hanno così notato che le cellule del primo set si dirigevano verso le sostanze nutritive, mentre le cellule del secondo set si ritraevano dai segnali negativi che rappresentavano una minaccia, dirigendosi in senso opposto.

La conclusione alla quale sono giunti è che le cellule si possono trovare in una situazione di crescita (avvicinandosi) o di protezione (ritraendosi) ma non in entrambi nello stesso momento.

Percezione e stress

L’ipotalamo interpreta la percezione sottoforma di input, che vengono successivamente inviati all’ipofisi, la quale a sua volta li invia a 50trilioni di cellule. Ma, se è presente una minaccia, l’input dall’ipofisi verrà direzionato alle ghiandole surrenali, innescando la reazione di protezione, lotta o fuggi. Nel momento in cui gli stimoli esterni a noi sono negativi (problemi di lavoro, traffico, la cattiva giornata della moglie, ecc.) e saremo stressati, tutte le cellule del corpo (comprese quelle muscolari) entreranno in protezione, in perdita, con tutti i problemi che ne derivano. Infatti gli ormoni dello stress, di cui il capostipite è il cortisolo, se prodotti in alte concentrazioni (come viene sempre più registrato dalle statistiche odierne) svolgono numerose azioni negative: catabolismo; demotivazione; scarsa performance; sonno disturbato; alterazione dell’umore e dell’appetito,depressione… & Se il nostro cervello, percependo l’ambiente esterno, individua

qualcosa che rappresenta una minaccia invierà alle cellule un segnale, modificandone l’omeostasi.

Perché per il praticante di body builder o fitness è indispensabile comprendere questo meccanismo?;

Nel momento in cui l’organismo entra in protezione, il sangue dagli organi interni (fegato,stomaco,intestino,ecc.) viene convogliato su braccia e gambe, in modo da favorire un’azione più veloce e potente di quest’ultimi.

Ma qual è la funzione degli organi interni?

Sostentamento e crescita!

In sintesi quando sarete tranquilli e felici, sarete in crescita. Viceversa quando sarete stressati entrerete in protezione.

Come abbiamo visto,

non potrete essere in protezione e crescita allo stesso momento. A voi la scelta….

Il ruolo dell’ambiente

In medicina la cellula viene spesso paragonata ad un grande organismo. Essa possiede dei recettori esterni che si possono paragonare agli organi sensoriali dell’uomo,nonchè degli organi interni che a livello macroscopico rappresentano i visceri, la struttura muscolare, di movimento ed ossea, o di sostegno della cellula. Infine il nucleo che si pensava fosse paragonabile al cervello dell’uomo, si è successivamente scoperto non essere tale. Infatti se sottoponiamo la cellula ad un processo di enucleazione, quest’ultima continua a vivere ma non a riprodursi. Il cervello dell’uomo è responsabile della percezione dei segnali dell’ambiente esterno e, a livello microscopico, nella cellula si trova proprio nella membrana cellulare (essendo anch’essa deputata alla ricezione di vari elementi: ormoni,fattori di crescita sostanze nutritive,vibrazioni cellulari,ecc.).

La domanda a questo punto è: l’ambiente controlla i nostri pensieri o i nostri pensieri controllano l’ambiente? In realtà,senza la mente per noi

l’ambiente non esisterebbe, sarebbe solo un “nulla”. Quindi è proprio nella nostra mente che dobbiamo cercare la soluzione, ri-programmando le convinzioni e le credenze responsabili della cattiva percezione degli stressor.

Metodi anti-stress

I nostri comportamenti, emozioni, sentimenti ,reazioni sono per il 95% abituali.

Alla luce di tale dato può essere consigliabile -in funzione anti stress- provare a sforzarsi, per almeno trenta giorni, a “tagliare fuori” tutti i pensieri negativi ed accentrare consapevolmente l’attenzione su pensieri positivi (felici).

Per fare tutto questo è necessaria una costante attenzione ed una pratica continua, fino a quando il nuovo modo di comportarsi non verrà completamente assimilato.

In molte situazioni i fattori di stress sono inevitabili e l’unica cosa che possiamo fare è quella di gestirli nel miglior modo possibile.

I punti che andremo a proporre mirano a ristabilire l’equilibrio emotivo, intervenendo sia sui fattori interni, psicologici (percezione), che su quelli esterni, tramite la modifica della propria fisiologia.

Prima di passare alla loro sintetica esposizione, occorre ricordare il

concetto di coping skills

ovvero quell’insieme (ancora non del tutto esplorato) di competenze ed abilità cui l’individuo attinge per far fronte alle situazioni problematiche e potenzialmente stressanti.

· Percezione. La psicocibernetica ci insegna che la mente umana ha difficoltà a distinguere un evento intensamente immaginato da uno vissuto realmente, perché in entrambi i casi si attivano le stesse reti neuronali. Quello che visualizziamo (e soprattutto come lo visualizziamo) gioca un ruolo fondamentale sulla percezione dello stress.&#

Utilizzando questo principio, Richard Bandler ha sostenuto che un metodo speditivo per alleviare lo stress è quello di proiettare la mente nel futuro proprio nel momento in cui percepiamo l’evento stressante. In tal modo la percezione dell’evento sarà modificata con una successiva attenuazione dell’intensità emotiva avvertita.

La domanda da porsi in tal caso sarà: tra vent’anni cosa penseresti di questa situazione? Il grado in cui una particolare situazione provoca una risposta emozionale dipende in larga parte dalla valutazione della situazione operata da quella persona in quel preciso momento. Tutto questo è legato alle nostre strutture cognitive che operano come “programmi latenti” di percezione, predisponendo il cervello a fornire un certo repertorio di risposte in base alla situazione momentaneamente vissuta.

Lo psicologo Ulrich Neisser descrisse tali strutture cognitive come analoghe alle istruzioni del programma di un computer.

· Respirazione. Durante le situazioni stressanti è importante controllare la respirazione.

E’ stato scoperto che nei periodi di maggior “sollecitazione” la respirazione di tipo addominale (quella comunemente utilizzata) diviene perlopiù toracica, diminuendo in tal modo l’afflusso di ossigeno al cervello. Un cervello meno ossigenato è un cervello meno efficiente, e quindi in questo caso il controllo delle nostre reazioni diviene maggiormente difficoltoso.

La modifica cosciente del ritmo della respirazione da tipo toracico ad addominale, accompagnata da profondi respiri, è risultata essere un eccellente metodo per contrastare lo stress.

· Fisiologia. Ogni evento pericoloso o stressante viene percepito dal nostro cervello (input), generando uno stato depotenziante. Successivamente tale stato produce una elaborazione che si avvale di programmi mentali (concetto che la programmazione neuro linguistica prende dalla cibernetica). Tutto questo infine viene rispecchiato sulla propria fisiologia, dando luogo così ad un comportamento (output). Il più delle volte , tuttavia, si tende ad ignorare che la sequenza del processo è reversibile e si può rappresentare in tal modo uno “stato” partendo dalla fisiologia. Quindi se la fisiologia del corpo sarà quella di una persona triste o depressa, ciò influenzerà anche lo stato d’animo dell’individuo.

Quando visualizziamo, abbiamo una sensazione o diciamo un qualcosa a noi stessi di sgradevole e stressante la nostra fisiologia (gestualità corporea, postura, movimenti oculari, ecc) subisce delle modifiche. Una fisiologia depotenziante è caratterizzata da respirazione superficiale; spalle curve (atteggiamento cifotico); espressione triste del viso (con gli angoli della bocca all’ingiu’); sguardo basso; gambe asimmetriche; ecc.....

All'opposto una fisiologia potenziante o motivante è

caratterizzata da petto in fuori e sguardo dritto innanzi; spalle dritte; espressione aperta e un leggero sorriso sulle labbra; braccia accompagnate lungo il corpo; gambe aperte alla larghezza delle spalle…

Nel momento in cui si va incontro ad un evento stressogeno si può applicare un espediente molto semplice, che è quello di invertire la nostra fisiologia depotenziante con una potenziante.

Poco più di un paio di accorgimenti dovrebbero bastare (petto in fuori, centratura delle gambe, controllo della respirazione). Inoltre lo stress causa tensione muscolare, per cui risulta fondamentale individuare i muscoli che vengono contratti inconsciamente nel momento in cui siamo stressati e cercare di ristabilire l’equilibrio emotivo tramite un rilassamento consapevole.

Com’è noto,gli stati di rilassamento e di tensione muscolare sono incompatibili tra di loro ed incompatibili sono anche i differenti pensieri che generano tali stati.

· Dialogo interno: Come ricorda Donald Meichenbaum, nella reazione di stress viene sottolineata la distinzione fra due componenti sostanziali e distinte: un’iperattivazione somatica , una serie di cognizioni ed autoaffermazioni (ciò che una persona dice a se stessa) che accompagnano l’iperattivazione . Viene introdotta l’idea che è possibile sia controllare l’iperattivazione somatica sia modificare le autoaffermazioni e, quindi, il “dialogo interno” per affrontare situazioni stressanti nel modo meno doloroso e meno traumatico possibile.

Lo schema da seguire risulta il seguente: A)

Se mi capita di far uso di un autodialogo negativo, lo modificherò dicendo a me stesso:___________________.

B)Mi rilasserò con:_________________.

La dottoressa Altmaier è solita fare usare ai suoi pazienti il seguente stratagemma mnemonico per ricordare meglio la sequenza delle operazioni di fronteggiamento, vale a dire:

1)Mi rendo conto dello stress percependolo appena si manifesta.

2)Penso al mio autodialogo.

3) Mi autoistruisco per sostituire i pensieri e i sentimenti negativi.

4)Mi rilasso attivamente.

Rappresentazioni interne: le sub-modalità (ossia i parametri dell’immagine che proiettiamo nella nostra mente), con le quali si immagina l’evento stressante, giocano un ruolo fondamentale nella percezione dell’evento stesso. Richard Bandler e John Grinder scoprirono che più gli individui creavano nella loro mente immagini con determinate submodalità e più l’intensità emotiva legato all’evento stressante si accentuava.

Il rimedio in tal caso risulta quello di modificare le immagini della propria mente, proprio come si farebbe con una telecamera (“zoomando” l’immagine, alterando i colori, la visibilità, ecc.).

Prima della presa di coscienza di tali punti è improbabile che le persone possano osservare, consciamente e deliberatamente, i loro pensieri, le immagini e i sentimenti, se poste in situazioni di stress.

Come rileva Sarason (1975), gli individui stressati tendono a essere assorti nelle proprie preoccupazioni, mostrando spesso una varietà di pensieri e sentimenti negativi. Ciò si traduce in genere nella possibilità di non eseguire i propri compiti al meglio, accrescendo ulteriormente un livello già considerevole di disfunzione emozionale e comportamentale.

E’ importante comprendere che il linguaggio interno, le rappresentazioni interne e i nostri comportamenti posseggono una propria modularità nonché una specificità di dominio, rappresentando in tal modo un’unità funzionale indissociabile.

In psicologia troviamo alcune ricerche ed esperimenti (“stimolo target e stimolo distrattore”) molto interessanti, eseguiti per convalidare l’ipotesi secondo cui quello che diciamo è associato a quello che vediamo e viceversa. Anche i nostri comportamenti dipendono da cosa rappresentiamo nella nostra mente e/o dall’utilizzo di alcune parole rivolte a noi stessi.

Questi tre elementi, che compongono i nostri pensieri, possono essere paragonati a un sistema cibernetico. In tale ottica, influenzando una parte del sistema, si influenzeranno anche le altre parti e, apportando una modifica ad una sola parte del sistema stesso, tutte le altre parti si adatteranno alla modifica apportata.

Secondo la fisica quantistica il nostro pensiero è una carica elettrica sul campo quantico ed i nostri sentimenti e le nostre emozioni sono cariche magnetiche: tale campo va ad influenzare ogni singolo atomo nella vostra vita.

Bisogna esercitarsi attuando uno specifico addestramento, come la capacità di abbassare l’attivazione emozionale e di rilassarsi volontariamente nell’attesa di un periodo o di un evento altamente ansiogeno, ad un insieme di competenze che presumono più ampia elaborazione personale e più lunga sedimentazione (aspettative realistiche di controllo interno e di autoefficacia; convizioni adeguate e capacità di ristrutturare agilmente le convinzioni che si rivelino erronee; un senso personale di fiducia nella propria capacità di poter padroneggiare, limitatamente ma realisticamente, anche le situazioni estreme; capacità di problem-solving).

Il corpo è la batteria che fornisce energia al cervello e, quando essa è scarica, il cervello non funziona bene. E tendiamo a vedere tutto nero. Quando fate un errore, chiedetevi in che modo avrebbe reagito una persona tranquilla in una situazione simile.

Spesso tendiamo a confondere la normale eccitazione per le attività che svolgiamo con lo stress, non essendo consapevoli del nostro linguaggio interno, della nostra fisiologia e delle rappresentazioni mentali che generiamo. Bisogna chiedersi dunque: “Come faccio a sapere se sono stressato o solo eccitato per l’attività che sto svolgendo? Quali sono le cose che faccio , sento o penso ? Che tipo di segni corporei o sintomi utilizzo per capire quando sono stressato?”

A questo punto sta a voi prendere autoconsapevolezza di quante volte durante, le comuni attività quotidiane (compresi ovviamente l’allenamento o la dieta), entrate nelle fasi di allarme-stress, in modo da contrastarle efficacemente mediante tecniche specifiche di gestione dello stress, conseguendo così un’ ottimale crescita sia a livello muscolare e di performance che di qualità di vita!

 

Ottenere il “successo” nel Body building e nel Fitness

Un aspetto fondamentale della “Programmazione Neuro-Linguistica” (PNL) è costituito dal modellamento (modeling). Quest’ultimo può essere definito come un processo che mira non solo a scoprire, codificare ed estrapolare strategie comportamentali, tecniche, valori, convinzioni, mappe mentali di chi eccelle in qualsiasi campo d’attività, ma soprattutto a favorire la loro riproduzione al fine di consentire il miglioramento in qualsiasi individuo. &#

L’uomo è un essere sociale e quindi anche l’apprendimento coinvolge meccanismi di imitazione ed osservazione sociale. In altri termini l’uomo impara guardando gli altri.

Il modeling è un aspetto importante dell'apprendimento sociale: è un modo diapprendere velocemente, osservando altri che hanno già raggiunto e vivono i risultati che noi vorremmo ottenere e fare nostri. Esso si riferisce al processo di scoperta delle regolarità esistenti tra il comportamento osservabile dell’individuo e i suoi processi interni, al fine di ricalcare una strategia (estrazione della strategia).

La PNL stessa è nata come strumento di modellamento rispetto agli esempi di eccellenza, mediante analisi delle persone che sono state in grado di ottenere risultati eccezionali. Gli studiosi che hanno elaborato le teorie della PNL,nei primi anni di attività, hanno osservato che nelle persone che ottenevano risultati eccezionali era presente un gran numero di pattern (schemi ricorrenti), dalla cui analisi hanno estrapolato strumenti linguistici, tecniche e abilità comunicative, organizzandoli successivamente in un sistema.

Precedente alla Programmazione Neuro-Linguistica, fu Bandura (1977) che parlò di “modellamento” nella sua teoria dell’apprendimento sociale, come pratica di acquisizione nell’età evolutiva ed in quelle successive. Secondo Bandura noiapprendiamo osservando gli altri, cioè i nostri modelli educativi, gli amici o anche i mass media (modellamento inconscio). Egli sottolinea così l’importanza dell’apprendimento per imitazione.

Va, tuttavia, precisato che il modellamento nella PNL non vuol dire “scimmiottare” o riprodurre la personalità di altri: quest’ultima rimane immutata nel soggetto. L’imitazione rende le persone dipendenti da un preciso modello; al contrario il modellamento fornisce la struttura, cioè la chiave di accesso alla capacità di produrre in modo autonomo un nuovo modello. John Grinder, il co-creatore della PNL, in tal senso afferma che il grosso problema della PNL attuale è che poche persone modellano effettivamente.

Il modeling è semplicemente analizzare i punti di forza della persona e incorporarli nell’individuo stesso, potendo scegliere di adattare le strategie delle nostre zone di esperienza forti alle zone deboli che hanno bisogno di essere rinvigorite. Mantenendo così intatta la propria personalità si aggiungono queste caratteristiche che facilitano il raggiungimento degli obiettivi prefissati. ;

Le applicazioni del “Modeling”

Si può così modellare una performance sportiva o lavorativa, uno stato emozionale (dalla demotivazione alla motivazione, dalla paura alla sicurezza, dall’ insicurezza all’autostima ), e via dicendo.

Se esiste un particolare individuo che possiede specifiche capacità che ci interessano, grazie al modellamento possiamo “estrarle” e apprenderle semplicemente seguendo determinate tappe.

Si comincia dall’ osservazione e dall’ascolto attivo al fine di individuare dei modelli (tecniche, strategie, modelli linguistici, ecc.), che successivamente potranno essere riprodotti per essere utilizzati o per condividerli con altri.

Il miglior modo per capire come gli sportivi di successo possano raggiungere mete così eccelse è l’acquisizione di una metodologia che permetta di scoprire la struttura o, meglio, il modello che c’è dietro la loro esperienza, per poterlo ricreare - poiché qualsiasi processo umano è schematizzabile e riproducibile.

Tali modelli vengono espressi attraverso i messaggi provenienti dalla comunicazione interpersonale (interviste di presenza o interviste video, rapporti professionali o di semplice amicizia).

Per favorire una buona applicazione del modeling risulta indispensabile agire su tale livello di comunicazione.

Paul Watzlawick (nell libro “Pragmatica della comunicazione umana”,1971) ci spiega che ogni comunicazione è caratterizzata da:

•una componente verbale, ovvero le parole che pronunciamo;

•una componente paraverbale, ossia il tono di voce che ci invita a captare l’importanza di alcune parole rispetto ad altre, codificando così il messaggio che il nostro “modello” vuole farci comprendere;

•il linguaggio del corpo, che secondo Bridwistell (autore del libro “The Cistercian sign language”, 1970) rappresentano il grosso del messaggio, circa il 65%.

Il processo di modellamento si compone prevalentemente di tre elementi: Sistema di credenze, Fisiologia e Sintassi mentale.

Per modellare qualcuno, quindi, si devono osservare: la fisiologia, cioè tutte le manifestazioni della sua comunicazione esprimibili attraverso il linguaggio del corpo; il linguaggio verbale, ovvero le modalità mediante le quali il nostro modello utilizza le parole (componente verbale e paraverbale), fattore che ci permette di comprendere la struttura delle sue credenze e dei suoi valori per ottenere i risultati desiderati; la sintassi mentale, ossia il modo di organizzare il pensiero, che rappresenta la chiave per raggiungere i propri obiettivi.

Questi tre indizi fondamentali, se osservati attentamente, ci comunicheranno come l’atleta di successo costruisce i modelli della propria realtà sportiva.

Applicazione del “Modeling” nel Body- Building e nel Fitness

Il Modellamento comincia dalla comprensione del comportamento umano. In tal modo si possono esaminare i processi che ne sono alla base per apprenderli. Ne deriva un parametro di riferimento, utile per essere acquisito ed utilizzato.

Ad esempio, in ambito sportivo si fanno ripetere, a chi è inesperto, una serie di comportamenti di successo specificandone le fasi. In questo modo è possibile apprendere una strategia fornita da chi

ha già raggiunto significativi successi nell’ambito di interesse.

Generalmente anche negli sport individuali, tra cui il body-building ed il fitness, non si prende ad esempio un singolo individuo, ma un più ampio numero di comportamenti o modelli che hanno prodotto il medesimo risultato - come ad esempio i professionisti delle suddette discipline che hanno ottenuto grandi successi negli ultimi dieci anni.

Per creare modelli efficaci bisogna tenere in considerazione anche l’influenza che esercita l’ambiente esterno sulla persona che intendiamo modellare, ossia “quando e dove agisce” e, specificatamente, che ambiente possiede lapalestra in cui si allena.

Secondo Rotter (1966) l’unità di base nello studio della personalità è l’interazione tra l’individuo e il suo ambiente. Laddove l'esposizione ai modelli negativi produce effetti negativi sulla prestazione dei soggetti molto ansiosi, quella a modelli che presentano un comportamento adattivo gioca un ruolo preciso nel facilitare l'apprendimento e la prestazione.

Naturalmente si prende in considerazione anche l’impatto che, a sua volta, genera sull’individuo l’ambiente e/o gliindividui che frequentano quell’ambiente (per approfondimenti in merito consultare l’articolo pubblicato sul numero di Gennaio/Febbraio 2011 di “CF”, dedicato all’ “ambiente”).

Un altro livello di informazioni fa riferimento alla domanda “cosa fa”, e si sostanzia nell’individuazione di specifici comportamenti adottati dal “modello” durante la prestazione sportiva (le abitudini ed i rituali utilizzati per raggiungere lo stato flow o prima di eseguire un’ardua serie; in che modo esegue gli esercizi; in che modo si motiva; ma anche i rapporti relazionali e interattivi riferiti a situazioni e/o persone, etc.).

Inoltre si esaminano le capacità intellettuali e cognitive, i suoi valori e convinzioni (ossia cosa “crede” in merito al proprio ambiente, in merito a se stesso, al proprio allenamento, etc.).

In altre parole, si esamina tutta la struttura dei suoi livelli logici: ambiente → comportamento → capacità → convinzioni/valori → identità → spiritualità (come indicato sempre nell’ articolo scorso).

L'utilizzazione del modellamento nel body building e nel fitness può risultare molto vantaggiosa, in quanto esso è in grado di assolvere prevalentemente le seguenti funzioni:

1) Consente l'acquisizione di nuovi comportamenti (funzione acquisitiva), che in questo modo entrano a far parte del repertorio comportamentale dello singolo atleta; 2) Stimola il soggetto ad utilizzare in modo più adeguato modalità comportamentali che fanno parte già del suo repertorio (funzione facilitativa).

Il tutto si traduce in una riduzione delle tempistiche per l’ottenimento dei risultati prefissati con una conseguente visione “possibilistica” che stimola l’atleta a modificare la propria percezione della realtà nei confronti degli obiettivi prima ritenuti impossibili.

Ovviamente se siete un personal-trainer, un istruttore o preparatore atletico potreste ottenere risultati eccezionali applicando i principi del “modeling” sui vostri clienti.

Cosa fanno gli sportivi di successo?

Prima di descrivervi le strategie che gli sportivi di successo applicano per ottenere i loro risultati, penso sia indispensabile fare una breve premessa sull’esatto significato in PNL del termine “successo” e, soprattutto, cercare di darne una definizione corretta.

Etimologicamente il termine “successo” implica quello di succedere, venir dopo, in riferimento ad un’azione. Il successo in PNL non è legato necessariamente ai canoni “occidentali” (fama,soldi,notorietà,etc.), ma semplicemente vuol dire progresso - inteso come miglioramento e raggiungimento di risultati non comuni.

Gli sportivi che ottengono il successo raggiungendo i propri obiettivi, possiedono e mettono in azione una struttura di successo, perlopiù inconsciamente.

In estrema sintesi le strategie mentali che essi attuano sono le seguenti:

- Non si accontentano dei risultati ottenuti, vogliono sempre di più. In altre parole vanno contro la credenza comune: chi si accontenta gode.

- Apprendono dai propri errori e non ne diventano ossessionati.

Rispondono al principio: Feed-back e non fallimenti.

- Ragionano, decidono e agiscono velocemente. La grande meta nella vita non è la conoscenza fine a sé stessa, bensì l’azione. Come affermava Henry Bergson, il successo si può ottenere “pensando come un uomo d'azione e agendo come un uomo di pensiero”.

- Creano nella propria mente un’immagine ben dettagliata di ciò che vogliono essere e trasmettere (active dreaming), comportandosi fin dall’inizio come vorrebbero diventare.

- Tendono ad essere “pro-attivi” e ad orientarsi in base al risultato desiderato, anziché applicare approcci formali.

- Pensano nella maggior parte del tempo a ciò che vogliono e a come ottenerlo. Sono perfettamente allineati ai loro obiettivi. Il loro sistema di credenze e valori ed il loro ambiente, l’identità e la mission sono perfettamente coerenti all’obiettivo da raggiungere.

- Dimostrano flessibilità nel comportamento, provano approcci diversi.

- Percepiscono i problemi come sfide ed opportunità per migliorare ulteriormente, non come fattori negativi e limitati.

- Appartengono ad un gruppo dei pari, acquisiscono informazioni,strategie e modelli mentali da chi li possiede già, ossia da altri sportivi di successo.

- Hanno la capacità di comunicare con precisione e rapidità, evitando generalizzazioni (tutto, mai, nessuno, niente, ogni cosa…). Quest’ultime rappresentano un modo per abbandonarsi a flussi incontrollati, limitando fortemente la visione possibilistica (ad esempio: non potrò mai raggiungere tale obiettivo).

- Hanno accesso ad informazioni che altri non hanno. Proprio tali informazioni permettono loro di fare ciò che altri non fanno.

- Hanno voglia di vivere ogni momento ricco di emozioni, evadendo continuamente dalla loro “comfort zone”. In pratica,rifuggono da quella “zona” in cui risiedono le abitudini che ostacolano il successo nello sport: solo evadendo da quest’ultima possiamo migliorare.

- Infine, gli sportivi di successo decidono rapidamente e impiegano molto tempo per cambiare idea. Le persone “perdenti” fanno l’esatto opposto: decidono lentamente, cambiano idea troppo in fretta.

Alla luce di quanto esposto, possiamo concludere affermando che, in definitiva, si possono attuare due comportamenti per conquistare il successo nello sport.

Il primo è rappresentato dal tentativo di raggiungere i propri obiettivi per prova ed errore.

Tale comportamento porta tuttavia con sè parecchi limiti, costituiti soprattutto dall’enorme dispendio di tempo richiesto e dai considerevoli sacrifici che la maggior parte delle volte direzionano l’individuo al fallimento.

La seconda possibilità è rappresentata dal “modellare” qualcuno molto più esperto di noi, velocizzando così le tempistiche per il raggiungimento dell’eccellenza fisica o del successo nello sport.

Non è necessario creare nuove strategie per migliorarsi ma appare molto più conveniente apprenderle da chi già le possiede, farle proprie e magari col tempo raffinarle, adattandole alla nostra realtà personale e sportiva.

 

Il Mental Training

(Articolo pubblicato dal Dott. Claudio Lombardo nella rivista "Cultura Fisica"

gen/feb 2010)

 

Dalla lettura delle ricerche, degli studi e delle scoperte scientifiche a cui un neofita di qualsiasi sport può accedere al giorno d’oggi, si può trarre una mole di informazioni e conoscenze in grado di permettere ad ogni individuo di sviluppare ed accrescere al meglio il proprio potenziale atletico nonché di raggiungere traguardi sempre più importanti, grandi e prestigiosi.

Grazie anche alla progressiva applicazione di principi e nozioni derivanti dalle evidenze scientifiche (elaborati nel campo dell' alimentazione, dell' integrazione, della cinesiologia, della morfologia, delle varie metodiche allenanti, ecc.), gli atleti hanno potuto migliorare sempre di più le proprie prestazioni nel corso del tempo.

C’è però ancora un importante "ingrediente" che, tra tutti gli altri, spesso non viene impiegato o viene utilizzato solo sporadicamente e, perlopiù, senza seguire una prassi ben precisa che possa determinare una sua corretta applicazione: il “mental training”.

Questa disciplina concerne tutto ciò che può essere migliorato solo attraverso l’utilizzo di tecniche mentali finalizzate allo stimolo dei centri cerebrali, in modo da poter provocare, oltre che un'intensa risposta neurologica da parte dell'organismo stesso, anche un'amplificazione delle attività di tutti quei distretti corporei deputati alla secrezione di sostanze ormonali presenti in particolar modo durante le fasi di una peak performance.

 

Il “mental training" riguarda un ampia serie di interventi e percorsi derivanti dal campo della Programmazione Neuro-Linguistica e dalla Psicologia ed applicabili in ambito sportivo per l'ottimizzazione della prestazione individuale.

I principi impiegati provengono dalle neuro-scienze e risultano finalizzati :

? al potenziamento dei punti carenti;

? all' incremento dei punti di forza;

? alla migliore gestione dei momenti di maggior stress;

? al dominio dei propri limiti;

? alla rimozione di tutte quelle opposizioni di natura psicologica che sopraggiungono durante la prestazione fisica.

 

L'applicazione di queste tecniche riveste particolare interesse in quelle attività fisiche nelle quali è richiesto un gesto atletico ben preciso e dove i fattori che limitano quest'ultimo sono di natura prevalentemente psicologica.

E’ opportuno, altresì, ricordare che, sia per cause genetiche che per esperienze acquisite (convinzioni, credenze, condizionamenti), durante una qualsiasi circostanza o pratica sportiva che comporta dei rischi (come ad esempio l’allenamento con opposizione di resistenza ad alta intensità ) si è in presenza di stimoli cognitivi (stress psichico ed emozionale) che attivano una fase di “allarme” nell'organismo umano.

 

Le fasi di allarme-stress

Le fasi di allarme – stress possono essere di natura psicologica, fisica o biologica.

In queste situazioni, per mantenere l'omeostasi, l'organismo reagisce con una ipersollecitazione dell'ipotalamo e dell'ipofisi ed una conseguente, ravvicinata attivazione del sistema adrenergico(il sistema nervoso autonomo ortosimpatico,eccitatori e inibitorio), che verrà attivato in maniera direttamente proporzionale, non tanto allo stimolo acquisito (percezione individuale dell’ambiente) quanto alla sua elaborazione mentale (risposta dell’individuo).

In queste condizioni le sollecitazioni dell'asse ipotalamo-ipofisi-surrene (hpa) causeranno la produzione di sostanze ormonali stressogene (catecolamine,cortisolo,prolattina,ecc.), in grado di variare le funzioni organiche non dipendenti dalla volontà (frequenza cardiaca,respirazione,pressione sanguinea,dilatazione pupillare,sudorazione,ecc.).

Queste condizioni potranno apportarci dei benefici nell’allenamento se sfruttate in alcuni momenti e per brevi periodi di tempo ma, se protratte per un periodo eccessivo, ci condurranno all'esaurimento energetico associato ad un decadimento del benessere psico-fisico (e/o della performance atletica).

 

Per una migliore ed efficace gestione di questi stati ed un’ ottimizzazione della prestazione sportiva, una valida soluzione ed un aiuto molto concreto possono giungere da una disciplina sviluppatasi abbastanza recentemente e finalizzata essenzialmente alla gestione ed alla risoluzione delle più svariate situazioni che incontriamo nel corso della nostra esistenza, che limitano la progressione ed il miglioramento individuale.

Questa involontaria opposizione alle strategie che noi attuiamo per il raggiungimento della nostra meta e' dettata prevalentemente dalle nostre "credenze limitanti" (cio' che ognuno crede di essere o che crede di cio' che lo circonda), acquisite fin dalla nascita.

 

La Programmazione Neuro-Linguistica nello Sport

La scienza che dirige le sue ricerche a questi meccanismi cerebrali e’ la Programmazione Neuro-linguistica (Pnl).

In sintesi, si tratta di una neuro-scienza che indaga i diversi livelli di comportamento e di comunicazione interpersonali e intrapersonali caratteristici del genere umano, ai fini dell'individuazione e della disamina dei processi cognitivi alla base dei comportamenti, delle attività di pensiero e delle emozioni .

Per "comunicazione" si intende anche l’atteggiamento che assumiamo di fronte a situazioni di stress psico-fisico o nelle quali è richiesto un impegno superiore alle nostre capacità psico-neuro-muscolari, poiché in questi casi la comunicazione avviene ad un livello differente - e cioè dall'ambiente all'individuo e dal sistema cerebrale a quello nervoso, cosicché i dati processati influenzeranno i nostri comportamenti.

 

La Pnl coinvolge un insieme di modelli e tecniche, utilizzando il linguaggio, verbale e non verbale, per indurre al cambiamento delle strategie mentali e del comportamento proprio ed altrui;

Essa può essere anche definita come lo studio della fisiologia (fattori fisici o esterni) e delle rappresentazioni interne (fattori consci ed inconsci) che cooperano in un’interazione cibernetica.

Quest'ultima svolge un ruolo fondamentale in tutto quello che concerne il complesso funzionamento cerebrale: si tratta, infatti, di una scienza che si occupa dello studio dei sistemi di controllo automatico, sia negli esseri umani che nelle macchine.

 

Ma come si svolge l'acquisizione ed il processamento delle informazioni esterne a noi?

Questa complessa gestione della maggior parte delle informazioni avviene a livello inconscio. Ad essa "sovrintende" l’emisfero cerebrale destro, che coordina circa il 95% delle potenzialità individuali; il restante (5% circa) viene coordinato dalla parte conscia, presieduta dall''emisfero sinistro - e paradossalmente quest'ultima e' la parte che si utilizza più spesso.

Nel "funzionamento" interno di una persona si possono distinguere più fasi.

In un primo momento avviene la “raccolta dei dati”, attraverso i sensi. In questo caso si può parlare di un’attività sensoriale conscia, temporanea, limitata, con un necessario susseguirsi da un’informazione all’altra. Segue un’attività sensoriale inconscia, ininterrotta, simultanea e globale, che e’ la più ricca.

Dopo la raccolta dei dati (attività percettiva) si passa ad un’eleborazione interna (attività di rappresentazione) che corrisponde ad una complessa attività , composta di più fasi che avvengono in rapide successione.

Qualsiasi atteggiamento che noi assumiamo, in particolari e diverse situazioni, si carica di numerose valenze che danno luogo nel loro insieme ad un codice, che influenza il nostro successo nell’ottimale raggiungimento dell’ obiettivo prefissatoci.

Tale codice e’ costituito prevalentemente dai seguenti elementi :

? RAPPRESENTAZIONI INTERNE: ciò che processiamo e visualizziamo in tutte le circostanze che ci circondano;

? FISIOLOGIA : l'insieme dell'utilizzo del corpo e i messaggi che esso invia all'esterno (gestualità corporea, postura, movimenti oculari, ecc.).

? LINGUAGGIO INTERNO : tutte quelle informazioni intrinseche (suggerimenti, indicazioni, consigli, idee, ecc.) che originano dal nostro sistema cerebrale.

Proprio quest'ultimo elemento è di grande importanza, perchè rappresenta per lo piu’ l'anticamera dell'azione ( cioè quella continua comunicazione esistente tra la nostra rete neurologica e il sistema nervoso ) ed e' in grado di fornirci indicazioni su ciò che "dobbiamo fare o non fare" in determinate situazioni e, soprattutto (ciò che interessa in questa sede), quale soglia possiamo raggiungere durante una qualsiasi attività sportiva indirizzata al superamento costante e continuo delle performance precedenti.

Ovviamente, tutti e tre gli elementi possono essere organizzati per il conseguimento di risultati specifici.

 

La PNL mette in evidenza il legame irriducibile che esiste tra il gesto comunicativo e il funzionamento neurologico attraverso lo studio del comportamento dell’individuo nonché dello stile e il funzionamento mentale che gli individui mettono in pratica nelle loro azioni..

Questo comportamento verra’ acquisito e ripetuto se si domostrera' in grado di farci conseguire dei miglioramenti.

In caso contrario, cioe’ qualora dovesse risultare limitante, potra’ essere modificato o eliminato in base all’ obiettivo da raggiungere.

 

E’ interessante notare che ogni nostra rappresentazione interiore verra' rispecchiata sulla nostra fisiologia, determinando i nostri comportamenti con evidenti modifiche degli atteggiamenti posturali e gestuali.

Viceversa, quando la nostra fisiologia si riflettera' sulle nostre rappresentazioni interne, andra' a determinare il nostro assetto mentale.

 

Questo concetto neuro-fisio-rappresentazionale può essere utilizzato a nostro favore durante l’espletamento di qualsiasi pratica sportiva.

Sollecitando e "mettendo in funzione" principalmente la nostra parte inconscia, potremo accedere e sviluppare capacità che noi stessi abbiamo limitato o che sono state limitate da fattori a noi esterni (società, scuola, amicizie, famiglia, ecc.) oppure che prima non sapevamo di possedere.

Tali capacità potranno cambiare in modo favorevole l'attività che abbiamo intrapreso, poichè ogni input comunicativo genera una elaborazione cerebrale che porta a trasdurre messaggi esterni, tramite processi psiconeurologici interni di conversione, in rappresentazioni mentali.

Ogni stimolo esterno a noi percepibile sotto forma di emozioni, rappresentazioni mentali o pensieri, quindi, comporta una percezione sensoriale individuale, diversa per ogni soggetto, che sarà incamerata prevalentemente nell’emisfero destro.

Gli stimoli, recepiti prevalentemente sottoforma di immagini vengono incamerati ed elaborati in base alle nostre credenze, determinando cosi’ il nostro stato d'animo e trasferendoci in un ambiente più o meno stimolante e motivante.

Quando ci sentiamo carichi, pieni di energie e veramente pronti per affrontare il duro allenamento in palestra, il nostro atteggiamento, la nostra postura, la gestualità, le nostre rappresentazioni mentali ed il nostro linguaggio interno tenderanno ad assumere degli aspetti completamente differenti rispetto a quando affrontiamo allenamenti in uno stato di stanchezza e/o demotivazione.

Osservando ciò che ci accade in diverse situazioni, possiamo estrapolare quello che effettivamente ci potenzia ed escludere ciò che ci demotiva durante la nostra perfomance.

Il miglior modo per capire come le “persone di successo” possano raggiungere mete così eccelse è l’acquisizione di una metodologia che ci permetta di scoprire la struttura che e' dietro queste esperienze, per poterla ricreare - poiché qualsiasi processo umano e' schematizzabile e riproducibile.

Un banale esempio può essere dato dallo studio della fisiologia, consistente nell'osservazione di tutte quelle informazioni (meccanismi) che esprimiamo attraverso i messaggi non verbali (postura, gestualita’, ecc.) e che manifestiamo inconsciamente in determinate situazioni, nonché nell’indagine della relativa connessione che sussiste con la nostra condizione emotiva.

A situazioni differenti corrispondono, infatti, meccanismi reattivi differenti.

Così, ad esempio, una fisiologia depotenziante, osservabile durante una situazione di stress, e’ caratterizzata dai seguenti atteggiamenti posturali:

- respirazione superficiale;

- spalle curve (atteggiamento cifotico);

- espressione triste del viso (con gli angoli della bocca all’ingiu’)

- sguardo basso;

- gambe asimmetriche;

- braccia a penzoloni , ecc.....

All'opposto una fisiologia potenziante o motivante sara’ caratterizzata dagli atteggiamenti seguenti:

- petto in fuori e sguardo dritto innanzi;

- spalle dritte;

- espressione aperta e un leggero sorriso sulle labbra (o, in altre situazioni, espressione sicura e aggressiva);

- braccia accompagnate lungo il corpo;

- gambe aperte alla larghezza delle spalle , ecc.

Applicando questo concetto al body building dovremo accertarci in quale dei due contesti siamo collocati nei seguenti momenti:

- nelle ore che precedono il nostro pesante training ;

- durante il riscaldamento in palestra;

- prima di eseguire un'ardua serie allenante o durante quest'ultima ;

- nel momento in cui andiamo incontro all'esaurimento energetico e alla congestione muscolare e comunque

dobbiamo portare a compimento l'allenamento intrapreso ecc.

Se noteremo più elementi depotenzianti, ovvero un atteggiamento di chiusura ed insicurezza, tutto ciò andrà a modificare le nostre rappresentazioni interiori, facendoci pre-visualizzare un allenamento mediocre e poco fruttuoso, indirizzandoci verso un’alta probabilità di non conseguire un successo nell’obiettivo prefissatoci.

Specifici esercizi di Programmazione Neuro-linguistica ci permetteranno di riprodurre una fisiologia potenziante trasferendoci in uno "stato d’animo" molto più produttivo, abbattendo i nostri attuali limiti e procedendo successivamente al raggiungimento di obiettivi di maggior rilievo.

Per ottenere un effetto moltiplicatore, sinergico e più efficace potremo intervenire, oltre che sulla fisiologia, anche sul nostro linguaggio interno e sulle nostre rappresentazioni mentali, “riprogrammando” quei contenuti che ci hanno limitato nel raggiungimento dell’eccellenza fisica.

Tutto questo verrà spiegato ed approfondito nei successivi articoli....

 

L'infinto potere della "visualizzazione"

(Articolo pubblicato nella rivista "Cultura Fisica" marzo/aprile 2010)

 

Valutazione data dal sito www.my-personaltrainer.it : Articolo di ottima qualità

 

Nello scorso articolo abbiamo visto, sia pur a grandi linee, cosa sia e cosa studia la PNL ed a che scopo venga utilizzata.

Inoltre sono state fornite alcune indicazioni su come agire sulla nostra fisiologia prima e/o durante il nostro training, per acquisire un atteggiamento mentale piu' sicuro e potenziante.

Adesso affronteremo la tematica concernente le rappresentazioni interne.

Tuttavia, data la complessità e delicatezza di questo argomento, caratterizzato da una notevole mole di informazioni che si tenta in questa sede di sintetizzare, bisogna precisare preliminarmente come non sia opportuno mettere in pratica le teorie che seguono, a meno che non si abbia come obiettivo l'incremento delle massime prestazioni ottenibili dagli allenamenti in palestra.

In questo articolo si farà altresì riferimento a nozioni provenienti dalla Fisica Quantistica (stabilire con quali probabilità accadrà un evento anziché un altro e seguire delle metodiche che aumentano le probabilità di conseguire il risultato desiderato).

Il connubio Pnl e Fisica Quantistica consentira' di intervenire in maniera ancor piu’ incisiva sui nostri risultati in palestra.

 

Il nostro cervello elabora tutto cio’ che accade intorno a noi attraverso i nostri sensi, traducendo tutte le informazioni che ne ricava prevalentemente sottoforma di rappresentazioni interne (RI).

Queste sono configurazioni neuronali che sostituiscono la realtà, fornendo alcune informazioni su di essa e tralasciandone altre: sono, in altri termini, le rappresentazioni del mondo che abbiamo nella nostra mente, la riproduzione interna di ciò che percepiamo all’esterno.

Tali rappresentazioni aiutano il pensiero umano, facilitano il ragionamento e guidano il comportamento.

La realta’ che ci circonda viene costruita e disegnata nella nostra mente per mezzo del potere della intangibilita’ e per inerzia la materializziamo nella sua forma definendola materia.

In Pnl ed in Fisica Quantistica il pensiero rappresenta un'entità fisica e ,quindi, un qualcosa di reale e non soltanto immaginario.

Uno dei principali motivi per cui la gestione delle RI funziona così efficacemente è dovuto al fatto che il cervello utilizza le immagini come suo linguaggio interno e stabilisce in tal senso variazioni degli impulsi cerebrali e, per riflesso, dei processi nervosi ed endocrini. Tramite la presa visione ed il controllo delle nostre emozioni e dei nostri pensieri e’ possibile manipolare, sia in senso positivo o negativo, potenziante o depotenziante, la nostra chimica corporea.

La creazione di tali rappresentazioni , per quanto si pensi il contrario, e’ gestibile e controllabile tramite delle tecniche provenienti dal mondo della Pnl.

In tutto questo l’immaginazione e la visualizzazione ( cioè la capacita' di creare o riprodurre immagini nella nostra mente) svolgono un ruolo predominante perche' danno vita a qualunque tipo di RI e non rappresentano una fantasia della mente bensi’ una realta’ a tutti gli effetti.

E’ un meccanismo innato che i nostri centri cerebrali mettono in moto automaticamente e autonomamente in tutte le circostanze della nostra vita.

Tramite la visualizzazione noi interpretiamo continuamente l'ambiente fisico interiorizzandolo sottoforma di pensieri,immagini,figurazioni, proiezioni che costituiscono un’ombra corrotta dell'ambiente fisico ideale.

Sotto questo aspetto, costituisce una scoperta particolarmente significativa quella secondo cui piu' il livello della

competizione sportiva e' alto, piu' gli atleti utilizzano la visualizzazione e l'immaginazione.

In tal senso lo sfruttamento delle RI come la diversa percezione che si ha di esse potrebbero costituire, nel Body Building, una “forma di potere”.

Prove recenti ,ottenute grazie ad opportune tecniche quali il biofeedback , mostrano in che modo le funzioni corporee,come il battito cardiaco,la respirazione,la pressione sanguigna,la temperatura e la reazione al dolore, possano essere influenzate e controllate dalla mente, anche se per molti anni si e’ pensato che queste funzioni fossero adempiute automaticamente dal corpo.

Un altro vantaggio che deriva dalla visualizzazione e dall’immaginazione è da individuare nella circostanza che esse permettono alla mente e al corpo di apprendere ad un ritmo piu’ veloce, rispetto a quello consentito dall’esecuzione effettiva di un esercizio fisico.

 

La visualizzazione comporta, altresì, un ulteriore e peculiare vantaggio rispetto a quello derivante dallo sfruttamento di altri metodi per la gestione dei pensieri depotenzianti, essendo basato su un principio abbastanza semplice, secondo cui: “il cervello non e’ in grado di distinguere un evento reale da uno che e’ stato intensamente immaginato , perche’ in entrambi i casi si attivano le stesse reti neuronali “.

Così se collegassimo il cervello ad una macchina termografica e chiedessimo a quella persona di guardare determinate cose, si osserverebbe un' attivazione di precise zone del cervello. Se alla stessa persona gli si chiedesse di chiudere gli occhi e di immaginarli , si giungerebbe allo stesso risultato. A tal proposito potremo vivere un evento migliaia di volte nella nostra mente anche se accaduto soltanto una volta nell'ambiente fisico, producendo variazioni chimiche nel nostro organismo simili a quelle

che si producono quando le viviamo concretamente.

Da cio' si deduce che il riscaldamento mentale svolge un ruolo di fondamentale importanza nello sport, poiche' esso aziona e prepara sia la nostra mente che il nostro fisico a raggiungere la massima prestazione possibile.

Inoltre permette, sia di pre-eseguire mentalmente un intenso allenamento (attivando la "volontà istintiva di sopravvivenza”, in modo da evitare un possibile fallimento), sia di ripetere la stessa cosa piu' volte (in modo da indurci a praticare cio' che poi diventera' una vera e propria “profezia”) creando degli engrammi o tracce mestiche (un’ insieme di sinapsi collegate ai ricordi) che,quanto piu' saranno marcati, tanto piu' verranno ripercorsi durante la prestazione fisica.

Anche Richard H. Cox, nel suo libro "Sport Psychology", afferma che : "la pratica mentale, di per se', e' piu' efficace di qualsiasi altra procedura ed in alcune circostanze e' efficace quanto la pratica sportiva".

La letteratura e’ ricca di esempi di campioni di football , basket, giocatori di scacchi,di golf, di pianisti, di venditori,ecc. che utilizzano la visualizzazione come strumento per avere successo.

Nel body building la visualizzazione e'stata divulgata dai migliori atleti al mondo,come Arnold Schwarzenegger e Frank Zane, i quali sostennero che grazie ad essa furono in grado di migliorare enormemente le loro prestazioni. Arnold inoltre dichiarava “ di servirsi della mente come di una pompa per far gonfiare il muscolo come egli desiderava e prima di affrontare una variazione di peso corporeo "programmava" il cervello sulla crescita o sul calo”.

Detto questo gli esercizi di mental training che si possono utilizzare per l'ottimizzazione della prestazione sportiva finalizzata all’incremento della massa muscolare possono essere molti: uno di questi si basa sul saggiare mentalmente la serie di un determinato esercizio (riscaldamento mentale), in modo da aumentare le interconnessioni fra una cellula nervosa e l’altra e creare sinapsi ancora piu’ intense.

Ciò al fine di produrre variazioni biochimiche all'interno dell'organismo simili a quelli osservati dall'effettiva pratica sportiva.

Un buon inizio per rovesciare l’ottica del modo in cui percepiamo la "realtà sportiva" potrebbe consistere nel formulare cio’ che desideriamo, dedicando qualche minuto la mattina alla creazione virtuale di un allenamento produttivo, divertente e intenso, che sara’ il medesimo che effettueremo il giorno stesso, in modo da modificare il "campo quantico" cosi' da incrementare le probabilita’ che l’allenamento possa direzionarsi secondo il nostro intento.

Se, per esempio, il vostro obiettivo e’ l’alta intensita’ di allenamento, allora fate in modo di creare immagini che possano condurvi a quello. Se, invece, e’ soltanto quello di non annoiarvi "disperatamente" in palestra, allora immaginate quali pensieri possono pilotarvi a tale conclusione, cercando di amplificare la vostra visione dei benefici che possono derivare da tale pratica.

 

Sia gli esercizi di seguito indicati che quelli che saranno spiegati nei prossimi articoli, sono stati formulati in maniera tale da attivare determinati meccanismi cerebrali che ci condurranno alla concretizzazione del piu' alto livello di intensita' individuale che potremo esprimere.

 

 

 

Tali esercizi sono stati formulati sulla base di leggi fisiche e principi piennellistici. I principali sono:

 

 

 

· “Legge di attrazione”

 

E' la legge piu' potente dell'universo ed influenza tutto quello che ci circonda. Essa e' collegata strettamente all'incoscio (inaccessibile alla coscienza), dove risiede la maggior parte delle nostre potenzialità (95%).

 

Secondo questa legge tutto cio' che accade nella tua mente e tutto cio’ che entra nella tua esperienza e, quindi, che attrai nella tua vita, l’attrai a te per virtu’ delle immagini che crei e che mantieni vive dentro di te.

 

Piu’ vivi mentalmente un’esperienza, maggiore sara’ la probabilita’ che si avveri.

 

Facendo riferimento a tale legge Louise Hay, autrice del best-seller "Puoi guarire la tua vita" (considerato uno dei testi fondamentali del pensiero positivo), afferma: "ogni pensiero ed ogni parola che pronunciamo crea il nostro futuro. E' come se i pensieri che proiettiamo nell' universo venissero accettati e tornassero a noi come esperienza”. Allo stesso modo il famoso psicologo Wayne W. Dyer, autore di uno dei libri piu' venduti al mondo, intitolato "Le vostre zone errate", durante un'intervista ha affermato: "diventi quello che pensi, che tu lo voglia o no". Le RI su cui sei concentrato attivano dentro di te una vibrazione alla quale la legge di attrazione risponde immediatamente.

 

Per cambiare le circostanze occorrera' cambiare i propri pensieri.

 

 

 

· “Profezia autoverante”

 

L'osservatore influenza e crea il sistema osservato. Le nostre aspettative tendono ad influenzare la realta' e le credenze che abbiamo su di essa.

 

 

 

· "Influenza degli stati d'animo"

 

Creare suggestioni utili su cui credere in modo da direzionare il nostro focus mentale verso elementi potenzianti, eliminando nel contempo le nostre convinzioni limitanti.

 

 

 

· "Desensibilizzazione sistemica"

 

Si tratta di creare un "esposizione virtuale desensibilizzata" delle rappresentazioni interne limitati in maniera da creare un maggior controllo

 

su di esse.

 

 

 

· "Associazione/Dissociazione"

 

Immaginare sé stessi all’interno del contesto visualizzato integrandoci ad esso (associazione). Viceversa per distaccarci da esse (dissociazione).

 

 

 

L'esercizio che segue ricopre un’importanza fondamentale perche', effettuandolo al mattino, la parte incoscia del nostro cervello eviterà , per quanto possibile, un eventuale fallimento durante la prestazione.

 

Le probabilità di successo in tal modo saranno maggiori.

 

Ma prima ecco alcuni consigli da "tenere in mente":

 

- Prima di visualizzare, e’ sempre meglio che vi rilassiate completamente e che abbiate un obiettivo per la visualizzazione. Talvolta e’ possibile perdere il senso del tempo, mentre lo fate.

 

- Se incontrate delle difficoltà durante la visualizzazione, esercitatevi guardando un qualsiasi oggetto cercando di visualizzarlo.

 

- Anche se non e' indispensabile, la visualizzazione risulta piu' facile e produttiva se effettuata ad occhi chiusi.

 

- Utilizzate tutti e cinque i sensi. Quanto piu’ la visualizzazione creativa non si limita alle immagini ma riproduce suoni e sensazioni, tanto piu' sara' vivida e "reale", incrementando enormemente la sua efficacia.

 

- Rendilo piu' motivante e "divertente" possibile. Se e' piacevole funzionerà e sarai stimolato a continuare a farlo.

 

 

 

"ESERCIZIO AL MATTINO DEL GIORNO DI ALLENAMENTO"

 

Obiettivo: pre-programmare un eventuale successo nell’allenamento, aumentando le probabilità che questo avvenga.

 

· Visualizzate l’obiettivo di quel giorno.

 

· Immaginate il vostro allenamento da eseguire.

 

· Salite ad un livello piu’ alto di pensiero

eseguendo il seguente schema:

 

 

 

Se avvertirete sensazioni di competizione, euforia e di sfida (elementi potenzianti) allora proseguite nel seguente modo:

 

· cercate di visualizzare meglio che potete l’immagine... associandovi ad essa (osservando voi stessi all'interno dell'immagine)

 

· vivacizzatene i colori

 

· aumentatene le dimensioni

 

· avvicinate il piu’ possibile alla vostra visione l’immagine ricorrente

 

· create dei suoni che amplificano le sensazioni di euforia e di sfida che tale immagine produce in voi.

 

 

 

Al contrario, se nell’immaginare la vostra RI avvertite sensazioni di sfiducia, sconforto e insofferenza (elementi depotenzianti), allora agite seguendo il seguente schema:

 

· Visualizzate l’immagine ricorrente dissociandovi da essa (non visualizzandovi durante la creazione della RI, in modo da sperimentare un senso di distacco e separazione)

 

· diminuite i colori

 

· allontanatela dalla vostra visione

 

· diminuite gradatamente le dimensioni

 

· Adesso create uno scenario potenziante(un film virtuale che vi motivi)

 

"ESERCIZIO PRE-ALLENAMENTO"

 

· Provate a immaginare a che livello di intensità potete arrivare… e adesso moltiplicatela… caricandovi psicologicamente

 

· Immaginate… di sentire, vedere e avvertire le sensazioni che vi crea quel medesimo stato.... concentrate tutto sulla serie piu' impegnativa che eseguirete… moltiplicate queste sensazioni … caricandovi psicologicamente.

 

· Visualizzate l’allenamento…. in modalità associata (cioè immaginando voi stessi che eseguite l’allenamento come in un film).

 

· Immaginate di poter utilizzare carichi molto piu’ elevati di quelli normalmente utilizzati…caricandovi psicologicamente.

 

· Immaginate di essere sopraffatti dai pesi...di essere quasi sconfitti (in modo da trasformare una semplice serie di allenamento in una situazione di pericolo per la vostra vita )...

 

· ...Solo adesso attivate la vostra rappresentazione interna... caricandovi psicologicamente..

 

· Siate determinati e sicuri di poter fare tutto questo.

 

 

 

Entrate in palestra con quelle immagini in mente e agite non avendo dubbi che i benefici di tale pratica derivino da voi.

 

Al fine di non disperdere troppe energie e “scaricare” cosi’ il vostro sistema adrenergico, questo esercizio andra’ inizialmente utilizzato piu’ volte per una maggiore padronanza, ma successivamente soltanto un’unica volta e cioe’ prima della prestazione.

 

Se l’esercizio viene svolto in maniera adeguata vi sara’ una variazione delle concentrazioni ormonali prodotte dalle ghiandole endocrine.

 

Percepirete variazioni delle funzioni organiche non dipendenti dalla volontà: alterazioni della frequenza cardiaca, della pressione sanguigna, della sudorazione ecc. Inoltre il maggiore effetto sara’ dato da una piu’ alta concentrazione mentale durante l’allenamento (intense attivazione delle strutture sinaptiche), che si tradurranno in maggior carica ed energia motivazionale.

 

 

 

"ESERCIZIO DURANTE L’ULTIMA SERIE "

 

L'ultima serie di ogni esercizio rappresenta senz'altro la piu' impegnativa del resto delle serie.

 

Piu' ci avviciniamo a questa e piu' le interconnessioni sinaptiche aumentano concomitatamente alle variazioni del

 

biochimismo corporeo.

 

In questo caso provate a immaginare quali RI state creando. Questo rappresenta un particolare momento dell'allenamento perche' e’ come se prevalesse per brevissimi istanti la parte piu' primitiva del nostro cervello, in una continua e tenace lotta contro quella evolutiva.

 

L'efficacia del seguente esercizio sara' direttamente proporzionale alla nostra predisposizione a seguirlo e fara' la differenza tra un allenamento portato al limite delle nostre "reali" potenzialità ed un allenamento che risulterà pressoché mediocre e insoddisfacente.

 

Lo schema da seguire e’ il seguente:

 

· Poco prima di affrontare la serie piu’ impegnativa del vostro esercizio create nella vostra mente uno scenario estremo (un film), che evochi in voi tanta carica adrenalinica… costruitelo dettagliatamente…

 

· Adesso immaginatelo per brevi istante …fatelo apparire e scomparire dalla vostra visione come se scattaste delle fotografie..

 

· Fate caso alla grandezza in cui lo visualizzate… aumentandone la dimensione, la vivacità,

 

i colori e i suoni ... createli in modo da essere il piu' possibile coerenti con l'immagine visualizzata…

 

· Adesso tornate a visualizzarlo sottoforma di film…

 

? Rendetelo piu’ vivo che potete e nel contempo associatevi ad esso in modo da essere

 

voi il protagonista di tale circostanza, pensando che l’unico modo di superare tale situazione

 

di pericolo sia spingere il piu’ possibile quel c… di il bilanciere!

 

· Nell’ultima ripetizione sprigionate tutta la vostra carica mentale creando un "picco

 

surrealistico” del vostro film precedentemente immaginato, in modo da ottenere

 

un “peak state psicologico” che andrà ad influenzare energicamente le vostre capacità neuro-muscolari.

 

Nel fare questo espirate cercando di ingrandire quell’immagine col vostro respiro.

 

 

 

C'e' pero' una precisazione da fare.

 

Ci potranno essere delle probabilità di cadere nell’errore di visualizzare un cattivo imprevisto durante tale serie (un muscolo che si strappa, il bilanciere che ci cade addosso, ecc. ). Questo perche' piu' saranno presenti eventi stressogeni in corso e maggiore sara' l'attivazione del sistema primitivo del nostro cervello, facendoci visualizzare la peggiore delle situazioni in modo tale da evitarla.

 

Quando siete stanchi,stressati o sovrallenati la frequenza delle "intrusioni mentali" cresce inesorabilmente.

 

E piu' cerchiamo di concentrarci nell'allenamento e nello sfruttamento degli elementi potenzianti e maggiore saranno le distrazioni che subiremo dalla nostra parte inconscia.

 

Tali conflitti rappresentazionali vengono definiti “RI antagoniste” e possono essere gestite o eliminate per produrre il massimo risultato ottenibile dalla nostra pratica sportiva. In caso contrario si creeranno degli stimoli psichici ed endocrini non congruenti al risultato che vogliamo ottenere.

 

Proprio per questo motivo il dramma di ogni sportivo e’ la non separazione chimica da eventi,pensieri ed atteggiamenti depotenzianti, oltre che alcuni modi negativi di comportarsi prima di raggiungere la peak performance.

 

 

 

Ma come possiamo evitare questi stati altamente limitanti? Uno tra i metodi piu' efficaci per ovviare ai pensieri depotenzianti che si infiltrano durante l'esecuzione dei nostri esercizi e' quello che in Pnl viene chiamato "Swish Pattern".

 

Cio' che fa lo Swish e' cambiare le RI del nostro atteggiamento depotenziante.

 

Quando i sensi corporei ci inviano segnali come sfinimento, limitazione o sofferenza, non dobbiamo fare altro che rietichettarne il significato in modo da continuare a comunicare positivamente con il nostro sistema nervoso.

 

Nel fare questo creeremo una nuova strada neurologica, che sara' ripercorsa facilmente in modo da far scattare automaticamente l'immagine nuova, generando in tal senso nuove azioni che modificheranno il vecchio "atteggiamento mentale depotenziante".

Visualizzare una linea immaginaria cercando di raggiungerla ad ogni vostra ripetizione.Durante l’esecuzione dell’ultima fatidica serie, pensate di dover sollevare 20 kg in meno di quello che e' il peso reale, ma poiche' in tale circostanza non possiamo permetterci distrazioni sara' di fondamentale importanza visualizzare in grande il numero ipotetico del carico (es. se stiamo eseguendo l'esercizio di panca piana con 100kg bisognerà visualizzare in grande il numero 80 durante l'esecuzione della serie), cosi' da alterare la percezione del carico che stiamo sollevando .Non visualizzate mai il numero delle ripetizioni che dovrete effettuare nella serie più impegnativa. Visualizzandolo,infatti, creeremo tutti i presupposti per autolimitarci. Un efficace rimedio e’ quello di formulare una scheda di allenamento che non preveda un numero prestabilito di ripetizioni nell'ultima serie (es. 15/12/10/8/max). Facendo ciò, non daremo input limitanti al nostro cervello e ci concentreremo solamente sull'eseguirne il piu' possibile aumentando così le possibilità di crescita muscolare.

 

 

Brevemente, lo Swish Pattern consiste in questo.

 

Nel momento in cui visualizzate la vostra RI da utilizzare durante la massima prestazione (stato desiderato) e subentrano distrazioni di varia natura (stato attuale, RI antagonista), cercate di ruotare o traslare l'immagine di quest'ultima scena con l'immagine dello stato desiderato in modo da tornare nuovamente a visualizzare l'immagine potenziante. In parole povere, se sto eseguendo l'ultima serie di panca piana e sto visualizzando lo scenario che mi da' piu' carica e ad un certo punto subentra una RI antagonista (es. il compagno di allenamento che potrebbe distrarsi o che non mi segue come vorrei, il bilanciere che potrebbe cadermi addosso, ecc.) non devo fare altro che ruotare quest’ultima l'immagine con quella che mi da' carica motivazionale ( es. visualizzare l’enorme potenza che sprigiona un tornado, oppure un grande squalo mentre ci aggredisce!!). Nel ruotare l’immagine ancorate il tutto alla vostra voce interiore(es. Vai!! oppure Swish!!) o ad un gesto esterno(stringere i denti più che potete nel momento in cui ruotate l'immagine).

 

Altre valide RI da utilizzare sono:

 

 

Così, ad es., se state eseguendo le alzate laterali ad un braccio e ad un certo punto siete vicini all' incapacità

 

muscolare, chiudete gli occhi per un brevissimo momento e cercate di visualizzare una linea ipotetica che

 

parte dalla spalla e con una breve inclinazione si dirige verso l'alto.

 

Dopo aver fatto questo durante l'esecuzione dell'esercizio, nella fase di maggior sforzo, chiudete

 

nuovamente gli occhi per un breve istante, stringendo i denti piu' che potete ( le ricerche mostrano che

 

praticando questa azione si porta il sistema muscolare dell'organismo ad un sensibile miglioramento della

 

forza durante l'esecuzione della prestazione sportiva) e visualizzate la stessa linea, cercando di

 

raggiungerla in ogni modo con il manubrio.

 

Visualizzate una situazione di pericolo mentre eseguite un determinato esercizio cosi' da attivare maggiormente il meccanismo adrenergico. Tale situazione potrebbe essere,per esempio, quella di immaginare durante l’esecuzione delle trazioni in sospensione che stiate per cadere in un precipizio.

 

Avrete sicuramente capito che tutti questi elementi forniti, se utilizzati contemporaneamente, creeranno un effetto sinergico maggiore di quello derivante dall'utilizzo di un' unico metodo.

 

Tra quelli in precedenza indicati, sicuramente ce ne saranno alcuni che saranno piu’ idonei e conformi alle vostre caratteristiche individuali. Per questo motivo sarà di importanza fondamentale che i primi giorni ripetiate singolarmente, piu' volte e sempre piu' velocemente, tutti gli esercizi spiegati, in modo da far vostri quelli che maggiormente vi si addicono, applicandoli in maniera speditiva durante i vostri allenamenti.

 

La quantita’ del nostro potenziale interiore, al quale riusciamo ad attingere in ogni situazione, dipende da questo tipo di immagini. Queste infatti attivano una "traccia neurologica" e danno il via ad un vero e proprio "programma".

 

Eseguendo esercizi di mental training produrremo delle immagini che influenzeranno i nostri stati d’animo, trasferendoci in un ambiente piu’ stimolante. Inoltre saranno indispensabili per una coerente ed efficace comunicazione tra la nostra rete neurologica e la nostra fisiologia.

 

Ad ogni modo, più vividamente immaginerete la vostra RI e piu' intensa sara' l'attivazione di tutti quei processi che intervengono al miglioramento della prestazione sportiva.

 

Piu’ le immagini diverranno intense e grandi e piu’ potere gli attribuiremo.

 

E’ poco utile avere presente una serie di immagini di fallimento e performance mediocri,

 

ripetute fino alla nausea, ogniqualvolta subentrano difficoltà, fatica e stress oppure quando si va incontro alla congestione muscolare.

 

Le RI possono essere indirizzate "volontariamente" dove meglio credete in modo da conseguire risultati superiori rispetto a quelli attuali. Ma se pensate che i vostri pensieri sono ingestibili e che esse sono una prerogativa involontaria di noi esseri umani... vi sbagliate!

 

Quest’ultima interessante tematica(gestione e controllo dei pensieri) verra’ trattata nei prossimi articoli e costituisce un argomento intimamente connesso a quello trattato in questa sede.

 

Lo studio e la gestione delle RI e degli stati emozionali ad essi correlati e’ uno degli argomenti di maggior interesse della Pnl.

 

In definitiva il nostro lavoro come esseri umani e’ avere dei pensieri su ciò che vogliamo, trasformandoci in quello che piu’ pensiamo tramite le nostre RI, e tramite quest' ultime facciamo in modo che i pensieri diventano cose. Cio’ che oggi noi siamo e’ conseguenza di cio’ che abbiamo pensato.

 

Ogni RI è una Respons-Abilità che noi possediamo per creare o cambiare il nostro destino.

 

 

"L’immaginazione è piu’ importante della conoscenza"

 

Albert Einstein

"Le false visioni di noi stessi"

(Articolo pubblicato nella rivista "Cultura Fisica" maggio/giugno 2010)

 

Perché moltissime persone hanno una falsa visione del proprio fisico, non percependosi come sono nella realtà? Perché chi pratica il body building, il fitness o discipline analoghe, va sempre alla ricerca di un qualcosa di più grande rispetto alle proprie possibilità? Tutto questo potrebbe essere racchiuso in parole come progressi, miglioramenti, obiettivi o ricerca e sfida di sè stessi? Oppure si tratta di un’immotivata forza motrice che porta all’autorazionalizzazione dei nostri pensieri più inconsci?

Durante gli anni degli appassionanti studi dedicati al “funzionamento cerebrale”, ho sempre cercato di trovare una risposta a questo misterioso meccanismo, al fine di "prendere coscienza" del suo più profondo "perché".

Infatti, la reale presa di coscienza di una qualsiasi circostanza o evento ( anche se in forma latente ma persistentemente presente nel nostro inconscio), porta ad avvertire, sentire e vedere quest’ultimo da differenti angolazioni e punti di vista, in modo che qualsiasi individuo possa attingere alla soluzione più ecologica, che gli permetta di riequilibrare quei meccanismi automatici di pensiero che portano alla creazione di eventi depotenzianti.

“Le false visioni di noi stessi”, così come la ricerca ossessiva dell’eccellenza fisica, sono delle tematiche strettamente connesse al concetto di realtà (rectius: della percezione del reale), alle credenze, ai condizionamenti, alla volontà, alle esperienze pregresse nonché alle condizioni socio-ambientali e psico–affettive che hanno caratterizzato la nostra vita.

Le false visioni del nostro corpo si possono definire come una subdola fantasia creata dalla nostra mente e strettamente collegata alle nostre credenze ed insicurezze.

Queste creano con il tempo un'errata percezione del proprio fisico, tramite processi prevalentemente inconsci che portano a deformare l'immagine interiore che ognuno possiede di sé stesso (autoimmagine) trasformandola,con il tempo, in una forma priva di realtà. Ciò avviene tramite un'alterazione dei suoi parametri (contorni,dimensioni, luminanza,chiarezza,ecc.) che, unitamente alla sua progressiva interiorizzazione, produce al nostro interno delle "disfunzioni rappresentazionali".

La loro soluzione va cercata prevalentemente sotto il profilo delle rappresentazioni interne, che ognuno acquisisce e crea in sè stesso sulla base degli elementi suddetti.

Una parte di queste "visioni" conduce molti individui a "provocarsi" disturbi alimentari , conosciuti nelle loro varie forme (anorressia, bulimia, obesita' psicogena), nella loro diversificazione (vigoressia, ortoressia, binge eating, ecc.) e nella loro correlazione con altri disturbi (depressione, dipendenza da droghe, autolesionismo, perdita di controllo degli impulsi , ecc.)

Anche se a primo acchito la classificazione di tali disturbi potrebbe sembrare abbastanza semplicistica, è pur vero che questa sorta di ribellione inconscia verso l’immagine del proprio corpo è più diffusa di quanto si possa credere (soprattutto per l'evoluzione dei canoni fisici odierni) primariamente in soggetti che non manifestano alcun tipo di disturbo alimentare.

Ma per quale motivo la mente di quest’individui si “impegna” cosi' tanto a visualizzare il proprio corpo in modo peggiore a quello che appare in realta’? Non sarebbe risolto il problema se si impegnassero a far girare al contrario le sensazioni che avvertono quando sperimentano simili riproduzioni mentali ?

In queste situazioni, il vero turbamento proviene dall'errato convincimento di essere ciò che noi formuliamo e proiettiamo mentalmente, cioè non tanto il creare dei “fotogrammi mentali alterati” nella nostra mente ma soprattutto credere che essi siano reali.

I fisici quantistici direbbero: se io credo che un'elettrone sia un'onda lo vedro' come un'onda negli esperimenti fisici. Lo stesso dicasi per una particella. Ma se io credo che un elettrone sia un insetto troverò prima o poi un esperimento che me lo fara' vedere come un insetto.

Ciò in quanto l'acquisizione dell'informazione non dipende dagli strumenti ma dalla coscienza che si ha del fenomeno che e’ di fronte a noi e la coscienza e’ strettamente legata al modello del mondo che abbiamo acquisito.

Quest’ultimo e’ di natura virtuale. Ma virtuale non vuol dire che non esiste ma vuol dire che e’ modificabile (modello virtuale), all’opposto di reale che vuol dire non modificabile (modello reale).

Se vi si presenta un'alterazione di questi due fattori si va incontro a modificazioni dei diversi processi cerebrali che determinano il passaggio dalla struttura profonda a quella superficiale.

Bandler e Grinder (i fondatori della Pnl) individuarono tre meccanismi generali per mezzo dei quali si passa dalla struttura profonda ad una struttura superficiale:

1) Generalizzazione: elementi o parti del modello di una persona vengono staccati dalla loro esperienza originaria e giungono a rappresentare l’intera categoria di cui l’esperienza è un esempio. Se pensiamo che "tutti" i metodi di allenamento che attueremo su noi stessi non potranno apportare modifiche sostanziali perche’ siamo geneticamente limitati oppure perchè siamo così e possiamo fare ben poco, sperimenteremo la generalizzazione, che paralizzerà ogni nostro tentativo di miglioramento.

2) Deformazione o distorsione: procedimento che ci permette di operare cambiamenti nella nostra esperienza dei dati sensoriali.

La fantasia, ad esempio, distorce la realtà attuale preparandoci in anticipo ad esperienze possibili; tecnica che allo stesso tempo può limitare la ricchezza della propria esperienza, deformando la realtà in modo da adattarla a “credenze” e “script”. Se proiettiamo nella nostra mente immagini diverse da quelle reali stiamo deformando la nostra autoimmagine.

3) Cancellazione: prestiamo attenzione a certe dimensioni della nostra esperienza e ne escludiamo altre selettivamente.

In tal modo riduciamo il mondo a proporzioni più maneggevoli, ma rischiamo di perdere di vista il significato di esperienze cancellate. Esempio: se siamo abituati a sentire i complimenti sulla nostra forma fisica, finiremo per non farci più caso, dirigendo continuamente il nostro “focus” in persone che sono fisicamente migliori di noi.

I processi sopra descritti “ci permettono di svolgere le più straordinarie ed eccezionali attività umane”, ma bloccano la nostra crescita ulteriore se commettiamo l’errore di confondere il modello virtuale con quello reale.

Il modello virtuale viene costruito partendo da numerosi fattori che collaborano alla sua creazione. Uno tra questi è dato da ciò che il mondo pensa di noi. Pertanto i giudizi che ci vengono rivolti sono degli elementi che possono influire sia positivamente che negativamente sulla nostra autoimmagine, poichè rappresentano sovente, secondo il nostro parere, un'assoluta verità.

Se questi giudizi saranno prevalentemente ipercritici li subiremo come un vero e proprio "attacco" in quello che in più crediamo, scatenando dei veri e propri conflitti interiori.

Sotto il profilo meramente statistico, le critiche vengono utilizzate con molta più frequenza degli apprezzamenti e per di piu' hanno una maggiore probabilità di fissarsi nella memoria.

Per questo la maggioranza delle persone ha un dialogo interno negativo ed è attratto da altri dialoghi negativi da cui scaturiscono stati d’animo depotenzianti, che andranno a stimolare l’organismo a produrre delle sostanze di cui spesso diventiamo dipendenti.

Tutti riceviamo delle critiche, in percentuali individualmente variabili. Ma sicuramente i peggiori critici del nostro fisico siamo proprio noi!! Queste critiche possono derivare, quindi, da due fonti: da noi stessi e dalle altre persone.

Può sembrar certo che il più importante sia il giudizio che abbiamo di noi stessi, ma soltanto quando questo non è eccessivamente sconveniente alla nostra autoimmagine. Ovviamente questo concetto è valido anche per le altre persone. Ascoltare le opinioni altrui è segno di grande intelligenza e apertura mentale; dipendere da esse, invece, è tutt’altra cosa.

Ma creare un' autoimmagine che si avvicina il piu' possibile alle critiche che ci hanno riferito o che ci siamo riferiti è la trappola più grande a cui possiamo andare incontro durante il raggiungimento dell’eccellenza fisica, poichè tali critiche non ci danno delle ricompense per tutto il lavoro che abbia svolto ai fini del miglioramento del nostro stato di forma ma costituiscono solo giudizi che ci inducono a stati d’animo improduttivi con conseguente spreco di notevoli quantità di energie, che potrebbero essere impiegati ai fini del miglioramento sportivo.

Le “false visioni di noi stessi” sono create da un’attività neuronale intensa, capace di creare ponti e collegamenti tra diverse aree del cervello, in particolare quelle che presiedono il linguaggio e la memoria. Per questo, a volte, una semplice parola e soprattutto un pensiero basta a scatenare una sorta di "tempesta cerebrale" che genera una potente risposta da parte del nostro organismo.

I nostri stati d'animo sono direttamente e prevalentemente controllati dal nostro dialogo interno, dalle nostre rappresentazioni mentali e dalla nostra fisiologia, che svolgono un contributo fondamentale nella gestione, interpretazione ed elaborare delle emozioni.

Inoltre, il cervello archivia e ricostruisce i concetti secondo la legge della “memoria associativa”: ogni idea, pensiero e sentimento immagazzinato nelle reti neurali ha una possibile relazione con qualsiasi altra cosa.

Per esempio, alcuni associano solo disprezzo all’immagine che hanno del loro fisico,e questa emozione che avvertono verrà immagazzinata nelle loro strutture cerebrali e verrà costruita partendo da molte altre idee. Quando elaboreranno la visione del proprio corpo, le emozioni presenti saranno esclusivamente quelle di disprezzo, sperimentando continuamente il ricordo della delusione e dell'insoddisfazione.

Ciò avviene perche’ la mente umana memorizza e ricollega le parole che ci vengono dette alle sensazioni interne che, essendo strettamente legate alla produzione di alcune sostanze ormonali (epinefrina,norepinefrina,cortisolo,vasopressina,ecc.), “fissano” questa tipologia di situazioni nella nostra memoria. Ma se questo tipo di ricordo attraversa prima un qualsiasi evento che dà origine ad interferenze rappresentazionali, conduce l'immagine acquisita (cioè vista) o il giudizio recepito ad una "difettosa eleborazione o percezione" che distorce la vera realtà.

Così, nel momento in cui si ricorda quanto si è memorizzato, non si ripete esattamente quello che si è visto, bensì quello che si è creduto di vedere.

Quindi se, giorno dopo giorno, nell'osservare allo specchio il nostro fisico "ci impegniamo", seppur inconsciamente, a riprodurre un’immagine distorta di noi stessi, finiremo per identificarci ad essa, credendo che quell'immagine sia quella reale.

Anche il Conte di Saint-Germain, nel testo "Io Sono" (Vita Impersonale) ci fa comprendere come la distorsione delle rappresentazioni visive e’ una questione nota da parecchio tempo. Nel suo testo scrive:

“…la tua vista velava la tua mente, in modo che la luce della Verità non poteva penetrarvi e ogni cosa era colorata e distorta alla tua umana comprensione. Tu le vedevi solo nella loro nebulosa apparenza, che però a te sembrava la loro realtà ”.

Tuttavia, il vero problema delle “false visioni di noi stessi” sussiste solamente quando crediamo di non poterli controllare o gestire, perche’ qualche psicologo o qualche ricerca ci ha convinti che nessuna argomentazione logica è in grado di apportarci dei benefici nel breve periodo, in quanto tale problematica potrebbe essere estinta solo tramite la pratica di una lunga terapia psicologica o farmacologica !!

Se ci convinciamo di essere come in realtà non siamo, se ci convinciamo di aver un fisico poco piacevole e di poter fare ben poco per migliorarlo o se prima di iniziare tutte quelle attività che vanno a contribuire al miglioramento della nostra forma fisica visualizziamo solo immagini di sacrificio e sofferenza, avremo un dialogo interno destabilizzante e delle sensazioni interne (emozioni) negative. Daremo, allora, un comando ben preciso al nostro sistema cerebrale: “fallimento” .

Ma chi guida la nostra mente quando controlliamo o rispondiamo a queste emozioni?

Fisiologicamente le cellule nervose si connettono tra loro e, se si pratica ripetutamente lo stesso pensiero, stabiliscono delle solide relazioni a lungo termine.

Il fattore fondamentale dovrebbe essere quello di dare molta più importanza al nostro dialogo interno ed alle nostre rappresentazioni mentali, più di quanto ne diamo quotidianamente, e stabilire una linea guida che ci permetta di controllarle, in modo da poter intercomunicare efficacemente con i nostri stati d'animo.

Se poi le visioni negative che abbiamo di noi stessi non sono solo un evento sporadico ma si “cronicizzano” , si

innescano “pensieri fissi” che, stabilendo solide relazioni tra le cellule nervose, danno vita ad una nuova “identità della persona” .

Tutte le emozioni sono sostanze chimiche impresse olograficamente.

Se interrompiamo consapevolmente certi pensieri, consentiremo alle cellule nervose di interrompere le relazioni precedentemente instaurate ed ovviare alla conseguente risposta chimica del cervello.

Più rigorosamente lo faremo , più rapida e definitiva sarà l’interruzione tra cellula e cellula (“disconnessione neuronale”).

Se ci focalizzeremo solo sugli effetti che dà questa pratica, e non sugli stimoli, potremo essere consapevoli che l’ambiente si adeguerà automaticamente alla nuova realtà.

In sintesi, il meccanismo su cui si fonda tale procedimento e' il seguente:

il corpo produce proteine; l’ipotalamo ne elabora alcune piccole sequenze (neuropeptidi) che vengono assemblate e liberate dall’ipofisi nel sistema circolatorio, raggiungendo le varie parti del corpo e reagendo con le cellule per mezzo di recettori esterni che, aderendovi perfettamente, danno vita ad un preciso input : “siate felici” oppure “siate tristi” e ancora: "percepitevi magri" oppure percepitevi grassi", ecc…

Un recettore contenente un peptide modifica la cellula, attivando degli eventi biochimici che finiscono per modificarne il nucleo stesso.

La diminuzione del loro numero, così come il loro progressivo degradamento, determina la crescita delle quantità di emozioni necessarie all’ottenimento dello stesso risultato. Quindi, visualizzando una "rappresentazione interna deformata" di noi stessi, con il passare del tempo creeremo un potente condizionamento neuro-associativo, che ci porterà a generare emozioni distruttive superiori alla volta precedente.

Ciò in quanto i recettori di una certa emozione, che vengono stimolate per lungo tempo e ad intensità elevate, possono degradarsi o distruggersi.

Ma questa “catastrofe ormonale” non finisce qui.

Se bombardiamo le cellule quotidianamente con gli stessi atteggiamenti, e quindi con la stessa biochimica, quando si moltiplicheranno daranno vita a cellule che avranno un minor numero di recettori per quello stesso neuropeptide, ed un minore numero di recettori per vitamine, minerali, nutrienti,scambio di fluidi ed eliminazione di tossine.

Piu' ipersolleciteremo tali recettori con persistenti e ricorrenti pensieri, più dipenderemo dalle sostanze prodotte da tale meccanismo. Questo avviene perchè noi provochiamo eventi, soprattutto sotto forma di rappresentazioni interne, in modo da soddisfare "l’ansia biochimica" delle cellule del nostro organismo.

Così ci sono sostanze chimiche per la demotivazione, per il disimpegno, per l'apatia,per la tristezza, per l’insoddisfazione; al contrario ve ne sono altre per la determinazione, il coraggio, la volontà, la felicità, l’appagamento e per ogni altro stato emozionale.

Gli stati emozionali destabilizzanti ci conducono ad una sfavorevole produzione neuro-endocrina. La dipendenza da queste sostanze ormonali crea un ri-ciclo di stati d'animo depotenzianti, alimentando ulteriormente le emozione di rifiuto che si avvertono del proprio fisico.

Ma c’è la possibilità di salire ad un livello piu’ alto di esistenza.

Fermando gli impulsi che le cellule ricevono dal sistema nervoso, possiamo fermare questo meccanismo da cui siamo dipendenti.

Avere un nuovo modo di concepire la realtà e, così, gestire gli eventi di origine depotenziante che si verificano quando osserviamo e valutiamo il nostro stato fisico e non solo (anche prima dell’allenamento o della gara da effettuare), può effettivamente portarci in un territorio nuovo, costringendoci a connetterci ad un nuovo concetto di realtà che ci permetterà di progredire con un atteggiamento a noi favorevole.

La Programmazione Neuro-Linguistica in questo caso servirebbe a sviluppare abitudini/reazioni potenzianti, amplificando i comportamenti "efficaci" e diminuendo quelli "limitanti" (cioè indesiderati); a gestire il contesto in maniera tale da sollecitare nuovi modi di agire; a sviluppare e diversificare la propria flessibilità di comportamento, modificando la percezione dell'ambiente fisico mediante tecniche come le posizione percettive, la dissociazione, la time-line e le ancore.

Il tutto si può racchiudere in questa frase : “Se cambio idea cambio i miei pensieri, se cambio i miei pensieri cambio le necessità biochimiche del mio corpo e cambiando quest'ultime cambio la mia vita ”.

 

“L’unica cosa che ti imprigiona è la tua mente;

l’unica cosa che ti può liberare è la tua mente!” (Sai Baba)

 

"Mental Training: Pnl e Psicologia a confronto nello Sport"

(Articolo pubblicato nella rivista "Cultura Fisica" luglio/agosto 2010)

 

Nei precedenti articoli abbiamo trattato la Programmazione Neuro-Linguistica (Pnl) , facendo riferimento a tecniche e pratiche che possono contribuire a migliorare notevolmente i nostri allenamenti in palestra.

Abbiamo visto, seppur brevemente, che cos’è la Pnl , come si svolgono gli esercizi ai fini body building, dove e quando è indispensabile attuarli per progredire nella performance sportiva.

Adesso cercheremo di capire il Perchè utilizzare proprio la Programmazione Neuro-Linguistica nel Mental Training (MT).

I motivi sono tanti e spingono inequivocabilmente a ritenere questa disciplina superiore a molte altre tecniche che venivano

utilizzate in passato e che attingevano i loro principi dalla psicologia.

Sul punto giova precisare che, sebbene la Pnl prenda parte del proprio contenuto dalla psicologia, essa si estrinseca tuttavia in una serie di tecniche che sono state modificate ed implementate adattandole allo scopo che si prefigge tale disciplina, che è differente in termini procedurali dalla psicologia.

Prima bisogna però ribadire che il Mental Training altro non è che

un lavoro mentale che svolge lo sportivo.

Il contenuto del MT è composto da principi che possono derivare dalla Psicologia Sportiva o dalla Pnl sportiva. Vediamo le differenze tra le due.

Distinzione tra Psicologia e Programmazione Neuro-Linguistica

Iniziamo con il dare delle definizioni che ci possano far capire di primo acchito le

differenze sostanziali che intercorrono tra le due discipline applicate allo sport.

La Psicologia è la scienza che studia il comportamento degli individui e i loro processi mentali (processi cognitivi e processi dinamici).

L' AAASP (Association for the advancement of applied sport psychology) definisce la Psicologia dello Sport come lo studio dei fattori mentali e psicologici che influenzano e sono influenzati dalla partecipazione e dalla prestazione nello sport, nell'esercizio e nell'attività fisica, cui segue l'applicazione delle conoscenze acquisite attraverso questo studio quotidiano.

Gli psicologi dello sport sono orientati verso due principali obiettivi: (a) aiutare gli atleti a utilizzare principi psicologici per aumentare la performance e (b) comprendere come la pratica sportiva, l’esercizio e l’attività fisica influenzino lo sviluppo psicologico, la salute e il benessere dell’individuo attraverso il ciclo di vita.

Tale studio cerca di comprendere le dinamiche interne dell'individuo, i rapporti che intercorrono tra quest'ultimo e l'ambiente, il comportamento umano ed i processi mentali sottesi agli stimoli sensoriali e le relative risposte.

La Piscologia offre una vasta gamma di tecniche attuabili dall’atleta per il miglioramento della prestazione sportiva (imagery, thought stopping, Goal Setting ,training propriocettivo, self talk, ecc.).

La Programmazione Neuro-Linguistica, invece, è una disciplina che studia gli insieme di modelli, capacità e tecniche che utilizzano il linguaggio, verbale e non verbale, per indurre al cambiamento delle strategie mentali e del comportamento proprio ed altrui. Nasce come studio dell’eccellenza umana secondo cui ogni processo mentale che utilizza un individuo, grazie al quale riesce a primeggiare in un determinato campo, si puo’ schematizzare e riprodurre per ottenere risultati analoghi. E’ proprio quest’ultimo è uno dei principali punti che contraddistingue la Pnl sportiva dalla Psicologia sportiva.

Lo psicologo intervistando lo sportivo di successo gli chiede quali sono le dieci cose che un atleta eccellente dovrebbe fare, cercando successivamente di riportarle al proprio cliente. Il piennelista invece, insegna allo sportivo a ricalcare esattamente l’atteggiamento mentale, il linguaggio del corpo e perfino le parole che utilizza l’atleta di successo: gli insegna, cioè, a comportarsi esattamente come l’atleta di successo, attraverso una vera e propria opera di modellamento.

Tutto ciò viene eseguito insieme all’ insegnamento di tecniche piennellistiche sportive, sotto alcuni aspetti simili a quelli utilizzati dalla Psicologia Sportiva.

Il ruolo dello psicologo consiste, in una prima fase, nella valutazione dell’atleta, della sua personalità, della sua stabilità e del suo clima emotivo,della sua capacità di resistenza alle frustrazioni, del suo mondo relazionale, così da ottenere un quadro più completo e rappresentativo possibile della persona al fine del miglioramento sportivo.

Ma se, per esempio, nella vita dello sportivo accade un qualsiasi evento che lo porta ad una fase di stallo nei risultati, lo psicologo agisce prevalentemente indagando sul perchè sia accaduto ciò, in modo da poterne trovare la soluzione.

Il tecnico della Pnl (Sport Coach), a differenza dello psicologo, illumina il cliente sul come attuare una strategia che gli premetta nell’immediato di far cambiare la percezione di ciò che lo tormenta. Egli non indaga sui fatti realmente accaduti. Non ha, quindi, motivo di chiedersi quali meccanismi abbiano provocato eventuali disturbi emotivi (intesi soprattutto come fasi o periodi demotivazionali), poichè non si interessa alla realta’ dei fatti, ma alla rappresentazione mentale che gli individui ne hanno, a prescindere dai motivi che l’hanno originata, evitando in tal modo tutte quelle valutazioni eseguite nella prima fase dallo psicologo che potrebbero rafforzare eventuali carenze o stati d'animo negativi dell'atleta in questione.

Tutto ciò oltre a liberarci da inutili scrupoli legati all’attendibilità dei ricordi, e quindi a rievocare e far emergere stati d'animo depotenzianti, ci permette anche di lavorare in prospettiva futura per comprendere in che modo si potranno strutturare delle immagini mentali motivanti, senza inutili sprechi di tempo.

In tali contesti capire perchè una persona si comporti in un certo modo è piuttosto irrilevante, rispetto al più importante obiettivo di capire cosa faccia per creare gli stati mentali demotivanti e come li mantenga.

Un fattore che, a mio parere, è poco efficace, è dato dal consiglio rivolto dagli psicologi sportivi agli atleti di porsi dei traguardi fin troppo reali, al fine di proteggerli da eventuali frustrazioni allorché non conseguano il risultato sperato.

L’atleta dovrebbe invece prefissarsi un obiettivo maggiore rispetto alle sue effettive possibilità, convincendosi di riuscire ad ottenerlo, mentre la fase che subentra dopo la competizione sportiva dovrebbe essere posta in secondo piano.

L’atleta dovrebbe evitare incertezze, "corde di sicurezza" o piani alternativi che gli possano far evitare una futura frustrazione.

Il problema risiede sostanzialmente nel cosiddetto principio di "vie alternative".

 

"Le vie alternative"

Nel momento in cui si sperimenta quest'ultima situazione l'atleta

si preclude la possibilità di conseguire miglioramenti che, al contrario, possono essere ottenuti solo se l’atleta visualizza uno scenario che va al di là della realtà, privo di qualsiasi forma di sicurezza realizzativa.

L’atleta deve essere completamente sicuro delle proprie capacità e non pensare a nessuna ancora di sicurezza.

In queste circostanze la mente umana eviterà, per quanto possibile, un eventuale fallimento cercando di raggiungere la prestazione eccellente visualizzata, oltre a sviluppare una maggiore propensione ad attingere l'energia necessaria dai nostri stati-risorsa per un'attivazione dei meccanismi di sopravvivenza.

Lo psicologo, analista, saggista e filosofo statunitense James Hillman afferma: "La felicità è l'accettazione dei propri limiti".

Tale affermazione ci consente di individuare, più di ogni altra, la linea di demarcazione che separa la PNL dalla psicologia. Accettando i propri limiti, da un lato si preclude l'accesso a nuovi e più grandi traguardi e dall'altro si origina, quasi sempre, la non accettazione di queste soglie che noi tutti possediamo.

Dovremmo, invece, confidare completamente in noi stessi e nelle nostre potenzialità, pensando che qualsiasi cosa facciamo e qualunque esito otterremo sarà un risultato e non un fallimento.

Inoltre, la maggior parte delle volte, prefissandoci come obiettivo il raggiungimento di un risultato buono, ne otterremo uno sufficiente, puntando all’eccellente raggiungeremo il buono, mirando allo straordinario arriveremo all’eccellente.

In relazione ad branche della psicologia (psicoterapia,psicoanalisi,ecc.), le distinzioni rispetto alla Pnl vengono ad essere individuate nel focus su cui si concentra quest’ultima (vale a dire il dirigere l’attenzione sui risultati e non sul problema da risolvere, concentrandosi primariamente sul risultato per giungere a risolvere il problema e non il contrario), nelle tempistiche (ridotte rispetto ad altre pratiche psicologiche ), nella loro praticità

d’impiego (semplice e molto efficace).

 

Pnl e Psicologia per la cura degli stati d’animo improduttivi

La Psicologia e la Pnl trattano la cura dei disturbi psichici, e alcuni dei principi impiegati per liberare il paziente da queste alterazioni sono applicati nello Sport.

Secondo la mia opinione questo avviene perché nello sport in generale e, più specificatamente, in determinati sport come il Body Building, in determinati momenti (come gli istanti che precedono l’esecuzione della performance o gara sportiva), l’atleta sperimenta uno stato psicologico "alterato" riscontrabile, in gran parte, anche in quei soggetti che soffrono di disturbi mentali.

In queste circostanze il biochimismo corporeo dell'atleta viene modificato sensibilmente. Il raggiungimento di quest’opaca dimensione porta l’individuo ad alterazioni della propria modulazione ormonale. Serotonina, dopamina, cortisolo, prolattina ed endorfine, sono solo una parte degli ormoni che subiscono variazioni della loro concentrazione nel torrente circolatorio. Inoltre, il meccanismo mentale dell’alterazione psichica nelle fasi di allarme-stress si lega alle dinamiche da ricompensa, portando l’individuo ad un aumento o ad una diminuzione dell’appagamento dopo l’attività o gara sportiva.

La “cura” di stati d’animo improduttivi dell’atleta è uno dei fondamentali obiettivi che si prefigge la Pnl Sportiva.

L’allenamento mentale dell’atleta, peraltro, non si dovrebbe limitare soltanto ad un miglioramento dei fini prestativi, ma deve essere concepito in modo tale da condurre l'atleta ad uno stato di igiene psico-comportamentale continua: anche l’equilibrio mentale dell'atleta che sa benissimo come affrontare l'allenamento e ha dimestichezza con tutte le tecniche possibili ed immaginabili di mental training per implementare la prestazione sportiva, infatti, verrà influenzato con conseguenze negative nella performance sportiva, se c’è qualcosa che lo turba nella vita di ogni giorno (lavoro,problemi economici,fobie,ansia ecc.).

Le ghiandole che producono gli ormoni dello stress saranno maggiormente attivate, con tutta la cascata di eventi dannosi che comportano sia alla nostra salute che alla nostra attività sportiva.

Se prendiamo il caso delle fobie (a cui gli sportivi non sono immuni), che sono tutt'oggi tra i casi clinici piu' difficili da trattare, si può notare come possono passare mesi o addirittura anni per guarire con i metodi tradizionali.

La PNL offre, invece, delle tecniche che possono liberare dalle fobie in una sola sessione terapeutica.

Negli anni in cui Bandler fondò la Pnl curando le fobie con tale disciplina, gli psichiatri e gli psicologi erano molto scettici e continuavano a dirgli che i cambiamenti dovevano essere lenti e dolorosi.

Tuttavia, molte volte basta una sola frase, la lettura di un libro o un consiglio di un amico, per cambiare in un istante la percezione di quello che può essere per noi il mondo reale: senza che ce ne rendiamo conto, accade qualcosa che cambia i nostri schemi chiudendo le porte al problema e aprendo la via alla soluzione.

La Pnl dirige la sua attenzione a tali fattori.

Simili risultati fino a poco tempo fa per la psicologia erano impossibili.

Un richiamo a questo concetto viene ripreso nella prefazione del libro “Pnl e libertà” di Owen fitzpatrichs:

“ In veste di psicologo, posso affermare che, più passa il tempo, più ci rendiamo conto che solamente adesso le più recenti scoperte e ricerche nel campo della psicologia del cambiamento stanno mettendosi in pari con le idee di Richard Bandler.

Solo oggi stiamo accettando l’idea che il cambiamento possa avvenire rapidamente e con molta più facilità di quanto non avessimo creduto finora. All’inizio degli anni Settanta, Richard Bandler e John Grinder svilupparono una disciplina che battezzarono Programmazione Neuro-Linguistica.

Da allora, Richard ha continuamente ampliato le sue idee, spingendosi al di là di ciò che veniva considerato possibile, e oggi giorno il suo lavoro è oggetto di studio in università, ospedali e aziende in ogni parte del mondo.

La PNL ha rivoluzionato il nostro modo di comprendere l’essere umano e la nostra percezione di cosa sia possibile realizzare imparando a controllare la nostra mente.

Una volta, ad esempio, la rimozione di una fobia da parte di uno psicologo di una certa esperienza richiedeva sei mesi di duro lavoro. Oggigiorno, semplicemente applicando le tecniche sviluppate da Richard Bandler, è possibile eliminare completamente la maggior parte delle fobie in meno di un’ora, mentre per le semplici paure e i timori quotidiani è questione di pochi minuti, se non di qualche secondo ”

 

Pnl body building e vita quotidiana?

Il significato più intimo della Pnl è quello di far emergere delle potenzialità, delle eccellenze immanifestate che ognuno di noi possiede.

Questo concetto è validissimo anche per il Body Building. La stragrande maggioranza delle persone è paralizzata davanti all’idea di andare oltre i propri limiti o diventare sportivi di successo, perché questa tipologia di obiettivo non è allineata con quello che “hanno creduto” (credenze) essere le proprie potenzialità.

La Pnl offre un manuale di istruzioni delle capacità del cervello umano (inteso come sede dei processi mentali), che spiega e ci rende in grado di intervenire in quei meccanismi complessi azionati dai nostri centri cerebrali in determinate circostanze. Essa si propone come una metodologia di "studio della struttura della percezione soggettiva", al fine di aumentare le scelte possibili e migliorare enormemente la qualita' della nostra vita (sia intesa come vita quotidiana,familiare, lavorativa o sportiva)".

Nell'ambito del body building, la Pnl può migliorare la nostra prestazione fin dalla prima sessione di MT.

Applicando le sue innovative tecniche, riscontreremo fin da subito enormi benefici: aumento della forza, maggiore determinazione e aggressivita' durante l'esecuzione delle prestazioni muscolari, percezione differente dell'ambiente fisico durante i giorni in cui la motivazione e' in calo, gestione e controllo dei momenti di maggior stress, modifiche dei nostri stati d'animo depotenzianti, manipolazione submodale dei propri pensieri, migliore qualità di vita, ecc.

Un approccio di MT dovrebbe offrire un miglioramento a 360° nell'atleta, cioè in tutti quei fattori che coadiuvano all'ottenimento di una prestazione e/o forma fisica "superiore" .

 

Critiche (infondate) alla Pnl

Come ogni nuova disciplina , la Pnl è stata soggetta a critiche rivelatesi, ad un’attenta analisi, alquanto superficiali.

Molti erano scettici in quanto ritnevano che risultati rapidi e permanenti che la Pnl consentiva di ottenere rappresentassero

una "soluzione temporanea". Avendo loro, invece, dovuto studiare anni ed anni per ottenere successo e riconoscimenti

accademici nei propri settori, sentivano la Pnl come una minaccia.

Gradualmente,attraverso gli anni Settanta e Ottanta , la Pnl venne usata maggiormente e in ambiti più ampi.

Cio' avvenne in parte perchè le persone che la sperimentavano si rendevano conto che essa produceva risultati concreti.

Alcuni obiettano che la Pnl non sia una scienza bensi’ una pseudo-scienza. Tale critica è destinata a venir meno ove si consideri quanto segue.

Dal punto di vista etimologico, la parola "scienza" deriva dal latino "scientia", che significa conoscenza.

Orbene, secondo opinione comune, « Una delle preoccupazioni della scienza è di sviluppare una teoria che spieghi come una determinata cosa funzioni».

La scienza è, infatti, caratterizzata dall'utilizzo del cosiddetto metodo scientifico o, meglio, dai metodi scientifici.

Il metodo scientifico è la modalità tipica con cui la scienza procede per

raggiungere una conoscenza della realtà oggettiva, affidabile, verificabile e

condivisibile.

Tuttavia la PNL non ama il metodo scientifico. "Le teorie scientifiche sono metafore sul

mondo, non sono vere. Sono un modo di pensare sul mondo...".

Cosi ad esempio, il test psicologico (facente parte del metodo scientifico) è uno strumento di misura, come lo è il metro per misurare la lunghezza in fisica.

Il problema insito nella misurazione in psicologia è dato dal fatto che l'oggetto che si ha intenzione di misurare spesso non ha caratteristiche fisiche dirette e concrete, ma è un costrutto teorico.

Basti pensare alla "determinazione", che è un costrutto teorico, non misurabile poichè non è un oggetto fisico: coerentemente, si dovrà affermare che il test psicologico somministrato differenzia le persone più determinate da quelle meno determinate in base ad un certo tipo di definizione di determinazione.

Per questo motivo le teorie della Programmazione Neuro-Linguistica non vengono definite scientificamente corrette.

Il problema, tuttavia, non risiede nella loro validità scientifica, bensì nella loro utilità pratica.

Sotto questo profilo bisogna oggettivamente riconoscere, anche sulla base dei dati statistici e della sua notevole capacità di diffusione nei svariati ambiti di applicazione, che la Pnl dalla sua creazione (avvenuta negli anni 70’) è cresciuta smisuratamente, con una viralità tale da contagiare il mondo intero.

Oggi la PNL viene usata principalmente da praticanti delle forme di psicoterapia e psicologia parascientifica, soprattutto legati agli ambienti dell'ipnoterapia, del life coaching e della formazione aziendale.

Specificatamente nella cura di fobie,depressione,ansia,traumi e disabilità di apprendimento.

Essa è oggi una disciplina che riunisce vari ambiti dello studio della comunicazione umana e si propone come strumento per influenzare fattori quali l'educazione, l'apprendimento, la negoziazione, la vendita, la leadership, il team-building.

Ha trovato applicazione anche nei processi decisionali e creativi, nello sport e nel counseling.

Per completezza occorre precisare come l’impostazione teorica della Pnl appare influenzata anche da alcune correnti filosofiche quali: costruttivismo, relativismo ed ermeneutica.

Nella Pnl, infine, vengono integrati parte dei contenuti di discipline e scienze come psicologia,cibernetica, scienze comportamentali,informatica, pragmatica delle comunicazioni, grammatica trasformazionale.

Anche se essa non è considerata una scienza può, all'occasione, venire in aiuto

alla scienza e al ricercatore (come già succede nella psicologia e nella fisica quantistica), fornendogli idee e prospettive per inquadrare i problemi; o può addirittura, col crescere del sapere di sfondo, diventare scienza.

Quale Coach Sportivo ritengo che i principi della Psicologia e quelli della Pnl non siano contrastanti, ma complementari, e vanno tenuti entrambi in debita considerazione affinchè si possa avere una conoscenza più approfondita del funzionamento e delle capacità della mente umana.

 

Sport coach e Coaching sportivo

(Articolo pubblicato nella rivista "Cultura fisica" nel mese di nov/dic 2010)

 

La Programmazione Neuro-Linguistica in ambito sportivo sta progredendo e diffondendosi sempre più.

Negli Stati Uniti la stragrande maggioranza delle squadre e degli atleti di livello ha il proprio “Sport Coach” .

Ma chi è il Coach Sportivo (o Mental Coach)? E soprattutto cosa fa?

Un Coach è letteralmente un veicolo che trasporta una persona o un gruppo di persone dal luogo di partenza al luogo d’arrivo desiderato tramite la messa in pratica del Coaching Sportivo (o Sport Coaching), cioè quel processo mentale (Mental Training) attraverso il quale si aiutano individui o gruppi di persone a raggiungere il massimo livello delle proprie capacità di performance.

Lo Sport Coaching è un’ attività di Personal Coaching, che lavora su obiettivi sportivi finalizzati a migliorare le proprie potenzialità sia durante gli allenamenti che durante le gare.

È una sorta di “allenamento mentale” per massimizzare la concentrazione, la determinazione, la motivazione e per gestire- tamponare le fasi di allarme-stress, conseguendo così risultati eccellenti.

Tipici esempi in ambito sportivo si riscontrano in tutte le situazioni in cui si vuole ottenere il miglior risultato dalle proprie prestazioni.

Il Coaching pone una particolare enfasi sul cambiamento generativo, che si concentra sulla definizione e sul raggiungimento di obiettivi specifici, piuttosto che sul tentativo di risolvere problemi e conflitti interiori.

Come disse Richard Bandler : “ il Coaching è per persone normali che vogliono migliorare, migliorare e migliorare ”.

Il Coaching Sportivo si fonda principalmente su un modello di allenamento sportivo volto a sviluppare la consapevolezza (o competenza conscia) delle proprie risorse e abilità.

Ogni prestazione è il risultato che un’atleta ottiene dalla propria preparazione atletica sommata alla propria capacità di accedere allo “stato mentale” adeguato ad una performance.

Le abilità, gli strumenti e le tecniche più comuni della Pnl utilizzabili nel coaching comprendono:

stabilire obiettivi e risultati ben formati, codificazione e sistematizzazione comportamentale degli sportivi di successo, gestione degli stati interiori, assunzione delle diverse posizioni percettive, identificazione dei momenti di eccellenza, mappatura delle risorse e acquisizione di un feed back di alta qualità .

La metodologia del Coaching è centrata fortemente sul risultato piuttosto che sul problema, aiuta le persone a sviluppare nuove strategie di pensiero ed a realizzare prestazioni più efficaci, trasmettendo la consapevolezza sull'obiettivo da raggiungere. Specificamente il Coach ne facilita i passaggi, sviluppando nell'individuo la motivazione necessaria ad affrontare la situazione in oggetto, aiutando la persona ad individuare le strategie più adatte all'ottenimento del risultato atteso e, talvolta, sostenendo il cliente durante il suo lavoro o la sua prestazione.

Durante gli incontri di Coaching si è soliti assistere a momenti di cambiamento molto significativi ed è per questo che molti professionisti-sportivi si affidano alla figura del coach.

Il coach è uno straordinario facilitatore di risultati, è un allenatore in un contesto diverso perchè si focalizza sull'allenamento mentale, sulla forma psicologica e sulla "forma dei talenti latenti”, aiutando l’atleta ad andare oltre e ad esprimere il meglio di sé stesso, affiancandolo alla scoperta delle capacità o potenzialità inutilizzate.

Solitamente si lavora su tematiche scelte dal cliente stesso. La più comune è imparare a gestire al meglio la propria mente durante l'allenamento, prima e durante la prestazione (ma non solo).

Non è un caso che tutti i grandi atleti abbiano un allenatore: qualcuno che li aiuti ad allenarsi, imparare, migliorare e prepararsi fisicamente e tecnicamente per l'evento sportivo. Come afferma Roberto Re (uno dei massimi esperti di crescita personale e motivazione): ” Il miglior centometrista al mondo ha bisogno di un Coach, non perché il suo Coach sa correre più veloce di lui, altrimenti sarebbe lui il più veloce al mondo. Non ha bisogno di insegnargli a correre meglio bensì ha bisogno di un supporto strategico e tecnico-mentale ed una visione esterna rispetto a quella che ha lui per poter portarlo a dare il massimo di sè stesso”.

Questo perché quasi mai il fallimento di un obiettivo deriva da fattori fisici o tecnici ma prevalentemente dall’atteggiamento mentale che lo sportivo possiede nei confronti della prestazione e nelle fasi di allarme-stress.

I grandi campioni sono diventati tali grazie ad una preparazione completa: fisica, tecnica e mentale. Ci sono tanti atleti che si sono affidati a questa figura professionale, tra cui: Andrée Agassi (tennis), Sally Gunnel (campionessa del mondo 400 metri ad ostacoli) , l'equipaggio di America3 (vela), i Sant’ Antonio Spurs (Basket) e molti altri atleti e squadre in tutto il mondo.

Anche in Italia atleti del calibro di Beppe Signori (tre volte capocannoniere nel campionato di calcio italiano serie A), Jury Chechi (medaglia d’oro nella disciplina degli anelli), Gianluca Genoni e Umberto Pellizzari (recordman apnea) e allenatori come Carlo Ancellotti (allenatore del chelsea) si sono affidati ad un Coach Sportivo o comunque nelle loro interviste sottolineano l’importanza della componente mentale per ottenere il successo.

Nel Body Building l’esempio più eclatante è dato da Joe Weider, che nel suo libro “ Body Building Sistem ” dedica intere sezioni ad argomenti quali: motivazione, atteggiamento mentale positivo, obiettivi, successo nello sport,ecc. Inoltre nei suoi discorsi in pubblico, fin dagli anni 70’ , evidenzia l’importanza del lavoro mentale e delle proprie capacità interiori per raggiungere il successo.... continua

 

L'importanza delle Abitudini e dei Rituali nello Sport

(Articolo pubblicato nella rivista "Cultura Fisica" settembre/ottobre 2010)

Prima o durante lo svolgimento di una prestazione o di una gara sportiva l’atleta spesso assume determinati comportamenti.

C’è chi esegue un particolare gesto o una specifica azione, chi ripete qualcosa, chi ancora si concentra cercando di sfruttare il processo di visualizzazione, ecc.

Tutti questi "metodi", di primo acchito, possono sembrare delle stranezze all’osservatore medio, invece al loro interno posseggono una componente motivazionale molto profonda.

Questi tipi di feed-back, definiti rituali e abitudini, sono il frutto di un’accurata pianificazione (volontaria e non) da parte dell’atleta, rappresentando uno dei tanti specifici fattori d’identità degli sportivi, ossia la coscienza del proprio modo di essere.

Il Rituale (RT) è quel tipo di comportamento ripetitivo che viene attuato da una persona secondo norme codificate.

Esso si basa sulla ripetizione di parole e/o azioni e/o visualizzazioni che sono state inserite in passato nella memoria in modo naturale.

Quando viene eseguito richiama inconsciamente uno "stato mentale alterato" proprio quello che gli sportivi di un certo livello sperimentano prima di intraprendere la prestazione atletica.

E' un tipo di comportamento mentale e dinamico, che viene innescato e ripetuto attraverso un impulso emotivo sottostante e da determinate emozioni che creano la dinamicità del dialogo interno, del comportamento o delle rappresentazioni interne riprodotte.

L'abitudine (AB) è, invece, la disposizione o attitudine acquisita mediante ripetute esperienze.

Secondo Ted Garret (noto ricercatore e divulgatore nel campo della Programmazione Neuro-Linguistica):

“un rituale o abitudine può essere una parola, un gesto, un'azione o qualsiasi altro segnale che sia stato provato e messo in pratica".

I RT non vanno, però, confusi con le superstizioni. Quest' ultime, infatti, sono delle credenze di natura irrazionale legate strettamente alle insicurezze di chi le pratica, sono per così dire dei “sostegni vuoti", effettuati per esorcizzare l’ignoto,ciò che razionalmente non comprendiamo.

Quando essi diventano “croniche” possono influire perlopiù in maniera depotenziante sulla nostra condotta sportiva: nell’ambito della Pnl esse vengono definite come ”programma negativo”.

C’è da sottolineare, però, che anche le superstizioni a volte potrebbero esserci d'aiuto.

Bisogna, infatti, distinguere tra superstizione negativa (che ci disturba) e superstizione positiva, che può risultare molto utile dal momento che ci convince che stiamo facendo la cosa giusta.

Un esempio del potere delle convinzioni e del concetto di verità potrebbe essere il seguente: ciò che è vero per uno sportivo può non esserlo assolutamente per un altro e se mi convinco che qualcosa (qualche oggetto, gesto, parola,ecc.) dovrebbe essere eseguita prima della prestazione sportiva al fine di dirigermi verso la buona sorte, allora, proprio quella cosa dovrebbe essere fatta.

Tutto ciò che può essere uno stimolo motivazionale o tutto ciò che può potenziarlo è una possibilità in più che si possiede per raggiungere il proprio obiettivo.

Ma perché i rituali si eseguono con tanta convinzione? E soprattutto perché sono così diffusi nel mondo dello sport?

Il loro scopo è principalmente quello di migliorare la performance attraverso il richiamo e la concentrazione dell’attenzione, per evitare di essere distratti da fattori di interferenza interni ed esterni.

Nello sport essi influiscono sulla nostra capacità di creare uno schema mentale e di azioni atte a prepararci al meglio in vista della prestazione o gara sportiva, per poterla affrontare attingendo il più velocemente possibile dai nostri stati-risorsa.

Nel momento in cui effettuiamo i rituali e le abitudini, ripercorriamo delle tracce neurologiche (le cosiddette tracce mnestiche) che segnalano al cervello la necessità di una reazione specifica ed immediata, in questo modo l’atleta possa “entrare” in quell’opaca dimensione (il cosiddetto stato alterato) in cui concentrazione, determinazione ed impegno saranno le risorse a cui principalmente attingerà durante la prestazione sportiva.

Capita, a volte, che i RT affiorano inconsciamente senza una decisione razionale del soggetto. Nel momento in cui si nota che hanno creato in noi delle particolari sensazioni, sprigionando tante energie e facendoci raggiungere un risultato eccellente, allora nelle prestazioni o nelle gare successive si cerca di riutilizzarli, data la loro comprovata efficacia.

Soprattutto in determinate circostanze, come quelle di allarme-stress, qualsiasi rito può andar bene nei limiti in cui diventa, al tempo stesso, uno strumento motivazionale potentissimo, tanto più se è stato riprodotto consciamente ad ogni allenamento.

L’elemento fondamentale dei RT e delle AB va individuato nella loro funzione di restringere il focus di attenzione e incrementare la concentrazione, preparandoci conseguentemente al momento chiave.

Si può affermare che sicuramente, almeno nella fase iniziale, le nostre azioni inconsce sono rituali che si trasformano progressivamente in abitudini, in quanto riusciamo a metterli in atto senza esserne pienamente consapevoli, diventando così parte di noi.

Ecco perché anche sui RT ci si può allenare per creare uno schema mentale che vari a seconda della situazione, distinguendo tra la fase pre-allenamento o pre-gara e quella dell’allenamento o gara stessa.

Inoltre nell’allenamento o nella gara la concentrazione si sostanzia nello sgombrare la mente, anche in considerazione delle notevoli interferenze esterne e interne che vi possono essere nei momenti che li precedono: la gente, il caos pre-gara, i pensieri depotenzianti, la tensione , ecc.

Ma anche durante l’allenamento ad alta intensità capita spesso che i fattori di interferenza aumentino sensibilmente, distogliendo il nostro focus dalla serie che stiamo eseguendo.

Queste "intrusioni" rappresentano dei limiti da eliminare tramite i rituali, poiché quest'ultimi servono proprio a richiamare l'attenzione ed a concentrarsi sul "qui ed ora".

I vantaggi sono tutti verificabili in gara o durante gli allenamenti e possono essere ottenuti solo attuando delle azioni e, quindi, dei RT in momenti ben precisi.

Se, ad esempio, voglio concentrarmi sull'obiettivo da raggiungere in gara o in allenamento è opportuno farlo inizialmente nella fase che li precede.

Le criticità da gestire in queste fasi potrebbero essere: la mancanza di convinzione, l’insicurezza, la pressione da parte del compagno di allenamento che ci invia input errati, la mancanza di concentrazione,e tante altre.

 

I RT e le AB sono strumenti straordinari per creare l’opportunità di rilevare e affrontare tali condizioni.

Secondo Ted Garret i vantaggi che si possono ottenere dall’ utilizzo dei suddetti strumenti sono:

· Richiamare alla mente obiettivi chiari;

· Concentrare l'attenzione;

· Caricarsi psicologicamente;

· Distogliere l'attenzione dalla fatica o dalla tensione pre-gara o pre-allenamento;

· Determinare un rilassamento momentaneo e istantaneo;

· Concentrarsi su una sola abilità;

· Concentrarsi su un momento specifico e particolare della gara o prestazione sportiva;

· Creare e mantenere l'attenzione sulla prestazione che si sta effettuando;

- Rimanere calmi e rilassati.

Le caratteristiche operative fondamentali dei rituali e delle abitudini, necessarie per sfruttare al meglio le loro potenzialità ai fini della competizione, sono le seguenti:

· devono essere semplici e brevi, in modo da poterli utilizzare senza un eccessivo dispendio di energie.

· uilizzarli ad ogni allenamento, in modo tale da diventare parte integrante della prestazione.

· bisogna trovarne di particolari per le prestazioni più consistenti o per le competizioni sportive:

alcuni rituali possono essere utilizzati solo in determinate circostanze, in maniera da agire come forti stimoli motivazionali.

- devono comprendere elementi cinestesici:cioè devono essere legati a sentimenti, emozioni,

sensazioni muscolari e tattili.

- è necessario prestare attenzione al feedback interno, cioè sentire che va tutto bene,

che siamo carichi e rilassati al tempo stesso.

L'adozione di RT e AB può favorire molteplici capacità.

Nella maggior parte degli sportivi alcuni di essi si sviluppano volutamente, ma in seguito si trasformano in abitudini di cui non si è più consapevoli.

Ogni sportivo ha abitudini e rituali differenti, corrispondenti a diversi momenti della performance.

Uno dei rituali più sportivi più celebri è quello dei neozelandesi nel rugby, gli“All Black”, che prima di ogni partita effettuano la Haka, una danza rituale maori che ha un doppio scopo: immergere la squadra in uno spirito di gruppo propizio alla vittoria e, naturalmente, impressionare l’avversario.

Anche nel body building non è raro assistere a rituali eseguiti dai professionisti (e non solo.....).

Lou Ferrigno negli anni 70' , in serrata competizione con Schwarzenegger nel momento della peak performance era solito ripetere ad alta voce il suo nome per aumentare la motivazione e la concentrazione durante l'allenamento, e ad ogni ripetizione vocale aumentava la sua aggressività durante la serie.

Lee Priest indossa cintura,anelli,orecchini,maglie ed altro ancora con lo stampo di superman prima di allenarsi.

Arnold Schwarzenegger ad ogni allenamento posava innanzi allo specchio per automotivarsi, Dorian Yates era solito utilizzare il processo di visualizzazione.

Eddie Robinson durante un'intervista affermò di ricorrere al dialogo interno per aumentare la concentrazione durante gli allenamenti.

Naturalmente, al di là dei riruali dei campioni, se ne possono descrivere tanti altri che vengono impiegati prima o durante gli allenamenti in palestra da tutti gli sportivi che praticano questa disciplina.

Le scelte dei RT sono strettamente personali anche se si può optare per qualcosa che abbiamo visto o sentito e che ci ha particolarmente colpito,come per esempio

dei mantra vocali (il ripetere per una certo numero di volte una frase o parola che ci motiva) rivolti a modificare il proprio "termostato mentale", ossia

quel convincimento di non poter andar oltre un determinato limite autoimposto.

Come creare un rituale:

Ecco due attività pratiche, tra le tante applicabili, che possono coadiuvare nel migliore dei modi la "creazione" di uno specifico rituale, da attuare per indurre un condizionamento positivo nell'allenamento in palestra.

 

Attività 1

- Stabilite un momento chiave nel vostro dell’allenamento che eseguite in palestra in cui un rituale potrebbe

esservi d’aiuto.

· Scegliete un rituale o un’abitudine che risultino appropriati (ad esempio, indossare un abbigliamento particolare, utilizzare un determinato profumo,ascoltare la vostra musica preferita, sistemare la roba da palestra in uno specifico posto, ma anche visualizzare uno scenario motivante o dirvi un qualcosa prima o durante la prestazione sportiva)

· Eseguite il rituale ogniqualvolta ne avete bisogno.

· Non utilizzatelo al di fuori dell’allenamento o della gara.

· Riesaminate regolarmente l’efficacia e l’adeguatezza.

· Fate in modo che il vostro rituale sembri naturale e spontaneo all’osservatore.

Attività 2

I rituali e le abitudini sono forme di ancore (neuro-connessioni), quindi il metodo per crearli è simile:

· Identificate lo stato-risorsa che desiderate, ad esempio la concentrazione per effettuare il vostro allenamento, la capacità di tenere duro fino alla fine, la carica mentale prima di effettuare la serie.

· Decidete quale rituale o abitudine userete per accedere a tale stato. Usate il maggior numero di sensi possibile (sentire la musica che ascolterete in palestra, visualizzare l’esecuzione della serie,percepire il profumo che utilizzate prima di entrare in palestra, ecc.).

· Visualizzate mentalmente il momento specifico in cui userete il rituale e l’abitudine.

· Sviluppate e riconoscete la reazione che sarà determinante (sia mentalmente che fisicamente) nel momento in cui utilizzerete quel rituale o quell’abitudine (anche se lo state facendo da sdraiati).

· Usate il rituale e l’abitudine durante il normale allenamento e valutatene i risultati.

· Introduceteli in una normale gara.

· Valutatene regolarmente i risultati.

Anche i rituali hanno bisogno di tempo per funzionare, ma nel momento in cui entrano a far parte delle “abitudini”dello sportivo permettono un accesso al proprio potenziale interno molto più rapido.

Sono stati condotti numerosi studi sul “come” far emergere le eccellenti potenzialità che posseggono gli individui-sportivi e sembra proprio che i rituali e le abitudini siano tra gli strumenti più efficaci che si possano utilizzare.

 

PRESENTAZIONI, a cura del dott. Claudio Lombardo

 

Articolo pubblicato nella rivista "Cultura fisica" nel mese di luglio/agosto 2011.

 

Presentazione al Campione del mondo NBBUI 2008.

E’ con grande entusiasmo che presento ai lettori di “cultura fisica” uno dei migliori atleti del panorama italiano: il campione del mondo NBBUI Over 40 del 2008Pietro di Pietro.

Proprietario per diversi anni di due palestre di Reggio Calabria (la “Pantheon” e l’accademia del fitness), nella sua lunga attività di atleta agonista ha saputo imporsi in contesti di assoluto rilievo.

Grazie ad uno studio particolarmente approfondito degli aspetti inerenti la biomeccanica, l’alimentazione l’integrazione la psicologia sportiva e le metodologie allenanti, Pietro è riuscito ad ottenere straordinari risultati ed a migliorarsi nel corso del tempo. Si tratta di una delle pochissime persone in grado di mettere pienamente in pratica le teorie che professa da tanti anni (più di 35!).

Fidanzato con la giovane e bella atleta Rosanna Pellicanò ( terza nel 2005 / seconda nel 2006 all’ “Ercole dello ionio” CSEN, sempre nella categoria fashion) il campione reggino sembra non accusare lo scorrere del tempo, continuando a collezionare titoli sempre più prestigiosi.

Appartiene senza ombra di dubbio a quella ristretta cerchia di atleti che non si autoimpongono dei limiti, riuscendo in tal modo a raggiungere risultati sempre più ambiziosi .

A tutto ciò si aggiunga un notevole spessore umano che lo rende una persona straordinaria. Personalmente devo molto a Pietro di Pietro, per cui colgo l’occasione per ringraziarlo pubblicamente in questa sede. Oltre ad avermi seguito scrupolosamente ed in maniera professionale nei miei primi anni di pratica di questa splendida disciplina, è stato anche mio allenatore in occasione della prima gara a cui ho partecipato -infondendomi non solo la passione per il body building ma una vera e propria mentalità culturista. Pietro, un maestro…

 

 

Articolo pubblicato nella rivista "Cultura fisica" nel mese di sett/ott 2011

 

Presentazione di Debora Conti

E’ con immenso piacere e con grande onore che presento ai lettori di cultura fisica una straordinaria professionista di fama internazionale: Debora Conti, trainer di Programmazione Neurolinguistica, certificata come Licensed Trainer dallaSociety of Neurolinguistic Programming di Richard Bandler e John LaValle.

Debora è stata la prima coach in Italia a specializzarsi nella gestione delle abitudini alimentari ed è particolarmente conosciuta per aver promosso il dimagrimento con la mente senza dieta.

La sua formazione nell’ambito della Pnl inizia dopo la laurea in Lingue e letterature straniere ( anni 2001 - 2004), con la frequenza dei corsi di Programmazione Neurolinguistica direttamente presso la Paul McKenna Training Company di Londra.

I suoi maestri sono stati i più grandi esponenti al mondo della Programmazione Neuro-Linguistica: Richard Bandler , Paul McKenna, Michael Breen, Robert Dilts, John Lavalle, Anthony Robbins.

E’ stata l’ideatrice del metodo “Giusto Peso Per Sempre” e scrittrice di successo di libri di formazione tra i quali: Il Libro del Giusto Peso Per Sempre, Come hanno fatto a Dimagrire, Donne che fumano troppo e Manuale di indipendenza Emotiva.

Numerose le sue apparizioni nelle trasmissioni televisive, fra le tante: “Ti racconto un libro di Iris”; “IN OUT Manuale di Comportamento” (condotta da Germana Bonaparte), in cui si aiutavano le persone a risolvere i problemi con il cibo, il peso e il proprio corpo; “Professione Donna”, nella quale è stata presentata la nuova professione del personal coach nonché i concetti base della PNL. Numerosi anche gli articoli pubblicati da Debora in vari giornali e riviste specializzate di settore: Glamour ; Millionaire ; Donna Moderna ; Dire Donna ; TV Sorrisi e Canzoni ; Natural Style ; Look Magazine ; Starbene ; Cosmopolitan Magazine ; Il Secolo ; Gioia & Co ; La Repubblica Salute ; Elle Magazine ; Top Salute ; Donna Moderna ; Viversani & Belli,ecc.

Dal 2007 ha prodotto , con successo, diversi audio formativi e visualizzazioni di rilassamento per dimagrire senza dieta con il suo innovativo metodo “Giusto Peso Per Sempre” , ai fini del raggiungimento dell’indipendenza emotiva individuale.

Nella sua lunga e proficua attività ha formato migliaia di persone, tra cui professionisti del settore alimentare e psicologico (dietisti, dietologi, nutrizionisti, psicoterapeuti,ecc.).

Attualmente è trainer dei corsi “Giusto peso per sempre” e “Coach GPXS”. E’, inoltre, direttore editoriale dell’interessantissimo e prestigioso sito internet “Enciclopedia della Pnl”, che offre un’approfondita conoscenza di tale disciplina a tutti gli appassionati.

Debora Conti offre dei corsi per tutte le persone che vogliono ritornare in forma senza diete ma con il metodo “Giusto Peso Per Sempre”, particolarmente indicato per chi vuole ritrovare un buon rapporto con il proprio corpo e con il cibo.

 

Bibliografia di riferimento...

BIBLIOGRAFIA

·

•R.Dilt , R. Bandler, J. Grinder,j. Delozier; Neurolinguistic programming; The study of the structure of subjestive experience;Roma, Astrolabio edizione 1982 Roberto Re , Leader di te stesso 2004, Arnoldo mondadori editore s.p.a.,Milano

· R. Bandler, j. Grinder ,1975, "La struttura della magia" ; ed. Astrolabio, 1982

· Bandler Richard; Usare il cervello per cambiare. L'uso delle submodalita' nella programmazione

neuro-linguistica; Roma,Astrolabio, 1986

· Richard Bandler e John Grinder; La ristrutturazione; Roma,Astrolabio

· Vincenzo fanelli; Migliora le tue relazioni con l'enneagramma e la pnl; Essere felici editore, Diegaro

di Cesena,2007

Giovanni Faglia,Paolo Beck-Peccoz; Malattie del Sistema Endocrino e del Metabolismo,VI

edizione,2006

· Bianca Mariano, Rappresentazioni mentali e conoscenza. Un modello teorico-formale delle rappresentazioni mentali, Franco Angeli editore,2005

· Buzan Tony, Il pensiero del corpo. Sviluppare la capacita' della mente per aumentare l'efficienza fisica,2005, Frasinelli.

· Dilts Robert, I livelli di pensiero,Astrolabio,1998

· R. Bandler, Magia in azione.Cambiamento e cura delle fobie con la programmazione neuro-

linguistica, Astrolabio,Roma,1993

· Roberto Re,Leader di te stesso, Arnoldo Mondatori Editore,Milano,2009

· Giacomo Zaccone,Fondamenti di Endocrinologia Generale e dell’esercizio fisico, Tram Srl

editrice,Firenze,2005

· Giovanni Faglia,Paolo Beck-Peccoz; Malattie del Sistema Endocrino e del Metabolismo,,VI edizione,2006

· Anthony Robbins, Come ottenere il meglio da se’ e dagli altri, Tascabili Bompiani,Milano,2007

· Natalie Reid, La Fisica del successo, Il punto d'incontro ,2009

· Cantalupi Tiziano;Santarcangelo Donato, Psiche e realta' .Psicologia e fisica quantistica. La natura

profonda della realta' umana e materiale, Tirrenia stampatori,2004

· Zeilinger Anton, Il velo di Eistein, Il nuovo mondo della fisica quantistica, Einaudi, 2005

· R.Dilt , R. Bandler, J. Grinder,j. Delozier; Neurolinguistic programming; The study of

the structure of subjestive experience;Roma, Astrolabio edizione 1982.

•Watzlawick ., Beavin J.H., Jacson D.D., Pragmatica della comunicazione umana – Studio dei modelli interattivi delle patologie e dei paradossi, Editrice Astrolabio, Roma, 1998

· R. Bandler, j. Grinder ,1975, "La struttura della magia" ; ed. Astrolabio, 1982

Mauro Scardovelli - Il feedback costruttivo - Unicopli, Milano, 1993

G. Granata — PNL. La programmazione neurolinguistica - De Vecchi Editore, Milano, 1999

J. O’Connor , Il libro del leader. Guidare e coinvolgere con la PNL - Ecornind Publication, Salerno,

2000.

R. Dilts — Creare modelli con la PNL - Astrolabio, Roma, 2003

· Cuzzolaro, M., Anoressia e Bulimia. Il Mulino, Bologna, 2004.

· Marinelli, S. Il gruppo e l’anoressia. Cortina, Milano, 2005.

· Michael Talbot,Tutto è uno, L'ipotesi della scienza olografica, Urra Edizioni,Ottobre 2009

· Rosario Sorrentino, Cinzia Tani, Una "bugia" del cervello che può rovinarci la vita,Maggio

2008, Oscar mondatori.

· Valentino Braitenberg, L'Immagine del Mondo nella Testa, Marzo 2008,Adelphi Editore

· Wayne W. Dyer,Gennaio, Le Vostre Zone Erronee ,1980,Bur editore

· Corrado Malanga, Alieni o Demoni ,Chiaraluna ,Gennaio 2007

· Roberto Re , Leader di te stesso 2004, Arnoldo mondadori editore s.p.a.,Milano

· Gregory Bateson. Mente e natura, un'unità necessaria. Milano, Adelphi, 1984.

· Gill Diane L., Psychological dinamics of sport and exercise, 2000, Human Kinetics;

· Beyerstein, B. 'Distinguishing Science from Pseudoscience', Centre for Professional and

Curriculum, Dept. Psychology, SimonFraserUniversity

Sharpley, CF (1984). Predicate matching in NLP: A review of research on the preferred

representational system. Journal of Counseling Psychology,

· L. Cross et al. "Determining a correlation of human expression in neuro-linguistic programming

representation systems". Counselling Psychology Review, Vol. 10 N. 1, 1995.

· Joseph O'Connor e Ian McDermott, Principles of NLP, Thorsons, 1996.

R. Dilts. Creare Modelli con la PNL. Roma, Astrolabio,1982.

· 16. ^ Mecacci L., Psicologia moderna e postmoderna, Laterza, Bari 1999, p. 69

· Sadi Marhaba, Fondamenti della psicologia, Padova, Logos, 2005.

· Luciano Mecacci, Manuale di psicologia generale, Firenze, Giunti, 2003

· Luciano Mecacci, Introduzione alla psicologia, Bari, Laterza, 2004.

Cei Alberto, Psicologia nello Sport,1998, Il Mulino

· Ted Garrat,Pnl e Sport, Alessio Roberti Editore srl (Bg), 2008

· F. Antonelli,letture di Psicologia Sportiva,Roma,1987

· Debby Richard,Motivazione:l'arma vincente,2009

· Dino Giovannini e Laura Savoia, Psicologia dello Sport, Carocci editore, 2002

· Ted Garret, Pnl per lo Sport,NLP Italy,giugno 2008,

· Fanelli vincenzo,Coaching e pnl, editore: mylife,2010

· Paola leonardo,Wellness coaching. come aiutarese stessi e gli altri a viveremeglio,editore:

mylife2010

Robert dilts,il manuale del coach, nlp italy.

 

· Epigenetic Contributions in Autoimmune Disease, 2011 Editore: Springer Science+Business Media

· Epigenetic Aspects of Chronic Diseases,2011, Editore:Springer

· Determinismo, realismo e località in fisica classica e quantistica, Cianchi Luciano; Lantieri Marco; Moretti ,2007, Editore: Aracne.

· André Pichot, La nascita della scienza. Mesopotamia, Egitto, Grecia antica, Dedalo editore, 1993

•K. R. Popper, Logica della scoperta scientifica, Einaudi, Torino 1970

•K. R. Popper, Congetture e confutazioni, Il Mulino, Bologna 1972

•P. K. Feyerabend, Dialogo sul metodo, ed. Laterza, Roma-Bari 1993

•P. K. Feyerabend, Contro il metodo: Abbozzo di una teoria anarchica della conoscenza, ed. Feltrinelli, Milano 1979

•T. S. Kuhn, La struttura delle rivoluzioni scientifiche, Einaudi, Torino 1979

•Imre Lakatos, La metodologia nei programmi di ricerca scientifici, Il saggiatore, 1996 Galileo Galilei, Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, BUR Rizzoli, 2008

•Federico Laudisa, Albert Einstein. Un atlante filosofico, Bompiani, 2010

•Geoffrey Stokes, Popper, trad. di M. Bresadola, Universale Paperbacks Il Mulino, 2002 A. Stasolla, Popper e il radiologo. Metodo scientifico e fallibilità del medico, Rubettino, 2009

•Donald Gillies, Intelligenza artificiale e metodo scientifico, Cortina Raffaello editore, 1998

•Friedrich A. von Hayek, L'abuso della ragione, Rubbettino, 2008

•Cristina Bicchieri, Ragioni per credere, ragioni per fare. Convenzioni e vincoli nel metodo scientifico, Feltrinelli, 1988 Enrico Bellone, Caos e armonia. Storia della fisica, UTET, 2007

•C. Ronchi, L'albero della conoscenza. Luci e ombre della scienza, Jaca Book, 2010

•A. Einstein, Riflessioni elementari sull’interpretazione dei fondamenti della meccanica quantisticai “Scientific Papers Presented to Max Born”Hafner, New York 1953.

•Il mondo dei quanti,enneth W. Ford, Bollati Boringhieri, 2010, Torino.

•Maxwell Maltz, Psicocibernetica ,Astrolabio, 1965, Roma.

•Natalie Reid, La Fisica del successo , Edizioni il punto d’incontro,2009.

•Piergiorgio Spaggiari,Caterina Trebbia; Medicina Quantistica, Tecniche Nuove Edizioni, 2005

•Medicina Quantistica Molecolare,Beppe Rocca,Tecniche Nuove Edizioni,Luglio

•La biologia delle credenze, Bruce Lipton,Macro Edizioni, 2007

•Biologia, McGraw-Hill Companies, collana Istruzione scientifica.

•Biologia molecolare, Amaldi Francesco, 2010, editore: Cea.

•Neuro-Linguistic Programming, Volume I: The Study of the Structure of Subjective Experience . Dilts Robert

•Grinder John ; Bandler Richard, 2001,Editore: Meta Publication.

Note, ricerche e siti consultati:

· Sitneck M.,209, Chronic high fat feedingattenuates load-induced hypertrophy in mice.

Dietary intake of total, animal and vegetable protein and risk of type-2 diabetes in the European Prospective Investigation into cancer an nutrition.

· SanMiguel P, Bennetzen JL (1998). "Evidence that a recent increase in maize genome size

was caused by the massive amplification of intergene retrotranposons". Annals of Botany

· W, Zhang P, Fellers JP, Friebe B, Gill BS (November 2004). "Sequence composition, organization, and evolution of the core Triticeae genome". Plant J.

· ^ Lander ES, Linton LM, Birren B, et al. (February 2001). "Initial sequencing and analysis of the human genome". Nature

· Lupi, F. 1996. Introduction to the scientific method. Physics Laboratory Experiments, Appendix E , Department of Physics and Astronomy, University of Rochester.Introduzione al metodo scientifico. Fisica esperimenti di laboratorio, Appendice E, Dipartimento di Fisica e Astronomia dell'Università di Rochester.

· Baumgardner, J. 2008 (in press). Baumgardner, J. 2008 (in press). Language, Complexity, and Design. Lingua, complessità e Design. In Seckback, J. and R. Gordon (eds.), God, Science and Intelligent Design . In Seckback, J. Gordon e R. (a cura di), Dio, Scienza e Intelligent Design. Singapore: World Scientific.Singapore: World Scientific.

· Sanford, J. 2005. Genetic Entropy and the Mystery of the Genome .Sanford, J. 2005. Entropia genetica e il mistero del genoma. Lima, NY: Elim Publications. Lima, NY: Pubblicazioni Elim.

· Sanford, J., J. Baumgardner, et al.Sanford, J., J. Baumgardner, et al. 2007. 2007. Using computer simulation to understand mutation accumulation dynamics and genetic load. La simulazione al computer per capire le dinamiche di accumulo e di carico mutazione genetica. In Shi, Y. et al. In Shi, Y. et al. (eds.), ICCS 2007, Part II, Lecture Notes in Computer Science, Vol. (Eds.), ICCS 2007, parte II, Lecture Notes in Computer Science, vol. 4488 . 4.488. Berlin and Heidelberg: Springer-Verlag, 386-392.Berlino e Heidelberg: Springer-Verlag, 386-392.

· Sanford, J., J. Baumgardner, et al.Sanford, J., J. Baumgardner, et al. 2008 (in press). 2008 (in press). Numerical simulation falsifies evolutionary genetic theory. Proceedings of the Sixth International Conference on Creationism . La simulazione numerica falsifica la teoria genetica evolutiva. Atti della sesta conferenza internazionale sul Creazionismo. San Diego, CA: ICR. San Diego, CA: ICR.

· Kimura, M. 1979. Kimura, M. 1979. Model of effectively neutral mutations in which selective constraint is incorporated. Proceedings of the National Academy of Sciences . Modello di mutazioni neutro efficacemente in cui vincolo selettivo è incorporato. ProceedingsdellaNationalAcademy of Sciences. 76: 3440-3444. 76: 3.440-3.444.

· Kondrashov, AS 1995.Kondrashov, AS 1995. Contamination of the genome by very slightly

deleterious mutations: why have we not died 100 times over? Journal of Theoretical Biology . La

contaminazione del genoma da molto leggermente mutazioni deleterie: perché non abbiamo morti

100 volte più di Biologia? Journal of Theoretical. 175: 583-594. 175: 583-594.

Austin, SA 1994. Grand Canyon: Monument to Catastrophe .Austin, SA 1994: Grande. Canyon

Monumento alla catastrofe. Santee, CA: ICR. Santee, California: ICR.

Hawking, SW and GFR Ellis. Hawking, SW e GFR Ellis. 1973. The Large Scale Structure of Space

Time . 1973. La struttura a larga scala dello spazio-tempo. Cambridge: Cambridge University

Press, 134. Cambridge: Cambridge University Press, 134

http://bios.wikidot.com/genoma-umano

http://www.airc.it/ricerca-oncologica/epigenetica.asp

 

© Copyright 2016 - All Rights Reserved